Quando la moda diventa geopolitica e il guardaroba si fa manifesto

Il guardaroba dei grandi della Terra racconta spesso più di un comunicato ufficiale. Così scopriamo che, se il Diavolo veste Prada – e non potrebbe essere altrimenti – la nostra premier Meloni sceglie Armani, in piena coerenza patriottica. Eleganza e buon gusto, certo, ma anche un messaggio chiaro: l’Italia difende le proprie eccellenze con il filo e l’ago del miglior Made in Italy.
Eppure, un piccolo paradosso si insinua: il Diavolo non è certo italiano, anzi diremmo quasi anti-italiano, visto che in casa nostra ci ritroviamo pure il Vaticano. Ma tant’è: veste Prada.
Passiamo all’Oriente. Ci saremmo aspettati che Xi Jinping cedesse al fascino sartoriale di Canali, Brioni o Gucci. Invece no: nelle celebrazioni per la vittoria sul Giappone lo abbiamo visto vestire… Mao. Accanto a un Putin in rigido abito da cerimonia e a un leader nordcoreano in uniforme da rivoluzionario d´altri tempi, Xi ha scelto la nostalgia comunista piuttosto che la raffinatezza italiana.
Naturalmente ciascuno è libero di vestire come vuole. Ma la scena apre a riflessioni non da poco: cosa accadrà se al prossimo incontro internazionale vedremo Putin e Modi sfoggiare pure loro l’abito “alla Mao”? Da brividi, più che da passerella.
Ecco allora la morale: difendere i nostri valori, la nostra cultura e la nostra moda non è un vezzo, ma una necessità. Perché l’Italia, finché il Diavolo vestirà Prada e Meloni Armani, resterà il faro d’Europa che illumina contro il grigiore e le ombre dell’Est.
di Redazione



















