Dalla pressione economica al confronto strategico: cosa c’è davvero dietro l’inasprimento americano contro L’Avana
Se il Venezuela è stato il laboratorio, Cuba rischia di diventare il simbolo. L’eventuale dichiarazione di “minaccia straordinaria” nei confronti dell’Avana, sul modello già utilizzato contro Caracas, non sarebbe soltanto un atto politico, ma un segnale strategico: Washington intende ristabilire un primato netto nell’emisfero occidentale.
La domanda vera non è se Cuba rappresenti un pericolo militare per gli Stati Uniti. Non lo è. La domanda è un’altra: quale ruolo intende giocare l’isola nello scacchiere globale e quanto questo ruolo sia tollerabile per Washington.
1. Il ritorno della Dottrina Monroe in versione XXI secolo
La Dottrina Monroe, formalizzata nel 1823, sosteneva che l’America Latina fosse zona d’influenza esclusiva degli Stati Uniti. Per decenni è rimasta un principio flessibile, evocato più che applicato. Oggi, però, assume una forma nuova.
Non si tratta più di impedire sbarchi europei, ma di contenere la penetrazione sistemica di Russia, Cina e Iran nella regione. Cuba, per posizione geografica e simbolismo politico, è il punto più sensibile: a meno di 150 chilometri dalla Florida, rappresenta una presenza potenzialmente destabilizzante in termini di intelligence, cooperazione militare e narrativa anti-americana.
In questo senso, l’inasprimento contro L’Avana non è solo bilaterale. È un messaggio rivolto a Pechino e Mosca: “l’emisfero occidentale resta territorio strategico americano”.
2. La variabile cinese
Il fattore determinante non è l’ideologia castrista, ormai logora, ma la crescente influenza cinese nei Caraibi e in America Latina. Pechino ha investito in infrastrutture portuali, telecomunicazioni e credito sovrano nella regione. Cuba, in grave crisi economica, ha bisogno di capitali e tecnologia.
Se l’isola diventasse un hub logistico o tecnologico legato alla Belt and Road Initiative, la questione smetterebbe di essere simbolica per diventare strategica.
Washington non può permettersi, dal suo punto di vista, una presenza strutturata cinese a poche miglia dalle sue coste.
3. Il precedente venezuelano: regime change “soft”?
L’esperienza venezuelana ha mostrato che un intervento diretto è politicamente costoso e militarmente imprevedibile. L’opzione preferita negli ultimi anni è stata quella del soffocamento economico progressivo, combinato con pressione diplomatica e sostegno a forze interne di opposizione.
Un eventuale approccio analogo a Cuba punterebbe a:
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aumentare il costo economico della sopravvivenza del regime;
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favorire fratture interne nell’élite politico-militare;
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ottenere una transizione controllata, evitando il caos migratorio.
La variabile migratoria, infatti, è centrale: ogni crisi cubana si traduce in flussi verso la Florida, con impatto diretto sulla politica interna statunitense.
4. La dimensione interna americana
Non si può leggere la questione senza considerare il peso dell’elettorato cubano-americano in Florida. Storicamente sensibile alla linea dura contro L’Avana, esso influenza gli equilibri presidenziali.
Una postura aggressiva contro Cuba consolida consenso in uno Stato chiave. La politica estera, talvolta, è anche politica elettorale.
5. Il rischio di un effetto boomerang
Tuttavia, la strategia presenta rischi:
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Rafforzare la narrativa anti-americana in America Latina.
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Spingere Cuba ancora più decisamente verso Russia e Cina.
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Generare instabilità economica con conseguenze umanitarie e migratorie.
L’Unione Europea, tradizionalmente favorevole al dialogo con L’Avana, potrebbe trovarsi in posizione divergente rispetto a Washington, complicando ulteriormente il quadro occidentale.
6. Cosa vuole davvero Washington?
Non necessariamente un crollo spettacolare del regime. Più probabilmente, un riallineamento strategico: riduzione dei legami con potenze rivali, apertura economica controllata, maggiore permeabilità agli interessi occidentali.
In altre parole: meno rivoluzione e più pragmatismo.
Conclusione
Cuba non è più il teatro romantico della Guerra Fredda. È un tassello di una competizione globale tra potenze. Se l’America “colpisce ancora”, lo fa non per nostalgia ideologica, ma per calcolo geopolitico.
Resta da capire se la pressione produrrà apertura o irrigidimento. La storia dell’isola insegna che L’Avana sa resistere, ma sa anche adattarsi quando la sopravvivenza lo impone.
Nel frattempo, i Caraibi tornano a essere ciò che non hanno mai smesso di essere: un mare piccolo, ma tremendamente strategico.
Mimmo Leonetti



















