La Groenlandia, Trump e l’arte brutale della geopolitica

C’è un vecchio detto che avverte: chi arriva tardi si accontenta di ciò che resta, se qualcosa resta. Non va confuso con l’altro, più consolatorio, secondo cui gli ultimi saranno i primi: quello vale per l’aldilà. Qui, sulla Terra, dove il paradiso si compra e l’inferno si conquista, le regole sono meno misericordiose.
La Groenlandia, improvvisamente al centro delle mire di Donald Trump, appartiene a questa seconda categoria. Non è un luogo dell’anima, ma un’isola enorme, gelata, strategica, ricca e mal difesa. Un invito a nozze per chi fa geopolitica senza galateo.
Trump lo ha detto senza eufemismi, come da tradizione:
«Se non facciamo qualcosa per la Groenlandia, lo faranno Russia o Cina. E non accetteremo di avere Russia o Cina come vicini. Se non vogliono farlo in modo semplice, lo faremo in modo duro».
Non è diplomazia, è bricolage geopolitico. Ma prima di indignarsi, sarebbe utile ricordare un dettaglio: le regole sono già saltate da tempo.
Dal 2014, con la Crimea, il diritto internazionale è diventato un album di ricordi. La legge del più forte ha sostituito il principio di sovranità, la sicurezza nazionale è diventata il passe-partout per tutto, dalle occupazioni militari agli “incidenti” nucleari, fino agli arresti selettivi di presidenti scomodi. Il mondo non è cambiato con Trump: Trump ha solo tolto il tappeto sotto cui si nascondeva la polvere.
Nel frattempo l’Europa, indefessa, zelante, irrilevante, si è dedicata a questioni cruciali: la curvatura dei cetrioli, la tassonomia dei vermi commestibili, le emissioni intestinali delle vacche. Peccato che, mentre Bruxelles misurava il respiro delle stalle, nel Baltico succedesse di tutto: cavi sottomarini tranciati, navi ombra, spionaggio industriale, traffici opachi, e un andirivieni russo-cinese degno di un porto franco.
E in mezzo a tutto questo, una piccola distrazione: la più grande isola del mondo, territorio autonomo danese, formalmente NATO ed Europa, ma sostanzialmente indifendibile. Cina e Russia la studiano da tempo. L’Europa se n’è accorta ieri. Forse.
È vero, l’accordo di pesca UE-Groenlandia 2025-2030 è un bel documento. Rassicurante. Elegante. Ma, come sanno i pescatori veri, chi dorme non piglia pesci. E l’Europa ha russato a lungo.
Trump, al contrario, non vuole ritrovarsi Putin o Xi come vicini di casa. Non per amor dell’Europa, sia chiaro, ma per una concezione molto americana della sicurezza: meglio occupare il salotto che difendersi dalla finestra. Da qui la proposta, detta con brutalità ma non senza logica: comprare l’isola, proteggerla, farne un protettorato. O, se necessario, occuparla.
Scandalo? Forse. Novità? Affatto.
Europa, NATO e Danimarca, messe davanti alla prova dei fatti, non sarebbero in grado di difendere la Groenlandia da una pressione seria russa o cinese. E allora la domanda è una sola, e poco filosofica: meglio Trump oggi o qualcun altro domani?
Il mondo nuovo non è elegante, non è gentile, e certamente non è regolamentato. Ma esiste. E Trump, con il suo stile da mercante di bazar globale, lo ha capito prima degli altri.
Le eventuali risoluzioni ONU e tutto il contorno sono chiacchiere da salotto riscaldato. In questo nuovo ordine mondiale il diritto arriva sempre dopo i fatti. E quando finalmente arriva, scopre che le stanze migliori sono già occupate.
Giuseppe Arnò



















