L’Aja bacchetta Roma per il “caso Almasri”, ma la lezione suona stonata: la CPI, tribunale dal cuore politico più che giuridico, pretende obbedienza cieca ignorando la realtà e gli interessi di chi ne subisce le sentenze.
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La Corte Penale Internazionale, da Aja con furore, ha deciso che l’Italia non avrebbe rispettato i propri obblighi nel “caso Almasri”, ignorando le motivazioni di sicurezza nazionale e il timore, più che fondato, di ritorsioni contro i nostri connazionali in Libia.
Da lì la solita predica: lo Stato italiano, reo di prudenza, avrebbe mancato di zelo nell’eseguire gli ordini del Tribunale. Come se la giustizia internazionale vivesse in un acquario dove non entrano le correnti del mondo reale.
Viene allora da chiedersi: a cosa serve far parte di un consesso che pretende di amministrare giustizia universale, ma che in realtà si comporta come un tribunale d’opinione con il sigillo ONU? L’idea di una giustizia sovranazionale è nobile, certo. Ma la pratica, almeno finora, è stata tutt’altro che imparziale. Le inchieste della CPI colpiscono quasi sempre gli stessi bersagli: Stati deboli, governi non allineati, e regimi già caduti. Gli altri, quelli che contano, come Stati Uniti, Russia, Cina o Israele, si tengono prudentemente alla larga. Non hanno firmato, non hanno ratificato, e vivono benissimo.
L’Italia invece continua a mostrarsi brava scolara, anche quando viene rimproverata per aver messo in salvo i propri cittadini. Un paradosso da manuale: Roma deve difendere il diritto internazionale anche quando il buon senso suggerisce il contrario.
Forse è arrivato il momento di domandarsi se convenga ancora restare legati a un meccanismo che, più che garantire giustizia, distribuisce sentenze simboliche e ammonizioni morali.
Una giustizia universale che non tiene conto delle circostanze concrete e della sovranità degli Stati rischia di diventare un teatro dell’assurdo, dove i Paesi “virtuosi” finiscono sul banco degli imputati, e i grandi restano comodamente in platea.
Morale della favola: quando un tribunale pretende di giudicare il mondo intero, il risultato è sempre lo stesso: i piccoli pagano il conto, i grandi brindano, e gli italiani, come al solito, fanno la figura dei fessi puntuali.
di Redazione



















