Tra veti, distinguo e patriottismi a ore, l’Unione continua a parlare molte lingue e decidere poco. E così, a dritta e a manca, finisce sempre nel menù delle grandi potenze.
«… E il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. Il Signore disse: “Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro”. Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra» (Genesi 11, 1-9).
L’antifona biblica sembra scritta per l’Europa di oggi. Non per castigo divino, ma per zelo umano: ogni popolo custodisce la propria lingua, il proprio interesse, il proprio distinguo. Il risultato è che il grande cantiere europeo somiglia sempre più a una raffinata Babele amministrativa, ricca di regolamenti e povera di decisioni comuni.
Eppure il progetto europeo nacque con tutt’altra ambizione. Dopo la Seconda guerra mondiale l’idea era semplice: legare insieme gli interessi degli Stati per impedire che tornassero a combattersi. Il 9 maggio 1950 Robert Schuman propose la gestione comune di carbone e acciaio, primo passo verso una cooperazione stabile tra Paesi che fino a pochi anni prima si affrontavano sui campi di battaglia.
Da quella intuizione nacque un percorso che portò al Trattato di Maastricht del 1992 e alla nascita formale dell’Unione europea. Negli anni successivi l’Unione si ampliò verso Est, ha costruito istituzioni comuni, introdotto la moneta unica e adottato una Carta dei diritti fondamentali. Sulla carta, un esperimento politico senza precedenti.
Nella pratica, molto spesso, un coro dissonante.
La crisi mediorientale ne offre un esempio. Di fronte alla guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, la posizione europea è apparsa tutt’altro che compatta. Francia, Germania e Gran Bretagna si sono dette «pronte ad azioni difensive» contro Teheran; la Spagna guidata da Pedro Sánchez ha invece scelto di smarcarsi apertamente rifiutando qualsiasi sostegno all’operazione americana.
La scena è familiare: ventisette capitali, ventisette sensibilità, ventisette calcoli nazionali.
Il problema non è la diversità delle opinioni. In una democrazia è persino salutare. Lo spiegava lo scienziato americano James B. Conant, secondo cui la democrazia è «un piccolo, solido nucleo centrale di accordo comune, circondato da una grande varietà di divergenze individuali».
Il guaio europeo è che possediamo soprattutto la seconda parte della definizione.
Il nucleo comune resta fragile. E quando si tratta di politica estera, sicurezza o strategia economica, ogni governo tende a scegliere la strada più conveniente per sé. Per diventare davvero univoca, l’Unione dovrebbe affrontare una questione delicata: limitare il diritto di veto nelle decisioni che contano davvero. Ma su questo terreno le sovranità nazionali difendono le proprie prerogative con zelo quasi sacrale.
Così accade che, mentre le grandi potenze parlano con una sola voce, l’Europa continui a discuterne ventisette.
Nei grattacieli di Bruxelles si lavora molto, si riunisce ancora di più e si decide con cautela infinita. E allora torna alla mente un vecchio aforisma attribuito a Giuseppe Tobia: forse quelle torri moderne non cercano il Dio dei cieli, ma il Dio del denaro.
Può darsi. Ma anche il denaro, come la politica, ha bisogno di una lingua comune.
E finché l’Europa continuerà a parlarne ventisette, la sua torre resterà alta, elegante, e incompiuta.
Giuseppe Arnò
** La Torre di Babele di Pieter Bruegel il Vecchio, 1563. Questa è una fedele riproduzione fotografica di un’opera d’arte bidimensionale di pubblico dominio
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