Il mondo al contrario: pochi sul tappeto rosso, miliardi sul lastrico

Dai dieci milioni del Ct Ancelotti ai due dollari al giorno dei più poveri: il pianeta distribuisce fortune con generosità selettiva. E chi dovrebbe cambiare le regole?

C’è qualcosa di singolare in questo nostro mondo: per alcuni, dieci milioni di euro all’anno sono il giusto compenso per dare calci a un pallone da bordo campo; per altri, due dollari al giorno rappresentano il confine tra la sopravvivenza e la fame. E guai a mettere in discussione il sistema: si rischia di passare per invidiosi, populisti o, peggio ancora, nemici del merito.

Prendiamo Carlo Ancelotti, commissario tecnico del Brasile, che secondo una graduatoria pubblicata dalla Bild e ripresa dalla stampa italiana percepirebbe dieci milioni di euro a stagione. Un signore del pallone, indubbiamente. Alle sue spalle, Jürgen Klopp, con sette milioni, e Mauricio Pochettino, con 6,8. Seguono altri illustri colleghi, tutti impegnati nella nobile missione di portare una nazionale alla vittoria. E, quando la vittoria non arriva, pazienza: certe sconfitte, a quanto pare, non incidono troppo sul conto corrente.

Sia chiaro: non è una questione personale. Ancelotti e gli altri possono essere professionisti eccellenti, e nessuno pretende che lavorino gratis. Il punto è un altro: come si giustifica una simile sproporzione? Quale servizio reso all’umanità può spiegare compensi che, in un solo anno, equivalgono a migliaia di vite di lavoro per chi guadagna appena il necessario per arrivare a sera?

E non prendiamocela soltanto con il calcio. Manager di grandi aziende, vertici finanziari, divi dello spettacolo, campioni dello sport e protagonisti dell’arte appartengono, ciascuno nel proprio ambito, a un universo di remunerazioni che sembra obbedire a una legge economica tutta sua. Una legge nella quale il valore di una persona non si misura necessariamente in utilità sociale, ma nella capacità di generare profitti, attrarre pubblico, muovere capitali o alimentare il desiderio collettivo di acquistare un biglietto, una maglia o un sogno.

Intanto, dall’altra parte della barricata, c’è il resto del mondo. Secondo le stime della Banca Mondiale, circa 700 milioni di persone vivono in condizioni di povertà estrema, con meno di 2,15 dollari al giorno, secondo la soglia utilizzata nelle rilevazioni cui si riferiscono questi dati. E la povertà non è soltanto un portafoglio vuoto: è la mancanza di cibo, cure mediche, istruzione, lavoro e prospettive. È non poter scegliere, perché la necessità ha già scelto al posto tuo.

Anche in Italia, Paese industrializzato e membro del club delle economie avanzate, milioni di persone sperimentano la povertà assoluta. Una condizione che non si risolve con una predica sull’impegno individuale, né con l’invito, sempre rivolto ai più deboli, a stringere la cinghia. Del resto, la cinghia può essere stretta soltanto finché rimane qualcosa da stringere.

I numeri globali, pur variando secondo le fonti e gli anni di riferimento, raccontano una concentrazione della ricchezza impressionante. Una quota esigua della popolazione dispone di risorse smisurate, mentre miliardi di esseri umani faticano a soddisfare bisogni elementari. E la globalizzazione, che avrebbe dovuto allargare le opportunità, rischia così di trasformarsi in una sorta di glebalizzazione: pochi proprietari del castello e una moltitudine di servi della gleba, magari con lo smartphone in tasca, ma senza la sicurezza di mettere insieme il pranzo con la cena.

Ogni tanto qualcuno propone di cambiare rotta. Si invocano una fiscalità più equa, limiti agli eccessi, salari dignitosi, servizi pubblici efficienti, una diversa distribuzione delle opportunità. Si scrivono saggi, si organizzano convegni, si pronunciano discorsi solenni. Per qualche giorno sembra che il mondo sia sul punto di rinsavire. Poi la macchina riparte, i mercati rassicurano, i potenti si congratulano fra loro e tutto torna al suo posto. Ognuno al proprio posto, naturalmente.

Perché il problema non è soltanto la ricchezza di pochi, ma il sistema che consente a quella ricchezza di accumularsi e riprodursi, mentre chi nasce in condizioni svantaggiate deve affrontare ostacoli che il talento, da solo, non sempre riesce a superare. E chi dovrebbe riscrivere le regole? Proprio coloro che, grazie alle regole vigenti, occupano le posizioni più comode.

Qui torna opportuna la domanda di Giovenale: Quis custodiet ipsos custodes? Chi sorveglierà i sorveglianti stessi? Tradotto nella lingua dei nostri giorni: chi imporrà un limite a chi ha il potere di decidere i limiti degli altri?

Naturalmente, non si tratta di livellare tutti verso il basso, di abolire il merito o di trasformare ogni differenza di reddito in un peccato capitale. Una società libera ha bisogno di iniziativa, competenza, impresa e persino di ambizione. Ma fra premiare il merito e consacrare il privilegio esiste una distanza che non si misura in spiccioli. E fra una ricompensa legittima e un compenso smisurato, mentre milioni di persone non hanno il necessario, dovrebbe pur esserci spazio per una riflessione.

Seneca sosteneva che è ricco chi sa adattarsi alla povertà. Bella massima, soprattutto se pronunciata da chi può permettersi di filosofare. Il comune mortale potrebbe replicare che adattarsi è una cosa, essere costretti a farlo è un’altra. E che la fame, diversamente dalla filosofia, non si placa con una sentenza latina.

Allora, che fare? Auspicare una rivoluzione morale, invocare politici illuminati, attendere un improbabile risveglio delle coscienze? Possiamo certamente provarci. Ma sarebbe ingenuo credere che basti indignarsi per modificare un meccanismo planetario nel quale interessi economici, potere politico e consenso pubblico si sostengono spesso a vicenda.

E così, mentre pochi contano milioni e molti contano le monete, noi continuiamo a discutere di giustizia sociale, equità e dignità umana. Temi nobilissimi, purché non disturbino troppo chi siede ai tavoli dove si decidono gli affari.

Quanto al diluvio universale, suggerito ironicamente come soluzione estrema da qualche spirito esasperato, sarebbe forse un rimedio un tantino sproporzionato: rischierebbe di travolgere, insieme ai privilegiati, anche chi non ha mai avuto nemmeno un ombrello.

Non resta dunque che recriminare, con la consapevolezza che la satira può mettere a nudo le contraddizioni, ma non sempre riesce a scalfirle. E, quando la ragione non trova ascolto e la realtà continua a presentare il conto ai soliti noti, ci soccorre la saggezza popolare napoletana: «A chiàgnere ’nu muorto so’ làcreme pèrze». A piangere un morto sono lacrime sprecate.

Il guaio è che, in questo caso, il morto non è ancora uno soltanto. È la speranza che un giorno il mondo possa diventare un po’ meno ricco di privilegi e un po’ meno povero di umanità.

Giuseppe Arnò

Iscriviti
Notificami
guest

0 Comentários
Feedback in linea
Visualizza tutti i commenti
NOTIZIE CORRELATE

Vedi anche

Dai tre coni dell’occhio umano alle infinite sfumature del politicamente corretto: oggi anche Elena di Troia può finire al centro.

  Diciamocelo chiaro e tondo: quando si parla di cibo, l’Italia gioca in un campionato tutto suo. Dalla carbonara all’ossobuco,.

Renault Italia inaugura il primo store “rnlt©” a Milano: un nuovo concept nel cuore della città Durante l’evento di inaugurazione.