Italia: lo spionaggio cinese è ovunque, ma noi continuiamo a sorridere all’obiettivo.
Mentre il Canada e mezzo mondo blindano le porte contro la tecnologia cinese, in Italia continuiamo a farci riprendere felici e contenti dalle telecamere del Dragone. Qui o siamo ottimisti seriali, o ci piace proprio essere spiati con stile.
Chi si è guardato, si è salvato! Gli altri? Beh, ormai sono nel database di Pechino, tra una cartella di pizzini digitali e un’altra di selfie ministeriali.
Il Canada ha fatto scattare la serratura: Hikvision fuori dal Paese, sicurezza nazionale sopra ogni cosa. Stessa musica negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Australia.
E l’Italia?
Noi facciamo come al solito: accogliamo tutti, anche gli occhi elettronici del Dragone. Tanto, siamo “Paese aperto”, no?
Abbiamo telecamere Hikvision che vigilano sulle aule di giustizia, sui ministeri strategici e, per non farci mancare nulla, a Palazzo Chigi ci siamo fatti pure installare i termoscanner cinesi. È un po’ come affidare le chiavi di casa al vicino che ti ha appena detto che sogna di svaligiarti. Ma tranquilli, in Italia vige il motto: “Che sarà mai? Noi abbiamo la cyberdifesa!”
E mentre gli altri Paesi fanno le barricate, da noi si organizzano corsi di formazione contro i documenti falsi… nella sede di Hikvision. È un capolavoro, roba da manuale della comicità involontaria. È come fare un master contro il furto d’identità con Arsenio Lupin, ospite d’onore.
La politica italiana, ovviamente, dorme sonni tranquilli. I governi passano, le telecamere restano. L’unico movimento rapido è quello con cui certi politici cambiano casacca. Ma almeno sono ripresi bene, in 4K.
Ah, certo, abbiamo scritto decreti, leggi, regolamenti con titoli roboanti: “cybersicurezza nazionale”, “criteri di premialità per le tecnologie europee”, “perimetro di sicurezza cibernetica”… Sulla carta sembriamo una fortezza digitale. Peccato che nella pratica siamo più simili al cancello di una villetta lasciato aperto, col cartello “torno subito”.
Alla fine, forse ci piace così. Forse ci emoziona sapere che dall’altra parte del mondo qualcuno ci osserva. D’altronde siamo un popolo di ottimisti cronici, o forse – diciamolo – di professionisti dell’ingenuità.
Se poi un giorno dovessimo scoprire che anche il campanello di casa nostra parla cinese, tranquilli: potremo sempre consolarci con il nostro orgoglio nazionale… e con un bel sorriso in favore di telecamera.
Postilla satirica: La parola al politico italiano tipo
Abbiamo provato a sentire l’onorevole Cetto Ottimista, esperto nazionale di minimizzazione dei problemi, attualmente impegnato a presiedere il Comitato Permanente per l’Abbraccio Incondizionato alla Tecnologia Cinese (stranamente mai istituito, ma forse già operativo a loro insaputa).
Ecco cosa ci ha detto:
Onorevole, non la preoccupa la presenza massiccia di telecamere cinesi nei luoghi strategici?
“Guardi, qui siamo in Italia. Se anche ci spiano, probabilmente non capiscono nulla. Abbiamo una burocrazia così complicata che perfino i software di Pechino rinunciano.”
Ma ci sono rischi per la sicurezza nazionale.
“Sicurezza? Ma noi siamo un popolo trasparente, le nostre informazioni sono già tutte su Facebook e TikTok! E poi, cosa vuole che se ne facciano i cinesi delle riprese delle riunioni condominiali del ministero?”
Non pensa che sarebbe meglio rimuovere queste tecnologie?
“Noi ci fidiamo. E poi, francamente, ci costerebbe troppo cambiarle tutte. Sa com’è: abbiamo un PNRR da gestire, ci mancano solo le spese per le telecamere. Magari se ci fanno uno sconto…”
In effetti in Italia non sembra esserci grande allarme.
“Esatto! L’importante è vivere sereni. E poi, in fondo, siamo tutti un po’ protagonisti. Se qualcuno ci guarda, ci sentiamo importanti.”
di Redazione



















