Poltrone, proiettili e… gli altri: finiamola con le guerre che comodano i potenti
Perché i capricci dei satrapi vanno bene per i loro salotti; per il resto del mondo producono bara e bolletta.

C’è una regola non scritta nelle guerre moderne: se sei comodo in poltrona, le probabilità che tu finisca in trincea sono prossime allo zero. Se invece sei giovane, povero o “di troppo” nella demografia nazionale, la probabilità aumenta, e la guerra diventa l’ultimo, cinico spartito che qualcuno suona mentre gli altri pagano il biglietto.
In questi mesi, e non lo dico per partito preso ma perché lo riportano osservatori indipendenti e le agenzie internazionali, la scarsità di carne da cannone ha assunto forme quasi inventarili: soldati inviati da Paesi terzi, reclute straniere, e perfino detenuti smistati verso il fronte. Non è fantapolitica: ci sono segnali concreti che Pyongyang abbia fornito truppe e che numeri di cittadini di paesi come Cuba siano stati citati come presenti nei teatri di guerra. Allo stesso tempo, i tassi di popolazione carceraria russa sono calati in modo rilevante da quando il reclutamento tra i detenuti è passato dall’essere voce di corridoio a pratica registrata.
Ora, oltre al grottesco, che qualcuno chiama “realpolitik”, c’è il danno: centinaia, migliaia di giovani che non torneranno; famiglie che portano ferite più profonde dei tagli nel bilancio statale; società che vedono la perdita dei migliori anni di una generazione. La tecnologia d’avanguardia, droni, guerre elettroniche, cyberattacchi, cambia strumenti ma non elimina la tragica contabilità umana: senza esseri umani che pianificano, riparano, portano rifornimenti e, soprattutto, muoiono, nessuna macchina tiene il campo da sola. È una verità banale ma spesso ignorata: la guerra rimane, per ora, un animale con cuore umano.
E allora che si fa? Le soluzioni reali non sono quelle spettacolari che piacciono ai generatori di titoli: non bastano sanzioni, discorsi, o incontri di facciata. Serve chiedere conto a chi ordina e a chi beneficia. Serve ridisegnare incentivi, politici, economici, diplomatici, perché la guerra non sia più l’opzione remunerativa o l’ultimo argomento dei narcisisti al potere. Serve, insomma, rendere costoso non solo per la periferia ma anche per la poltrona del potente l’avvio di conflitti.
La satira, qui, non è gratuita: immaginiamoci per un attimo la logistica del rimedio perfetto, mandare al fronte chi ha firmato l’ordine di guerra. I burocrati con le mani pulite che firmano deportazioni di giovani, i manager della geopolitica che salvano i figli nello stesso collegio estivo dove si celebrano i valori della patria. Sarebbe una specie di catarsi collettiva: chi predica il fuoco vedrebbe la cenere in faccia. È ovviamente una fantasia vendicativa, divertente, ma ci dice qualcosa di serio: la dissonanza morale tra chi comanda e chi combatte è insopportabile.
Meglio, allora, puntare su strumenti fattibili: trasparenza totale sulle mobilitazioni, responsabilità legale e politica per i decisori, più poteri alle istituzioni internazionali per fermare l’escalation, programmi di reinserimento e assistenza reale per le vittime, e una pressione diplomatica mirata sui regimi che trasformano i loro cittadini in merce da scambiare. Non sono soluzioni lampo, ma sono quelle che evitano la ripetizione quotidiana dell’orrore.
E se qualcuno, tra gli editorialisti di salotto o nei corridoi del potere, obietta che la guerra è «necessaria» o «inevitabile», rispondiamo con qualcosa di semplice e poco retorico: la storia non è mai stata gentile con chi confonde il proprio ego con l’interesse nazionale. Le nazioni si costruiscono con scuole, ospedali, infrastrutture; non con fosse comuni e discorsi retorici.
Chiudiamo con una battuta amara che suona quasi come un augurio: se davvero vogliamo provare una volta per tutte che le guerre sono una sciagura evitabile, cominciamo a far pagare il biglietto, non a chi non può permetterselo, ma a chi ha comprato il teatro e scrive copione e regia. Mettere i potenti a sentire il freddo, il rumore e l’inguaribile noia della guerra, per un giorno, per una settimana, per quanto basta, forse spegnerebbe qualche lucina vociante nei loro salotti. E se il “pacificatore” di turno, tra una conferenza e l’altra, non ci riuscisse… pazienza: come tutte le grandi commedie, anche questa può finire con un cambio di scena. Meglio prima che dopo.
di Redazione



















