Lo sciopero come rito collettivo, tra fischietti, disservizi e zero risultati.

“Sciopero: la massa in scena”, dice Gervasio. E difficilmente si potrebbe trovare definizione più efficace. In Italia lo sciopero è diventato una rappresentazione teatrale, un evento ricorrente del calendario civile, come la festa patronale o il cambio dell’ora legale. Tutti sanno che arriva, nessuno sa esattamente perché, ma molti ne subiscono gli effetti.
Il copione è noto: si fermano i servizi pubblici, quelli che non possono delocalizzare e nemmeno protestare. Trasporti, scuole, sanità. L’utente paga il biglietto, perde la coincidenza, salta la visita, rimanda l’esame. L’azienda concessionaria, nel frattempo, risparmia sulle ore non lavorate. Sciopero riuscito, cassa salva.
E il risultato politico? Mistero fitto. Nessun governo è mai caduto per uno sciopero dei treni regionali. Nessuna riforma strutturale è stata ritirata perché un autobus non è passato. L’unico effetto certo è lo scompenso logistico e l’irritazione del cittadino, che non è mai il destinatario delle rivendicazioni ma sempre il bersaglio.
Finché lo sciopero resta pacifico, sia chiaro, è ancora il male minore. In un Paese che ha conosciuto ben altre stagioni, meglio il fischietto che il sampietrino. Anche se, immancabilmente, da qualche angolo spunta il solito forsennato che urla “Valditara nella bara” o insulta la Meloni. Il folklore non manca mai: senza estremisti, certe manifestazioni sembrerebbero gite parrocchiali.
Nel frattempo, però, qualcosa si muove davvero. E non nelle piazze.
Il ministro dell’Interno osserva che con i nuovi regolamenti europei in tema di migranti non si dovrebbe più assistere impunemente a sentenze “fantasiose”. Quelle che, per intenderci, riconoscono protezioni speciali a chi dichiara di temere il ritorno a casa perché il papà lo ha sgridato. Non è satira: sono casi reali. Il diritto d’asilo resta sacro, ma forse non può trasformarsi in un colabrodo emotivo.
C’è poi l’accordo sui Paesi sicuri. Piantedosi spiega che con le nuove regole si può fare in 28 giorni ciò che oggi richiede anni. Non è la fine del diritto d’asilo, è il tentativo di impedirne l’uso strumentale: entrare, restare, confondersi e sparire. Un principio di realtà, finalmente.
E infine l’Europa. Con il commissario Brunner, si dice, c’è stato un cambio di passo. Era quello che si aspettava da tempo: meno retorica, meno sospiri, un po’ più di concretezza. In mezzo a tanti disastri, ogni tanto l’Europa ne azzecca una. Segni dei tempi: fa quasi notizia.
Intanto Trump manda Witkoff a Berlino, Mosca minaccia ritorsioni sugli asset congelati e gli Stati Uniti si dicono pronti a garanzie vincolanti per Kiev. Il mondo si muove, le placche geopolitiche scricchiolano, e noi scioperiamo i mezzi pubblici.
Di realmente concreto, in questi giorni, abbiamo visto Riccardo Muti ricevere il premio Ratzinger dalle mani di papa Leone. La musica, almeno quella, continua a suonare.
E qui sta forse la morale. In Italia lo sciopero è rimasto uguale a sé stesso mentre il mondo è cambiato. Non incide, non sposta, non decide. Serve a far vedere che si esiste, non a ottenere ciò che si chiede. È una messa laica: partecipata, rituale, prevedibile. Alla fine tutti tornano a casa, un po’ più stanchi e nulla più convinti.
Montanelli avrebbe probabilmente scritto che lo sciopero, da noi, non è un’arma: è un’abitudine. E come tutte le abitudini, rassicura chi la pratica e infastidisce chi la subisce. Ma non cambia mai davvero le cose.
di Redazione



















