
Riforme, sospetti, magistrati inquieti e Checco Zalone che passa all’incasso mentre la politica discute e il cittadino sbadiglia
Qualche buontempone, di quelli che vivono di sottintesi e si nutrono di retropensieri, sussurrerebbe: “Chi la fa, l’aspetti”. Ma è solo maldicenza, assicurano. La riforma della Corte dei Conti non è affatto una risposta piccata al parere negativo sul Ponte sullo Stretto: no, rientra nel sereno e naturale ordine delle cose. Come le maree, le tasse e le riforme che arrivano sempre quando qualcuno storce il naso.
Il copione è noto, ma vale la pena rileggerlo: tempi più stretti per rispondere (trenta giorni, cronometro alla mano), doppio tetto al risarcimento per la responsabilità amministrativa, ampliamento dei controlli preventivi, addirittura “a chiamata”, come il taxi, e una funzione consultiva rafforzata. Il tutto per rendere la macchina più efficiente, almeno sulla carta.
I magistrati contabili, però, non brindano. Donato Centrone, presidente dell’associazione nazionale della categoria, parla apertamente di rischio: un ridimensionamento significativo del ruolo della Corte. È un punto di vista, certo. Ma in Italia i punti di vista, quando si tocca la magistratura, diventano subito linee di faglia.
La seconda parte della riforma, poi, arriverà con i decreti delegati e metterà mano all’organizzazione interna: accorpamento delle sezioni centrali e regionali, magistrati chiamati a fare un po’ di tutto, controllo, giurisdizione, consulenza, separazione delle funzioni requirenti e giudicanti e poteri rafforzati per il procuratore generale, con presa più salda anche sui procuratori regionali.
Per Maurizio Gasparri, capogruppo di Forza Italia al Senato, il risultato sarà una Corte dei Conti che “potrà funzionare meglio al servizio dei cittadini”. Una promessa che, come tutte le promesse istituzionali, suona benissimo al microfono.
Del resto, quando si legifera sulla magistratura c’è sempre qualcuno che protesta; quando la magistratura giudica l’operato del governo, accade la stessa cosa. È il gioco delle parti, ormai elevato a sport nazionale. Il problema nasce quando i poteri escono dal seminato: lì non vince nessuno e perde soprattutto il cittadino, che si allontana un passo alla volta da politica e giustizia, stanco di assistere a schermaglie incomprensibili.
E mentre i due litigano, si fa per dire, il terzo gode. Eccome se gode. Si chiama Checco Zalone e con Buen Camino incassa 5,6 milioni di euro in un solo giorno, trascinando il mercato cinematografico ai livelli di quattordici anni fa. Altro che riforme strutturali: la risata resta l’unico investimento davvero anticiclico.
Intanto, per completezza di panorama, apprendiamo che su Titano non c’è alcun oceano, ma questo, rassicurano, potrebbe aumentare le probabilità di trovare forme di vita. Notizia eccellente per i biologi, un po’ meno per chi sperava di trasferirsi lontano dalle beghe terrestri.
Sul calendario campeggia Santo Stefano, protomartire, esempio scomodo di coerenza e sacrificio. Dovrebbe insegnarci molto. Ma l’insegnamento, come spesso accade, resta lì: chiaro, limpido e accuratamente ignorato. Perché in Italia, tra ponti da costruire, conti da riformare e film da ridere, l’unica cosa che non passa mai di moda è far finta di non capire.



















