Quando le crociere affondano, la manovra galleggia e la Sfinge sorride

C’è un filo d’acqua torbida che lega il Nilo a Roma, le acque millenarie dell’Egitto all’emiciclo ovattato di Palazzo Madama. È il filo della collisione: fra imbarcazioni, fra interessi, fra buone intenzioni e cattive manovre. Sul fiume sacro ai faraoni, l’ultima tragedia ha il volto di una donna italiana, in viaggio con il marito su una nave da crociera, la Royal Beau Rivage, finita contro un’altra imbarcazione. Una crociera che doveva essere sogno esotico e che si è trasformata, ancora una volta, in incubo.
Non è la prima, e purtroppo non sarà l’ultima. A ottobre un incendio aveva divorato un’altra nave carica di italiani; ad aprile sei persone erano morte annegate dopo la caduta di un microbus da un traghetto; nel 2013 una nave con 112 passeggeri affondò nei pressi di Assuan. Il Nilo, che nei dépliant promette eternità e tramonti dorati, si conferma un fiume che non ama la distrazione umana.
Un ex marinaio scozzese, che quelle acque dice di conoscerle come il whisky, azzarda una spiegazione folkloristica: non è la vendetta di Montezuma, quella si limita allo stomaco, ma la vendetta della Sfinge, che confonde i comandi, annebbia i sensi e manda le navi una contro l’altra. Sarà una favola da porto o una superstizione da taverna, ma nel dubbio conviene guardare bene la bussola prima di avventurarsi nel regno de La Mummia.
Alla famiglia della nostra connazionale va il cordoglio più sincero. Poi, restando in ambito marinaresco, è inevitabile spostare lo sguardo su un’altra manovra, meno tragica ma non meno intricata: quella economica. La manovra 2026, 22 miliardi di euro, meglio non si può, è pronta ad approdare in Aula al Senato. Anche qui, tra emendamenti e rotte corrette all’ultimo momento, si naviga a vista.
Il vicepremier Salvini assicura: niente crisi di governo, solo un “no” deciso all’allungamento dell’età pensionabile. Tradotto: niente altri mesi caricati sulla schiena degli italiani. Intanto Putin strizza l’occhio a Macron per un possibile incontro sull’Ucraina, con la speranza che la guerra non prenda esempio da quella dei Trent’anni. E mentre il mondo scricchiola, una nota lieta, letteralmente, arriva dal Concerto di Natale in Senato: pace, musica italiana e Claudio Baglioni, come se bastasse una melodia per calmare le correnti.
Nel dettaglio, la manovra distribuisce premi e penalità con l’eleganza di un equilibrista. Scende l’Irpef dal 35 al 33 per i redditi fino a 50 mila euro, tornano rottamazioni e bonus, si coccolano affitti brevi, banche e assicurazioni. L’iperammortamento per le imprese viene prorogato fino al 2028, con percentuali che farebbero girare la testa a un ragioniere e sorridere un industriale europeo.
Sul fronte dei tagli, però, la lama è affilata: 10 milioni in meno alla Rai e una sforbiciata robusta al Fondo per lo Sviluppo e la Coesione. “Con una mano si danno i soldi al caro materiali e con l’altra si tolgono le opere”, protesta l’opposizione. Nel frattempo, piccoli aeroporti emiliani volano senza addizionale comunale, Potenza riceve fondi per strade e ferrovie, e per tutelare gli interessi nazionali si stanziano risorse per studiare l’influenza russa in Europa e Nord Africa. Come dire: mentre navighiamo, qualcuno controlla se c’è chi ci sposta il timone.
Alla fine, fra il Nilo e il Senato, il copione è lo stesso: grandi fiumi, grandi numeri, grandi parole. E piccole distrazioni che costano care. Sul Nilo si pagano con le vite, a Roma con qualche miliardo spostato di qua o di là. La differenza è che la Sfinge, almeno, non promette nulla. La politica sì. E forse è per questo che, quando va bene, diciamo: meglio non si può. E quando va male, fingiamo di non aver visto l’onda arrivare.



















