L’omicidio di Charlie Kirk non è solo un crimine, è il capolinea di un odio politico coltivato come virtù civile. Intanto, dall’altra sponda, Trump confeziona la sua rivoluzione economica come se fosse un nuovo spot promozionale, trasformando il pragmatismo in spettacolo.

C’è chi si ostina a pensare che le parole siano innocue, che l’insulto sia solo folclore e che il sarcasmo quotidiano sui social serva a sdrammatizzare. Poi accade il delitto di Charlie Kirk, un abominevole epilogo che dimostra come il veleno, se coltivato con cura, prima o poi diventi mortale. Dal campus universitario al talk show serale, la cultura dell’odio ha trovato il suo palcoscenico permanente, legittimando l’idea che l’avversario non sia da confutare, ma da eliminare.
In Italia, com’è costume, il dibattito non ha tardato a trasformarsi in una farsa. C’è chi piange indignato a corrente alternata e chi, con il sopracciglio alzato, si limita a dire che “dopotutto se l’è cercata”. La morale, quando diventa esclusiva di una sola parte, si trasforma in complicità: e il linciaggio culturale diventa l’anticamera di quello fisico.
E mentre un cadavere politico segna la deriva del confronto democratico, dall’altra parte del mondo Donald Trump indossa i panni dell’astuto mercante. Con un occhio all’inflazione e l’altro al consenso, riscopre l’economia come spettacolo pirotecnico: dazi come slogan, agevolazioni fiscali come gadget da comizio, debito pubblico trattato come una campagna di marketing. È la rivoluzione economica versione Trump: non importa se funziona, importa se vende.
Il paradosso è che l’odio politico e l’economia-spettacolo condividono la stessa radice: la riduzione della complessità a slogan. Da un lato il nemico da abbattere, dall’altro il miracolo da promettere. In mezzo, un pubblico che applaude o fischia, ma che raramente riflette.
E così, mentre si celebra la libertà di parola che avvelena, e il genio economico che promette, resta un dubbio che nessuno vuole sciogliere: stiamo ancora facendo politica o semplicemente partecipando a un talent show dove l’odio è la sigla d’apertura e il mercato l’applauso finale?



















