Europa, sinfonia per caos e ottoni stonati

Samba istituzionale, beguine impossibile e qualche squillo di tromba da Bruxelles

Facciamo il punto su questa Europa tuttora ingarbugliata e un po’ squinternata, che procede con passo elegante ma inciampa sui lacci delle proprie norme. Del resto, gli umani amano vivere nel caos e col caos: cambiare ritmo musicale è impresa ardua. Dal samba non si passa alla beguine con un decreto attuativo. E poi siamo latini, no?

Come ricorda lo scrittore Mauro Parrini, “Ormai tutto è talmente fuori posto che più niente è fuori luogo”. È la fotografia perfetta del nostro continente: una stanza dove le sedie sono sul tavolo, ma nessuno osa rimetterle a terra per timore di disturbare l’arredatore.

Passiamo in rassegna i tormentoni, quelli seri e quelli coltivati per puro vizio polemico.

Sul referendum si è disquisito con l’ardore dei teologi medievali. Il principio è semplice: si vota “SÌ” se non si è soddisfatti dell’attuale amministrazione della Giustizia e si desidera un meccanismo più efficiente e più giusto. Non è una questione di partiti, ma di ingranaggi. Quando l’orologio ritarda, non si cambia il tempo: si aggiusta il meccanismo.

Poi ci sono i sabotaggi ferroviari. Nell’era dei satelliti e dei frigoriferi intelligenti, ancora inciampiamo nel bullone allentato. Sensori avanzati e videosorveglianza potrebbero ridurre il problema a un fastidio statistico. Quanto ai sabotatori, se li ritroviamo il giorno dopo su un’altra tratta, forse non basta l’arresto simbolico: servirà che restino in vinculis per un periodo che consenta loro di meditare sulle virtù del silenzio. Altrimenti non basterà un referendum, ma un ripasso completo del codice penale.

Qualche segnale di reazione, tuttavia, arriva dalla Commissione europea. Stretta sulle auto elettriche cinesi, acceleratore industriale per chi utilizza componentistica europea, percentuali minime di alluminio e materie plastiche “made in Ue” per accedere a sussidi e appalti. Non solo automotive: anche porte e finestre diventano trincee economiche. È protezionismo? È realismo? È sopravvivenza con il vestito buono. In ogni caso, è già qualcosa.

Sul fronte Difesa, il nuovo modello di riorganizzazione delle Forze armate presentato al ministro Guido Crosetto promette una revisione complessiva dello strumento militare. Adattare la struttura al contesto geopolitico attuale, rafforzare capacità e catena di comando: parole solide, ora in attesa di diventare legge. Perché tra il dire e il blindato c’è di mezzo il Parlamento.

La nota più dolente resta la guerra in Ucraina. Dopo quasi quattro anni, né vincitori né vinti: solo un bilancio incalcolabile di vite spezzate e macerie. In quasi 1500 giorni è successo di tutto: droni, missili supersonici, sabotaggi, blitz cibernetici, diplomazie parallele. Si tratta mentre si bombarda, si promette mentre si colpisce.

Le parole di Primo Levi tornano come un monito severo: l’uomo conserva riserve insospettate di ferocia sotto la patina della civiltà. E l’inferno, se esiste, rischia di avere lista d’attesa.

Intanto la tecnologia corre. Si parla di satelliti “sentinella” dotati di onde elettromagnetiche capaci di neutralizzare armi a guida elettronica. Fantascienza? No, futuro prossimo. Offesa e difesa si rincorrono come schermidori ipertecnologici.

E la pace?

Lo diceva Gino Strada: se la guerra non viene buttata fuori dalla storia dagli uomini, sarà la guerra a buttare fuori gli uomini dalla storia.

Noi, nel frattempo, continuiamo a discutere di sensori, percentuali d’alluminio e referendum. È il nostro modo civile di restare a galla nel caos.

Perché l’Europa sarà pure stonata, ma continua a suonare. E finché c’è musica, anche se è samba fuori tempo, nessuno spegne le luci del teatro. Ma guai a credere che l’orchestra possa suonare per sempre senza spartito: prima o poi qualcuno dovrà decidere se dirigere o continuare a battere le mani a caso.

Giuseppe Arnò

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