Il mondo in fiamme e il cherubino somigliante

Tra cavi sottomarini, guerre ibride e guerriglia urbana, c’è chi scopre la premier Meloni in un affresco: l’arte come distrazione di massa

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Se Ian Fleming fosse ancora tra noi, in quest’ultimo decennio non avrebbe avuto bisogno di sforzare la fantasia. Gli sarebbe bastato aprire un giornale. Iran, Gaza, Ucraina, Siria, Sudan, Congo: un catalogo dell’orrore degno di più trilogie di James Bond, senza nemmeno l’intervallo per il tè. E poi i mari del Nord, nuova frontiera del romanzo spionistico, dove le onde non portano solo freddo e merluzzi, ma cavi, dati, infrastrutture critiche e sospetti.

Una nave cargo russa, la Sinegorsk, partita da Arkhangelsk, resta per ore immobile sopra i nervi scoperti della comunicazione transatlantica, al largo delle coste britanniche. La Royal Navy vigila, poi accompagna gentilmente l’imbarcazione lontano dalla zona sensibile. Versione ufficiale: maltempo. Versione alternativa, suggerita al Telegraph: nulla di più che una sosta prudente. Versione di Fleming: sabotaggio. E Bond, ovviamente, che sventa tutto, sistema i cavi, salva Sua Maestà e l’Europa, magari senza sgualcire lo smoking.

Non è un caso isolato. Nel Baltico, tra Svezia e Danimarca, vengono tagliate sezioni di cavi sottomarini e su quella tratta navigava una nave mercantile cinese, la Yi Peng 3; non è stata incolpata e le indagini sono ancora in corso. Tra russi, cinesi e flotte ombra, il Mare del Nord somiglia sempre meno a un corridoio navigabile e sempre più a un supermercato geopolitico in cui tutto è in offerta, soprattutto i guai. La guerra ibrida non fa rumore, ma se sbagli a distrarti, ti lascia al buio. Qui non si combatte con i carri armati, ma con la disattenzione. E sorridendo.

Intanto, mentre la tecnologia sorveglia i fondali oceanici, non sempre arriva nei vicoli delle nostre città. A Torino la guerra si fa ancora a colpi di pugni e spranghe, come nelle periferie peggiori delle metropoli. Poliziotti feriti, danni ingenti, scene da guerriglia urbana. Mettere ordine non è una parola reazionaria: è una necessità civile. E non è mai “troppo tardi”, come ricordava Adenauer. In politica, come nella vita, il tempo per rimediare esiste solo finché si ha il coraggio di farlo.

In questo crogiuolo europeo, denso di crisi vere, concrete, misurabili, c’è però chi trova il tempo di fare battute. Battute che poi, come spesso accade, diventano speculazioni. Parliamo del celebre “viso d’angelo”. Non una fiction televisiva, ma un cherubino restaurato in un affresco della Basilica di San Lorenzo in Lucina, che secondo alcuni ricorderebbe il volto della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Da qui, il passo verso il simbolismo politico, il messaggio nascosto, l’allusione celeste, è breve come un tweet.

Ora, con tutto il rispetto per l’arte sacra, viene da pensare che Platone avesse ragione: l’arte imita l’apparenza, non la realtà. E soprattutto non governa, non legifera, non risolve crisi internazionali. Se poi vogliamo seguire Pasolini e prendere sul serio solo il non prendere nulla sul serio, allora facciamolo fino in fondo: archiviamo guerre, cavi tagliati e città in subbuglio, e concentriamoci sugli affreschi. Finiremo tutti, finalmente, a tarallucci e vino. Evviva.

Ma Montanelli, probabilmente, avrebbe chiuso così:
mentre il mondo chiede serietà, noi ci consoliamo con le somiglianze. È più facile riconoscere un volto in un cherubino che guardare in faccia la realtà. E infatti continuiamo a confondere l’arte con la politica. Con l’aggravante che l’arte, almeno, non promette nulla.

Giuseppe Arnò

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