Ci vedremo a Filippi?

Migranti e Ucraina: l’Europa è arrivata al momento della verità

«Ci vedremo a Filippi». La frase attribuita a Giulio Cesare, rivolta allo spettro di Bruto, è diventata nei secoli il modo più efficace per ricordare che la resa dei conti, prima o poi, arriva sempre. Si può rinviarla, ignorarla, persino fingere che non esista. Ma quando la realtà presenta il conto, non accetta dilazioni.

E noi, italiani ed europei, siamo ormai a pochi passi da quella Filippi.

Il primo banco di prova si chiama immigrazione.

Da ogni sponda del Mediterraneo migliaia di persone convergono verso quella che ormai rischia di diventare il refugium peccatorum d’Europa. L’Italia continua a rappresentare la porta d’ingresso di un continente che, per anni, ha preferito discutere di quote, regolamenti e buoni sentimenti piuttosto che di controllo delle frontiere.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. I confini dell’Unione Europea assomigliano sempre più a un Emmenthal: una serie infinita di buchi attraverso i quali passa di tutto e di più.

Le immagini provenienti da Ceuta hanno riportato alla memoria l’incubo del maggio 2021, quando migliaia di migranti attraversarono il confine in appena quarantotto ore. Oggi lo scenario si ripete con impressionante regolarità. E non è un caso isolato. Perfino in Sardegna si moltiplicano gli sbarchi, mentre i bagnanti, esasperati, arrivano perfino a respingere chi tenta di raggiungere la spiaggia. Segno evidente che qualcosa, ormai, è sfuggito di mano.

Nel frattempo anche in Europa qualcuno sembra essersi finalmente svegliato dal lungo sonno ideologico. Si moltiplicano le proposte per rafforzare i controlli, accelerare i rimpatri e proteggere le frontiere esterne. Misure che fino a ieri sarebbero state considerate quasi un’eresia.

Meglio tardi che mai.

Perché l’insofferenza popolare non aspetta i tempi della burocrazia di Bruxelles. Arriva prima. E si manifesta nelle urne. Il referendum islandese, il terremoto politico in Sassonia con l’AfD oltre il 40 per cento e il crollo della CDU raccontano una storia che la politica tradizionale continua ostinatamente a non voler leggere.

Da noi, invece, c’è ancora chi trova il tempo per rispolverare l’eterna ossessione della patrimoniale, come se il problema principale degli italiani fosse discutere di nuove tasse mentre il continente affronta una pressione migratoria senza precedenti.

La priorità, invece, dovrebbe essere un’altra: la sopravvivenza politica, economica e sociale dell’Europa. E questo impone realismo, non slogan; pragmatismo, non ideologia.

Ma c’è un secondo banco di prova, altrettanto decisivo: la guerra in Ucraina.

Le indiscrezioni sull’arrivo di Steve Witkoff e Jared Kushner rilanciano un concetto tanto semplice quanto scomodo: senza compromessi non nascerà mai alcuna pace. Né Mosca né Kiev potranno ottenere tutto ciò che desiderano. È una verità che la diplomazia conosce da sempre, anche se la propaganda preferisce ignorarla.

È proprio qui che l’Europa dovrebbe finalmente ritrovare una voce sola. Non per sostituirsi agli Stati Uniti, ma per contribuire con autorevolezza a un processo di pace che riguarda anzitutto la sicurezza del nostro continente.

Perché Ceuta, Reykjavík e Magdeburgo non sono episodi. Sono campanelli d’allarme. Chi continua a considerarli fatti isolati assomiglia al medico che cura la tosse mentre il tumore continua a crescere. La realtà, però, non legge i comunicati stampa di Bruxelles.

E, come spesso accade, c’è anche chi trae vantaggio da questa confusione permanente: mentre l’opinione pubblica si divide e si distrae, altri consolidano posizioni, interessi e potere.

Poi, per fortuna, ogni tanto qualcuno scrive una pagina diversa. Non nei palazzi della politica, ma sui circuiti. A Monza, Andrea Kimi Antonelli è partito dall’ultima posizione e ha conquistato una vittoria memorabile. Nello sport il merito riesce ancora, qualche volta, a prevalere sulle convenienze.

In politica è molto più difficile.

Ma la storia insegna che nessuno può sfuggire all’appuntamento con la realtà. E quando finalmente ci si presenta a Filippi, non sono più le parole a decidere il destino. Parlano i fatti. E quelli, purtroppo, non conoscono indulgenza.

Giuseppe Arnò

*

Foto: Canva remix

 

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