I droni russi testano le nostre difese, le nostre vulnerabilità e, ironia della sorte, ci offrono la possibilità di capire quanto siamo impreparati. Mentre Trump pensa al commercio e non alla geopolitica, l’Europa deve finalmente accorgersi che il tempo delle illusioni è finito.
Foto PIXNIO
L’Europa si scopre fragile come una tenda canadese in mezzo a una tempesta. Le ripetute provocazioni di Mosca, tra droni chesorvolano aeroporti e cyberattacchi che scompaiono dai radar fino a quando fanno danno, ci ricordano con brutalità che la guerra ibrida non è una teoria accademica, ma la nuova normalità.
Eppure, non tutti i mali vengono per nuocere. Se il Cremlino voleva semplicemente divertirsi a testare la reattività della NATO, ha fatto un favore imprevisto: ci ha mostrato i buchi clamorosi del nostro ombrello difensivo. Ora, o li cuciamo in fretta, o rischiamo di bagnarci alla prossima pioggia di droni.
Il discorso della premier danese Mette Frederiksen è stato un raro esempio di franchezza: “Siamo impreparati, ma dobbiamo reagire insieme”. Un’ammissione che vale più di mille proclami vuoti. Perché il vero rischio non è il drone che sorvola indisturbato, ma la sfiducia che lascia dietro di sé nei cittadini. E, attenzione, quello è il veleno più efficace che Mosca possa inoculare.
L’unità forzata (ma necessaria)
Le invasioni di campo russe, ironia della sorte, hanno un merito: ci obbligano a guardarci in faccia, noi europei, e a riconoscerci come un unico destino. Non è romanticismo comunitario, è mera sopravvivenza. Uniti, possiamo reagire. Divisi, siamo carne da drone.
Trump, dal canto suo, ci osserva da oltre Atlantico con la freddezza del mercante: non più il salvatore geopolitico, ma il negoziatore che guarda agli interscambi favorevoli. “Ognuno per sé e Dio per tutti” funziona, purché il dollaro segua. Se vogliamo davvero emanciparci dalla dipendenza di chicchessia, gas, petrolio o protezioni esterne, l’ora è questa. Ursula von der Leyen sembra averlo intuito: vedremo se dalle parole passerà ai fatti o se resteremo all’ennesimo comunicato di Bruxelles.
Piccole commedie quotidiane
Intanto, mentre la geopolitica ribolle, non manca la solita farsa mediterranea: barche a vela che ignorano i suggerimenti del Presidente Mattarella sul “giro di boa” via Cipro, ma che pretendono scorte navali. Peccato che quelle scorte costino circa un milione di euro a missione: e indovinate chi paga? Sempre noi. L’opposizione, intanto, mugugna su tutto senza mai tendere una mano. Il solito sport nazionale: criticare a gratis.
Morale della favola
Non siamo in una torre di Babele perché ci manchi una lingua comune; siamo in una torre di Babele perché ci manca un ideale condiviso. Eppure, ogni tanto, i nemici comuni fanno miracoli: le provocazioni di Mosca ci obbligano a stringere i ranghi, e la voce ferma di Copenhagen ci ricorda che reagire insieme è l’unico modo per restare forti, e perfino l’opposizione, chissà, potrebbe un giorno smettere di mugugnare per costruire.
Un sogno? Forse. Ma se non altro, per una volta, la realtà ci sta obbligando a guardarla negli occhi.
di Redazione



















