Diplomazia in pantofole 🔺

Diplomazia in pantofole: il pressing degli ex ambasciatori e le domande che non fanno notizia


Mentre quaranta ex diplomatici chiedono a gran voce il riconoscimento dello Stato di Palestina, il cittadino comune, disilluso e ancora in attesa di una politica estera europea degna di questo nome, si pone domande che nessuno sembra voler ascoltare.


 Una postilla che solletica il pensiero

È un appello che suona nobile, quello dei quaranta ex ambasciatori italiani rivolto alla Presidente del Consiglio Meloni. Ma, senza voler turbare l’armoniosa prosa della lettera aperta, sorgono spontanee alcune domande che, lungi dall’essere provocatorie, sembrano piuttosto appartenere a quella parte di opinione pubblica che, pur simpatizzando per la pace e la coesistenza, non ha ancora ceduto del tutto il cervello all’ideologia.

Perché, ad esempio, parlano 40 ex ambasciatori?
La scelta del passato remoto lascia perplessi. Se l’urgenza è così impellente, dov’è la voce degli ambasciatori in carica, quelli operativi, nelle stanze dove si decidono le sorti diplomatiche?
Oppure la libertà si conquista solo dopo la pensione?

Poi: il riconoscimento della Palestina, ma di quale Palestina parliamo?
Siamo sicuri che non si tratti dell’ennesimo atto riflesso, imitazione pavloviana di quanto deciso altrove (vedi Spagna, Irlanda e Norvegia)? In che misura la posizione italiana, oggi più che mai,  dovrebbe uniformarsi a una “moda” diplomatica, anziché forgiare una linea autonoma, ponderata, nazionale?

E tu Unione Europea, dove sei?
Anche stavolta, come da copione, si naviga a vista: ogni Paese membro prende la rotta che più gli aggrada. Il risultato è una politica estera europea ridotta a collezione di opinioni personali. Altro che voce comune.

La domanda delle domande, però, è questa:
La Palestina, che alcuni vorrebbero vedere riconosciuta domani mattina, ha mai riconosciuto formalmente lo Stato di Israele?
La risposta, tanto semplice quanto scomoda, è: no. Non ufficialmente, non realmente. E se ci illudiamo che basti la parola “pace” per addomesticare i contendenti irriducibili, allora abbiamo davvero bisogno di un supplemento di realtà.

A questo si aggiunge un altro elemento tutt’altro che trascurabile.
La decisione della maggioranza dei Paesi del G7 a favore del prossimo riconoscimento dello Stato palestinese si muove in una direzione univoca. Si tratta, con ogni evidenza, di una strategia prettamente politica, ma dagli effetti pratici pressoché nulli, poiché non esiste un’entità statuale determinata che possa essere davvero riconosciuta. Appare, piuttosto, come un esercizio di moral suasion nei confronti di Israele e dei suoi principali alleati.
La minaccia di Donald Trump al Canada, con l’annuncio di dazi e penalizzazioni in caso di riconoscimento, rappresenta un diktat dal quale molti Paesi occidentali, in particolare l’Europa, sembrano oggi voler prendere le distanze. Un segnale di autonomia crescente da una politica americana che, anche sul piano nazionale (leggendo i sondaggi), comincia a mostrare segni di consumazione.

Infine: l’Italia dovrebbe riconoscere la Palestina… ma governata da chi?
Da un’entità amministrativa fantasma, da un’autorità che non controlla Gaza, o da un gruppo estremista che ancora oggi nega il diritto all’esistenza dello Stato ebraico? Nessuno dei firmatari sembra sfiorato dal dubbio.

Sia chiaro: il dolore dei civili, palestinesi o israeliani, non è merce da sconto né bandiera da sventolare a fini propagandistici. Ma proprio perché siamo stanchi di morti, di misfatti che riempiono di orrore e di dichiarazioni di principio, servono scelte vere, responsabili, coerenti. E qualche risposta in più.

Magari da Macron, o direttamente dai 40. Sempre che il microfono sia ancora aperto.

di Redazione

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