Editoriale settimanale sullo stato delle idee (e delle non idee) in Europa
C’è chi vede nell’invecchiamento demografico europeo un’emergenza da codice rosso. Le culle vuote terrorizzano i ministri dell’economia più delle guerre commerciali, e la comparsa di un nonno ogni due giovani fa tremare le Borse come un’inflazione fuori controllo. E la soluzione a tutto questo? Ma è ovvio: “importiamo persone”. A pacchi. A container. A flussi “governati” – parola magica che, in politica, di solito significa: non abbiamo la minima idea di come farlo, ma fa bene dirlo.
Ora, l’idea che basti spalancare le porte all’immigrazione per risolvere il declino demografico è comoda quanto ingenua. Non solo ignora la complessità sociale e culturale dei processi migratori, ma sembra dimenticare che le società ospitanti sono fatte di persone, non di algoritmi: troppe tensioni non integrate generano, a lungo andare, più crisi che risorse. E mentre alcuni sognano una forza lavoro giovane, docile e già pronta per le fabbriche, altri – meno entusiasti – ricordano che, senza strutture e politiche serie, il prezzo si paga in convivenza civile, coesione sociale e identità culturale.
Esistono, per fortuna, alternative più sofisticate del “via libera agli arrivi”. Ce lo ricorda anche lo European Council on Foreign Relations nel suo recente policy brief, ripreso con precisione da Silvia Bosco. Tra le soluzioni proposte: rilanciare il capitale umano già esistente (come se fosse normale non utilizzare a pieno donne, anziani e giovani), investire in tecnologie e automazione, completare finalmente quel mercato unico europeo che ci portiamo dietro dagli anni ’90 come un mobile smontato dell’IKEA, e stringere alleanze intelligenti con i Paesi a crescita demografica accelerata. Insomma: usare il cervello prima di usare il passaporto altrui.
La verità è che la demografia non è un problema da riempire, ma da ripensare. È troppo comodo invocare una “risorsa umana esterna” senza prima aver valorizzato quella interna. E troppo miope usare la migrazione come panacea, ignorando le sue sfide strutturali. La via d’uscita non passa solo dalle frontiere, ma dalla scuola, dall’innovazione, dalla visione. E – perché no – anche da un po’ di sano realismo politico.
Nota di Silvia Bosco:
“Nel suo approfondimento per ECFR, Alberto Rizzi sintetizza una strategia plurima: attivare pienamente il capitale umano europeo; automatizzare i processi produttivi; completare il mercato unico e allargare l’Unione; e sviluppare partnership con aree a crescita demografica. L’immigrazione compare, sì, ma in forma selettiva, regolata, finalizzata a colmare specifici vuoti di competenze, non a sostituire interi sistemi in declino. Insomma: non è la bacchetta magica, ma solo uno degli strumenti possibili – da usare con intelligenza, non con ideologia”.
di Redazione
Foto: CC0 Dominio pubblico



















