Dittatura e sapore

 

Quando il potere spegne la luce e l’Italia prova a rimettere il tappo alla bottiglia

 

C’è una frase di Piero Calamandrei che torna utile ogni volta che una democrazia inciampa sui propri lacci: le dittature non nascono dalla forza dei governi che governano, ma dall’impotenza di quelli che non riescono a farlo. Era il 1946, Assemblea Costituente. Ottant’anni dopo, la sentenza regge meglio di molte costituzioni.

Perché il totalitarismo non ama presentarsi come tale. Preferisce arrivare travestito da ordine, disciplina, salvezza. Diritti e doveri vengono archiviati come suppellettili borghesi, mentre avanzano privilegi e arbitri, più pratici e assai più maneggevoli. Quando questo sistema dura troppo a lungo, il popolo prima stringe i denti, poi stringe i pugni. Infine li alza.

In Iran la gabbia è diventata stretta e il pane scarso. Alla protesta sociale il regime risponde con la vecchia ricetta: repressione e blackout. Internet spento non è un problema tecnico, è una debolezza politica. Quando si spegne la rete, si accende la paura del potere.

Donne e mercanti sono alla base della protesta. Le prime avevano visto in Khomeini una speranza di dignità e giustizia e sono state tradite. Oggi, in prima fila, reclamano la restituzione di una vita confiscata. I mercanti, motore economico e politico della Repubblica islamica, si ritrovano schiacciati dai vari enti religiosi a doppi fini. E se il bazar chiude i battenti, non è semplice protesta: è segno funesto. I pilastri del regime scricchiolano. Altro che sabotaggio straniero.

Il blackout non spegne la protesta: la certifica; accende la paura. Ogni Stato che spegne la luce lo fa per nascondere ciò che non riesce più a controllare. Trump, con la delicatezza di un elefante in cristalleria, avvisa: se sparate sulla folla, l’USAF verrà a farvi visita. Non per turismo. Khamenei capisce benissimo. Pare che le valigie siano già pronte. Era ora, direbbe Sartre: non conta ciò che hanno fatto di noi, ma ciò che facciamo di ciò che hanno fatto di noi. In Medio Oriente, qualcuno sembra aver preso la frase alla lettera.

Dalla protesta politica a quella enogastronomica il passo è breve, perché anche a tavola si combattono battaglie di civiltà. I prodotti della gastronomia italiana sono tra i più falsificati al mondo. Il falso Made in Italy vale 120 miliardi. Se poi si passa ai ristoranti “italiani” all’estero, il conto sale a 228 miliardi. Una cifra che fa venire l’indigestione.

Di italiano, in molti di questi locali, resta solo il nome: cucina, direzione e materie prime parlano altre lingue. È il famigerato Italian Sounding, che non si limita a falsare il mercato, ma scredita l’immagine della nostra cucina nel mondo, erodendo fiducia, trasparenza e export. Una contraffazione culturale prima ancora che commerciale.

Ora nasce la piattaforma Real Italian Restaurants, che promette di certificare l’autenticità dei ristoranti tricolori nel mondo. Tre criteri, apparentemente semplici: proprietà o gestione italiana, chef formato in Italia, uso documentato di prodotti autentici. Fatture, prove fotografiche, verifiche. L’idea è rendere l’italianità misurabile, non declamata. Una piccola rivoluzione copernicana per un Paese abituato a vivere di rendita sul proprio nome.

Basterà? Forse no. Ma tentar non nuoce, anche se la strada si fa più ripida con l’orizzonte del Mercosur, l’accordo di libero scambio con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay. Mercati enormi, appetiti enormi, controlli spesso elastici. Il rischio è che il brand Italia continui a essere usato come una spezia: basta una spolverata per rendere tutto vendibile.

In politica come in cucina, quando si abusa degli arbitri e si dimenticano i doveri, il risultato è sempre lo stesso: prima si perde il sapore, poi la legittimità. E quando il potere, o un ristorante, non sa più distinguere l’autentico dal falso, finisce per servire solo illusioni. Calde, magari. Ma indigeste.

Giuseppe Arnò

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