Il grande bluff del carovita

Dall’opposizione si abbattono le tasse con un post. Al governo si scopre che i conti, purtroppo, non leggono i social.

La metamorfosi dei leoni: quando il ruggito incontra il Ministero dell’Economia

Esiste uno spettacolo che in Italia registra il tutto esaurito da decenni. Non va in scena nei teatri, ma nei talk show, sui social e nelle piazze. Il copione è immutabile, cambiano soltanto gli attori.

Quando siedono all’opposizione, i leader politici diventano autentici illusionisti della finanza pubblica. Il carovita? Si elimina con un decreto. Le accise? Bastano cinque minuti e una firma. L’inflazione? Colpa esclusiva dell’incapacità di chi governa. E il popolo applaude, perché le soluzioni semplici hanno sempre avuto più successo dei problemi complessi.

Poi arrivano le elezioni.

Ed ecco la trasformazione più sorprendente della zoologia politica italiana: i leoni della campagna elettorale, una volta entrati a Palazzo Chigi, scoprono improvvisamente la vocazione dei gattini. Il ruggito lascia il posto ai toni sommessi, le promesse evaporano e compare il più antico degli scaricabarile istituzionali:

«Ce lo chiede l’Europa.»

Che, tradotto dal politichese, significa spesso: ci siamo accorti che il bilancio dello Stato non funziona come un video su TikTok.

La dittatura dell’algoritmo

Il problema, però, non è soltanto economico.

È culturale.

La politica ha deciso di sostituire la realtà con la comunicazione. E la comunicazione con l’algoritmo.

Così, fenomeni giganteschi come le crisi energetiche, le guerre commerciali, i tassi della BCE o un debito pubblico che continua a pesare come un macigno diventano dettagli trascurabili. Troppo lunghi da spiegare in un reel di trenta secondi.

Molto più conveniente raccontare una favola.

Se la spesa aumenta, la colpa è del “cattivo” che governa.
Se il prezzo della benzina cala di due centesimi, il merito è del leader illuminato.
Se invece aumenta di venti… beh, in quel caso è colpa dei mercati, dell’Europa, della congiuntura internazionale, della luna piena o di qualsiasi entità sufficientemente lontana da non poter replicare.

È la politica del telecomando: basta premere un pulsante e tutto dovrebbe funzionare.

Peccato che i conti pubblici abbiano un pessimo carattere e non cambino canale.

Il Paese dei miracoli… annunciati

Ogni legislatura produce la stessa collezione di slogan, tutti rigorosamente destinati a una rapida estinzione.

Prima si promettono rivoluzioni fiscali.

Poi si scopre che il bilancio somiglia più a un conto corrente in rosso che al pozzo di San Patrizio.

Alla fine ogni grande riforma si riduce a un estenuante gioco delle tre carte: un bonus qui, un contributo là, uno sconto temporaneo altrove. Si sposta una coperta troppo corta sperando che nessuno noti i piedi scoperti.

E ogni volta la narrazione resta identica.

La realtà, invece, presenta il conto.

Sempre.

L’onestà è l’unica riforma davvero rivoluzionaria

La tentazione sarebbe quella di assolvere tutti.

“Nessuno può fare miracoli.”

Vero.

Ma nessuno dovrebbe neppure prometterli.

Il fallimento della politica non consiste nell’incapacità di cancellare con un tratto di penna il debito pubblico, l’inflazione o le crisi internazionali. Consiste nell’aver convinto milioni di cittadini che tutto questo fosse possibile, purché arrivasse “quello giusto” al governo.

È qui che si misura la distanza tra propaganda e responsabilità.

Una classe dirigente matura non si riconosce dalla quantità di slogan prodotti in campagna elettorale, ma dalla capacità di spiegare anche le verità scomode senza trattare gli elettori come follower da intrattenere tra un hashtag e una diretta Facebook.

Perché i bilanci dello Stato hanno un difetto insopportabile: non votano, non applaudono e non si lasciano convincere dagli slogan.

E prima o poi costringono tutti, destra, sinistra e centro, a fare i conti con l’unica opposizione che non perde mai le elezioni.

La matematica.

Giuseppe Arnò

*

Foto by Canva mix

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