EDITORIALE OTTOBRE 2026

La proverbiale calabra ξενία

Dalla Magna Grecia all’Airbnb, passando per la politica: in Calabria l’ospite è ancora sacro. E, per fortuna, dopo tre giorni non sempre puzza il pesce.

La Calabria s’illumina di Centrodestra e, mentre le stelle stanno a guardare, anche il Planetarium Pythagoras – Città Metropolitana di Reggio Calabria annuncia il decimo e ultimo appuntamento della rassegna «Lo strappo nel cielo di carta». Una coincidenza astrale? Forse. Ma in Calabria, quando si parla di stelle, politica e ospitalità, qualche collegamento viene spontaneo.

Perché di questa terra si può dire praticamente tutto. Che possiede una natura da cartolina, montagne, laghi e due mari da fare invidia; che conserva tesori archeologici e testimonianze di civiltà millenarie; che sa mettere in tavola una gastronomia capace di far dimenticare, almeno per qualche minuto, la dieta. Ma si può anche dire che soffre di disoccupazione, carenze sanitarie, spopolamento, giovani costretti a partire e problemi che non hanno certo bisogno di essere addolciti con il peperoncino.

Una cosa, però, è difficile contestarla: la Calabria è ospitale.

Lo è per vocazione, per cultura, per tradizione. Quasi per DNA.

E qui entra in scena una parola antica, molto più antica di Airbnb, dei Bed & Breakfast e perfino delle prenotazioni con recensione a cinque stelle: ξενία, la xenía, l’antico principio greco dell’ospitalità verso lo straniero. Un concetto che affonda le radici nella società omerica e che considerava l’accoglienza non una semplice cortesia, ma quasi un dovere morale.

L’ospite arrivava e gli si offriva da mangiare, da bere, un posto dove riposare. Solo dopo, eventualmente, si chiedeva chi fosse.

Oggi, prima di aprire la porta, controlliamo la recensione.

Qualcosa, evidentemente, nel frattempo è cambiato.

La Calabria, però, ha conservato molto di quell’antica disposizione d’animo. Terra di passaggio e di incontro, crocevia di popoli e civiltà, ha visto arrivare Greci, Romani, Bizantini, Normanni, Svevi e molti altri. Ognuno ha lasciato qualcosa; la Calabria, in compenso, ha continuato ad aprire la porta.

E non soltanto a chi arrivava con buone intenzioni.

Anche recentemente abbiamo avuto modo di assistere a una piccola dimostrazione di questa proverbiale ospitalità. Nella Locride, a Siderno, è stato accolto come ospite anche il generale Roberto Vannacci, giunto per sostenere il candidato di Futuro Nazionale alle suppletive di Reggio Calabria, Domenico Giannetta.

Politicamente, poi, è andata com’è andata. E forse è meglio non infierire: la politica, quando perde, preferisce sempre che si parli del tempo, dell’arbitro, della congiuntura astrale o, possibilmente, del voto degli altri.

Ma il punto non è il risultato elettorale.

Il punto è che la Calabria ha ospitato anche chi non necessariamente tutti avrebbero invitato a cena.

Ed è proprio questa la forza dell’ospitalità: accogliere non significa necessariamente condividere. Significa riconoscere nell’altro una persona prima ancora che un’etichetta, una tessera, un’opinione o un consenso elettorale.

È una distinzione importante, soprattutto in tempi nei quali la politica sembra aver trasformato l’avversario in una categoria antropologica.

Gli antichi Greci, del resto, distinguevano tra ξένοι e βάρβαροι: gli uni erano gli stranieri appartenenti alla sfera linguistica e culturale greca; gli altri coloro che quella lingua non parlavano e che, agli orecchi dei Greci, producevano semplicemente un incomprensibile “bar-bar”.

Oggi abbiamo strumenti più sofisticati.

Non diciamo più “barbaro”.

Diciamo “diverso”, “non integrato”, “non conforme”, “politicamente scorretto”. E, quando proprio siamo in vena di modernità, aggiungiamo una commissione.

Da qui nasce, con una certa malizia e senza alcuna pretesa di stabilire improbabili discendenze ideologiche, un curioso accostamento. Se oggi si discute di corsi di italiano per i genitori stranieri e di sanzioni nell’ambito delle nuove regole scolastiche sull’integrazione, viene spontaneo chiedersi se, nei secoli, sia davvero cambiato tutto oppure se qualche antica distinzione abbia semplicemente imparato a vestirsi meglio.

È, naturalmente, una provocazione.

Ma le provocazioni, qualche volta, servono proprio a far pensare.

L’ospitalità non significa assenza di regole. Al contrario: si può accogliere senza rinunciare alle regole e si possono difendere le regole senza trasformare l’ospite in un nemico. La vera civiltà sta forse proprio nel tenere insieme queste due esigenze.

Ed è qui che la vecchia ξενία calabrese conserva una modernità sorprendente.

La Calabria resta dunque un grande reperto naturale, storico e archeologico, ma soprattutto umano. Un patrimonio da custodire non sotto una teca, bensì nella sua capacità di accogliere, di mescolare culture, di conservare memoria e, magari, di sorridere delle proprie contraddizioni.

Perché questa terra ha conosciuto imperi, invasioni, dominazioni, terremoti, emigrazioni, governi, promesse e persino campagne elettorali.

E continua ostinatamente ad apparecchiare la tavola.

Forse è questa la sua forma più antica e più autentica di resistenza.

E allora, per chiudere con un principio che in Calabria dovrebbe figurare accanto alla Magna Grecia, ai Bronzi di Riace e al peperoncino, ricordiamolo: l’ospite è sacro.

Naturalmente, con una precisazione tutta calabrese:

non soltanto dove “il sì suona”, ma soprattutto dove, dopo tre giorni, il pesce non puzza.

Giuseppe Arnò

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Foto archivio lagazzetta-online.com

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