Chi si è guardato, si è salvato!

Italia: lo spionaggio cinese è ovunque, ma noi continuiamo a sorridere all’obiettivo. Mentre il Canada e mezzo mondo blindano le porte contro la tecnologia cinese, in Italia continuiamo a farci riprendere felici e contenti dalle telecamere del Dragone. Qui o siamo ottimisti seriali, o ci piace proprio essere spiati con stile. Chi si è guardato, si è salvato! Gli altri? Beh, ormai sono nel database di Pechino, tra una cartella di pizzini digitali e un’altra di selfie ministeriali. Il Canada ha fatto scattare la serratura: Hikvision fuori dal Paese, sicurezza nazionale sopra ogni cosa. Stessa musica negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Australia. E l’Italia? Noi facciamo come al solito: accogliamo tutti, anche gli occhi elettronici del Dragone. Tanto, siamo “Paese aperto”, no? Abbiamo telecamere Hikvision che vigilano sulle aule di giustizia, sui ministeri strategici e, per non farci mancare nulla, a Palazzo Chigi ci siamo fatti pure installare i termoscanner cinesi. È un po’ come affidare le chiavi di casa al vicino che ti ha appena detto che sogna di svaligiarti. Ma tranquilli, in Italia vige il motto: “Che sarà mai? Noi abbiamo la cyberdifesa!” E mentre gli altri Paesi fanno le barricate, da noi si organizzano corsi di formazione contro i documenti falsi… nella sede di Hikvision. È un capolavoro, roba da manuale della comicità involontaria. È come fare un master contro il furto d’identità con Arsenio Lupin, ospite d’onore. La politica italiana, ovviamente, dorme sonni tranquilli. I governi passano, le telecamere restano. L’unico movimento rapido è quello con cui certi politici cambiano casacca. Ma almeno sono ripresi bene, in 4K. Ah, certo, abbiamo scritto decreti, leggi, regolamenti con titoli roboanti: “cybersicurezza nazionale”, “criteri di premialità per le tecnologie europee”, “perimetro di sicurezza cibernetica”… Sulla carta sembriamo una fortezza digitale. Peccato che nella pratica siamo più simili al cancello di una villetta lasciato aperto, col cartello “torno subito”. Alla fine, forse ci piace così. Forse ci emoziona sapere che dall’altra parte del mondo qualcuno ci osserva. D’altronde siamo un popolo di ottimisti cronici, o forse – diciamolo – di professionisti dell’ingenuità. Se poi un giorno dovessimo scoprire che anche il campanello di casa nostra parla cinese, tranquilli: potremo sempre consolarci con il nostro orgoglio nazionale… e con un bel sorriso in favore di telecamera.     Postilla satirica: La parola al politico italiano tipo Abbiamo provato a sentire l’onorevole Cetto Ottimista, esperto nazionale di minimizzazione dei problemi, attualmente impegnato a presiedere il Comitato Permanente per l’Abbraccio Incondizionato alla Tecnologia Cinese (stranamente mai istituito, ma forse già operativo a loro insaputa). Ecco cosa ci ha detto: Onorevole, non la preoccupa la presenza massiccia di telecamere cinesi nei luoghi strategici? “Guardi, qui siamo in Italia. Se anche ci spiano, probabilmente non capiscono nulla. Abbiamo una burocrazia così complicata che perfino i software di Pechino rinunciano.” Ma ci sono rischi per la sicurezza nazionale. “Sicurezza? Ma noi siamo un popolo trasparente, le nostre informazioni sono già tutte su Facebook e TikTok! E poi, cosa vuole che se ne facciano i cinesi delle riprese delle riunioni condominiali del ministero?” Non pensa che sarebbe meglio rimuovere queste tecnologie? “Noi ci fidiamo. E poi, francamente, ci costerebbe troppo cambiarle tutte. Sa com’è: abbiamo un PNRR da gestire, ci mancano solo le spese per le telecamere. Magari se ci fanno uno sconto…” In effetti in Italia non sembra esserci grande allarme. “Esatto! L’importante è vivere sereni. E poi, in fondo, siamo tutti un po’ protagonisti. Se qualcuno ci guarda, ci sentiamo importanti.” di Redazione

Per saperne di più »

Una portaerei nucleare per l’Italia? Meglio una Ferrari dei mari che una Panda galleggiante

L’Italia del terzo millennio non può permettersi di viaggiare nei mari del mondo con la retromarcia inserita. Tra nuove tecnologie, deterrenza globale e interessi industriali, è tempo di smettere di fare i mozzi e iniziare a ragionare da ammiragli. Diciamolo subito: pensare oggi a una portaerei nucleare per l’Italia non è più fantascienza. È geopolitica, strategia, tecnologia… e un pizzico di orgoglio nazionale. Certo, ci sarà chi storcerà il naso, evocando scenari da guerra fredda o ipotetici disastri ambientali in stile film catastrofico del sabato sera. Ma la realtà è un’altra: il mondo è cambiato, e se non vogliamo rimanere l’ultima carrozza del treno, ci serve un bel motore nucleare. Altro che interrail militare. Non più “cannoniere”, ma cervelli galleggianti Oggi la guerra — o meglio, la deterrenza — si gioca su altri tavoli: droni che spiano anche la barba del nemico, laser che abbattono missili a costo quasi zero, intelligenze artificiali che decidono in pochi secondi ciò che un comando un tempo valutava in ore. In questo contesto, avere una Marina fondata su fregate e pattugliatori a gasolio è come combattere con la spada in un’era di satelliti. Non serve ingrossare le fila, serve raffinarle. Non servono decine di navi, ma una nave madre, ipertecnologica, autonoma, in grado di stare in mare mesi — se non anni — senza dover bussare alla porta del benzinaio. La Ferrari dei mari (con carrozzeria Pininfarina, ça va sans dire) Immaginate una portaerei italiana dal design mozzafiato, elegante come il Vespucci, ma potente come un reattore da 300 megawatt. Pura bellezza futuristica, simbolo del genio industriale tricolore, pronta a salpare nei mari del mondo per missioni di pace, deterrenza e — perché no — di business. Perché, come spesso dimentichiamo, la difesa non è solo un costo, ma anche un investimento. La nostra cantieristica (Fincantieri docet), con Leonardo e compagnia bella, ha già dimostrato di poter vendere navi in tutto il mondo. Ora immaginiamo cosa potrebbe fare con un gioiello nucleare sotto il braccio. Commesse miliardarie, export tecnologico, posti di lavoro. Altro che bonus monopattino. Ma non ci penserà la NATO? Sì, come no. L’illusione che l’ombrello atlantico basti a coprirci da tutto è dura a morire. Ma non siamo più negli anni ’90: oggi ogni nazione deve contare su sé stessa, specialmente nel “Mediterraneo allargato”, che oggi arriva fino all’Oceano Indiano e magari domani anche in Polinesia. L’Italia, se vuole essere ascoltata nei consessi internazionali, deve mostrare di saper navigare — e non solo metaforicamente. Una portaerei nucleare non è un capriccio, è un segnale: noi ci siamo, e non solo per servire il caffè ai grandi della Terra. Obiezioni? Molte, ma non tutte fondate C’è chi dice che nel Mediterraneo non serva una portaerei nucleare. Ma questa visione da “vasca da bagno” ignora che oggi le minacce e gli interessi italiani si trovano ben oltre le colonne d’Ercole: pensiamo all’Africa, all’Indo-Pacifico, al Mar Rosso. E poi c’è il solito coro: “ma è pericolosa!”, “e se esplode?”. Certo, tutto può essere pericoloso se gestito male — anche un tostapane. Ma siamo seri: i nostri alleati da decenni ormeggiano silenziosamente nei nostri porti con le loro navi atomiche, mentre noi ci scandalizziamo ancora se si parla di reattori modulari. L’alternativa? Continuare a fare i valvassini nei teatri globali. Una questione di dignità (oltre che di strategia) Il mondo non aspetta. Se vogliamo evitare di restare la ruota di scorta dell’Occidente, dobbiamo dotarci di strumenti adeguati. E tra questi, una portaerei nucleare di bandiera è una scelta che unisce potenza, autonomia, deterrenza e tecnologia. Il tutto con quel tocco di design e ingegneria che solo l’Italia sa dare. Un Vespucci del XXI secolo, capace non solo di difendere, ma di rappresentare. Un ambasciatore del made in Italy in versione corazzata, un laboratorio tecnologico galleggiante, un investimento per l’intera filiera industriale. In conclusione: meno nostalgia, più lungimiranza Basta con la retorica del “piccolo è bello”, delle missioni umanitarie senza muscoli e dei porti “denuclearizzati” dove però attraccano sottomarini americani in incognito. L’Italia ha bisogno di visione, di coraggio, di investire nel futuro con la stessa passione con cui ha costruito supercar, satelliti e moda di lusso. Una portaerei nucleare non è solo una scelta militare: è una dichiarazione d’intenti. Un segnale che l’Italia sa ancora alzare la testa. E salpare. Giuseppe Arnò Credito foto: AI

Per saperne di più »

Testate chic per menti eleganti: l’Europa si sveglia e sogna la bomba griffata

L’Europa, quella stessa che produce profumi, formaggi stagionati e regolamenti sulle curvature delle zucchine, ha deciso finalmente di alzare lo sguardo dal cappuccino e dalla bio-insalata per fare una domanda scottante: “E se ci facessimo anche noi una bella bomba atomica, così… de griffe?” Perché, diciamocelo, non è forse curioso che paesi come la Corea del Nord — dove il Wi-Fi è un miraggio e il riso è razionato — possano minacciare il mondo con un arsenale nucleare mentre l’Europa, regina dell’ingegneria, dell’aerospazio e della burocrazia millimetrica, non sa nemmeno da che parte si innesca un deterrente? India, Pakistan, Israele (che ufficialmente non ce l’ha, ma tutti fanno finta di niente), Iran — tutti con la bomba in tasca come fosse un accendino. E noi? Noi a guardare, indignati, con una risoluzione dell’Europarlamento e un hashtag pacifista. Un recente studio UE ha evidenziato che gli europei sono convinti di stare benone, di vivere meglio di gran parte del mondo (spoiler: è vero), ma non si rendono conto che questo “benessere” ha le fondamenta anche su un sistema di sicurezza di cui capiscono poco o nulla. E soprattutto ignorano che, finché la nostra difesa dipende dall’umore di un presidente americano (che un giorno abbraccia la NATO, il giorno dopo lancia una bottiglia d’acqua al mappamondo), saremo sempre vassalli. Vassalli chic, certo, ma pur sempre vassalli. Macron — l’unico che tra un battito di ciglia e un colletto rigido si ricorda che la Francia ha i bottoni giusti da premere — ha proposto di “condividere” la Force de Frappe. Ovviamente a condizioni francesi: Parigi comanda, voi vi adeguate, e guai a pensare di toccare il telecomando. È come un abbonamento premium: tu paghi, ma i contenuti li decide la Francia. Nel frattempo, la Gran Bretagna — quella che è uscita dall’Ue ma non ha mai lasciato la scena — valuta di tornare in pista con il suo Trident, perché Brexit sì, ma perdere influenza no. E così l’Europa si trova con due proposte nucleari “in outsourcing”, mentre continua a produrre sottomarini, caccia stealth, radar e satelliti come se dovesse lanciare una nuova collezione alla Milano Defense Week. E allora, cara Europa, non sarebbe ora di mettere mano alla “pasta” e farti una bella bomba tutta tua? Immagina: La Bombe Européenne, elegante, silenziosa, con un packaging minimal e un logo in Helvetica. Magari biodegradabile, che inquina solo per 200.000 anni, ma nel rispetto delle normative UE. L’idea non è poi così assurda: le tecnologie ci sono, le risorse pure, e le motivazioni geopolitiche abbondano. La sovranità europea della difesa non passa solo per i droni e i satelliti, ma anche per la capacità di dire “se ci attaccate, ve ne pentirete, con gusto”. Naturalmente, ci saranno gli scettici, i pacifisti, quelli col “no war” nel profilo, ma anche loro, sotto sotto, sognano un’Europa che finalmente smette i panni della cameriera dell’Occidente per indossare quelli della padrona di casa. Magari armata, ma sempre con stile. E allora, sogni d’oro Europa… ma con testata. Possibilmente made in Italy, design tedesco, ingegneria francese e consegna Amazon Prime, in collaborazione con ESA. Guerra fredda ma sostenibile! Nota finale: qualunque riferimento alla realtà è puramente voluto e profondamente ironico. Ma se qualcuno conosce un buon mercato nero, ci scriva. di Redazione

Per saperne di più »

I ladri tecnologici

I furti d’auto cambiano con la tecnologia: ora i ladri mettono nel mirino i sensori ADAS Anche i nuovi sistemi di assistenza alla guida risultano particolarmente appetibili per il loro valore Federico Garau 3 Gennaio 2025 – 13:50   Le nuove tecnologie di solito portano numerosi benefici laddove vengano applicate con criterio, ma di pari passo con l’avanzare del progresso si ampliano spesso e volentieri anche le possibilità di guadagno illecito per i ladri, specie quando questo è legato ad apparecchi elettronici particolarmente costosi e richiesti sul mercato nero.   Ladri di marmitte in azione a Roma. Fenomeno dilagante, ecco cosa cercano   È proprio in questo contesto che si inserisce la nuova prassi che ha iniziato a prendere piede negli Stati Uniti d’America, dove i furti d’auto stanno iniziando a concentrarsi soprattutto sui sensori, i radar e le telecamere che vengono utilizzate per realizzare i sistemi si assistenza alla guida Adas: è sufficiente una rapida incursione per mettere le mani su un bottino molto richiesto sul mercato dei ricambi e anche abbastanza caro. Ciò non deve stupire più di tanto, dal momento che anche in Italia sono aumentati i furti commissionati per specifiche parti di autovetture, come fanali, volanti, paraurti, sedili e batterie. Senza dimenticare le incursioni notturne fatte dai malviventi per impossessarsi delle marmitte catalittiche, dove si possono trovare metalli molto preziosi da rivendere a caro prezzo, come il palladio, il rodio e il platino.   Attenzione ai ladri “cannibali” che sventrano le auto. Ecco come agiscono   Come segnalato dalle autorità statunitensi, nell’ultimo mese in particolar modo, c’è stata una chiara impennata di furti di dispositivi connessi ai sistemi Adas: a far clamore un video ripreso da una videocamera di sicurezza installata nei pressi del piazzale della Ron Tonkin Honda, una concessionaria del Southeast Portland, nell’Oregon. In pochi minuti sono state depredate ben 17 autovetture, a cui i ladri entrati in azione nella notte hanno sottratto i sensori che regolano il cruise control adattivo. Non un furto qualsiasi, dato che per rimediare, a seconda del modello d’auto o dei danni subiti nel corso della rimozione, si può arrivare a dover sborsare oltre 4mila dollari: per riparare, ad esempio, le 17 vetture sopra citate, complessivamente occorreranno 50mila dollari. Il proprietario della concessionaria ha spiegato che il fenomeno ha iniziato a diffondersi in modo preoccupante negli ultimi mesi del 2024, riferendo di danni a 50 autovetture in tutto: un trend in crescita che è stato confermato anche dalla polizia di Portland, con 18 casi nel solo mese di novembre. Il timore è che il fenomeno possa allargarsi a macchia d’olio anche al di fuori degli States, ma c’è in realtà una difficoltà di cui tener conto: i pezzi dei sistemi Adas sono complessi da piazzare online per i ladri, anche se rivenduti a un prezzo ridotto, per cui l’augurio è che ciò possa fungere da deterrente. Altro elemento di cui tener conto è che occorrono delle competenze tecniche di un certo livello per rimuovere i sensori in modo rapido e senza danneggiarli: il ladro dell’Oregon ha colpito 17 veicoli in soli 10 minuti, ma per farlo servono nozioni non alla portata di tutti.   Fonte: https://www.ilgiornale.it/news/attualit/i-furti-dauto-cambiano-tecnologia-ora-i-ladri-mettono-nel-2418666.html

Per saperne di più »

Da “Call of Duty” a “Fifa”, ecco quali videogiochi regalare a Natale

Da Super Mario a Silent Hill, passando per Warhammer e Star Wars, gli appassionati del mondo videoludico hanno ottimi titoli tra cui scegliere per passare il tempo durante le feste o da far trovare sotto l’albero Massimiliano Parente 19 Dicembre 2024 – 12:12 Videogiochi, cosa regalare o regalarsi per Natale? Ve ne butto lì qualcuno, un po’ per tutti i gusti, con ancora più gusto visto che sulla Rai ho visto Caterina Balivo con una sociologa che faceva una predica contro i videogiochi, come fossimo negli anni Ottanta. Inizio con gli sparatutto, cioè gli FPS, perché c’è poco da discutere: Black Ops 6, uscito a fine ottobre, non ha rivali, e è necessario averlo se poi giocate a Warzone, che è sì un free to play ma per livellare le armi vi serve il multiplayer (altrimenti ci mettete una vita). Per i (tanti) fan dell’intramontabile Mario della Nintendo c’è Mario e Luigi: Fraternauti alla carica, perché è vero che gli idraulici si trovano sempre meno, ma Mario è sempre stato una garanzia. Mondi fantastici in cui avventurarsi salendo sull’isola Solcamari (mezza isola mezza nave, un’isola che naviga) e combattere nello sconfinato universo di Elettria pieno di città surreali e città incredibile (sarebbero piaciute molto anche a Italo Calvino). A proposito, sempre da Nintendo esce The legend of Zelda: Echoes of Wisdom. Questa volta non si tratta di inseguire la famosa principessa, potrete essere direttamente lei, in prima persona, per salvare il suo regno, dove misteriosi squarci inghiottono gli abitanti. Se amate gli horror e avete amato Silent Hill e volete passare delle feste da brividi buttatevi senza paura su Silent Hill 2, soprattutto se non l’avete giocato prima, trattandosi di un remake. Ma se siete più avventurosi, e amate la saga di Assassin’s Creed, lanciatevi nel Giappone feudale con l’ultimo capitolo: Assassin’s Creed: Shadows. In alternativa, restando in un’atmosfera simile, c’è Indiana Jones e l’Antico Cerchio (oltretutto gli utenti Xbox se lo troveranno nel Gamepass, mica male). Se invece siete più spaziali e georgelucasiani farei un pensierino su Star Wars Outlaws per vivere un’avventura ambientata tra L’impero colpisce ancora e Il ritorno dello Jedi e diventare i più ricercati della galassia. Sempre rimanendo nello spazio da tenere presente anche Space Marine e usare armi potentissime per difendere l’Imperium dagli sciami dei Tiranidi (è disponibile sia la campagna in singolo che in multigiocatore). Altrimenti, se siete più fantasy, entrate nel mondo oscuro e epico di Final Fantasy XVI controllato dagli Eikon e dai loro Dominanti, c’è tutto un nuovo catastrofico intrigo da risolvere. Infine, ho cercato di evitarlo fino a adesso perché odio il calcio, però per gli appassionati non posso non segnalare FC 25, che è il miglior simulatore di calcio. È possibile infatti programmare le proprie attitudini, le tattiche, e sfruttare a pieno miliardi di dati raccolti da Opta Sports. A voi la scelta.   Fonte: https://www.ilgiornale.it/news/entertainment-e-servizi/call-duty-fifa-ecco-quali-videogiochi-regalare-natale-2414024.html

Per saperne di più »

Dalla Siria con furore: il crollo di Assad e l’hangover geopolitico di Putin

La caduta del regime di Bashar al-Assad e il conseguente ritiro russo dalla Siria sono un affresco crudele di geopolitica, in cui le ambizioni si trasformano in macerie e i miti crollano sotto il peso della realtà. Se la Russia voleva dimostrare di essere una potenza globale, ha finito per rivelare di essere poco più di un attore in una tragedia di secondo ordine, con Wagner a fare da coro sinistro e il traffico di captagon come parodia economica del “soft power”. Ironia della sorte, Mosca, che aveva promesso di riportare ordine e stabilità, si ritrova a trasportare più baathisti sui suoi aerei cargo di quanto non porti via sistemi d’arma. È quasi poetico che il declino della Russia in Siria sia stato scandito da promesse vuote, basi smontate e Kalashnikov caricati su Antonov con la stessa solennità con cui si trasloca un appartamento. Putin, che nel 2017 prometteva fuoco e fiamme ai terroristi, oggi deve spiegare come mai quei “terroristi” controllano le strade che portano ai suoi ultimi avamposti nel Mediterraneo. La geografia della disfatta russa è una lezione di storia in tempo reale. La Siria è stata il banco di prova di una politica estera muscolare, che si è rivelata muscolosa quanto un colpo di tosse. Se la guerra in Ucraina ha esposto i limiti dell’arsenale russo, la Siria ha messo in luce i limiti della sua strategia: non si possono costruire imperi moderni sulle fondamenta di una propaganda che si sbriciola al primo colpo di mortaio. E poi c’è il captagon, il lubrificante economico che Assad e soci hanno usato per sopravvivere. La “droga del jihad” ha trasformato il regime in uno Stato-narco, e ora che la produzione è stata distrutta da HTS, resta solo una lezione spietata: quando la politica diventa tossica, lo fa in tutti i sensi. Ironico che un regime che spacciava captagon per finanziare repressioni si sia autodistrutto, come un tossicodipendente che consuma la propria ultima dose. Infine, c’è la domanda fatidica: è davvero la fine dell’invincibilità di Putin? Forse. O forse il leader russo ha semplicemente dimenticato che le guerre moderne non si vincono con basi aeree sfarzose e propaganda kitsch. La Siria non è l’Afghanistan degli anni ’80, né il Vietnam del 2024. È una pagina di Wikipedia che si aggiorna più velocemente della capacità di Mosca di adattarsi. E quando il teatro delle ambizioni globali diventa troppo grande per il protagonista, il pubblico inizia a chiedere il rimborso del biglietto. Tant´è! Redazione

Per saperne di più »

Alessandro Cortese premiato Ambasciatore dell’Anno 2024: Un Riconoscimento alla Diplomazia Italo-Brasiliana

Il Premio dell’Ambasciatore: Un Riconoscimento al Diplomatico Alessandro Cortese Il prestigioso premio “Ambasciatore dell’Anno 2024” è stato conferito a S.E. Alessandro Cortese, Ambasciatore d’Italia in Brasile, in un evento di grande significato che si è svolto presso la Camera dei Deputati di Brasilia. Il premio, assegnato dall’Associazione brasiliana dei giornalisti e comunicatori in ambito internazionale e diplomatico (Abrajinter), celebra l’impegno costante del diplomatico nella promozione delle relazioni bilaterali tra il Brasile e l’Italia. La cerimonia, che ha visto la partecipazione di autorità di alto livello, rappresentanti del governo brasiliano, e membri del corpo diplomatico, ha sottolineato il ruolo fondamentale che l’Ambasciatore Cortese ha avuto nel rafforzare i legami tra i due Paesi. Grazie alla sua dedizione e visione strategica, le relazioni culturali, economiche e politiche tra il Brasile e l’Italia sono state arricchite e consolidate, contribuendo così a un dialogo internazionale sempre più proficuo. Abrajinter, con questo riconoscimento, ha voluto onorare non solo le sue capacità diplomatiche, ma anche il suo incessante lavoro volto a facilitare la cooperazione tra le nazioni, favorendo scambi che vanno ben oltre gli ambiti istituzionali, spaziando nelle aree della cultura, dell’economia e della scienza. Nel suo intervento durante la cerimonia, l’Ambasciatore Cortese ha espresso gratitudine per il riconoscimento ricevuto, sottolineando l’importanza di continuare a lavorare per un rafforzamento reciproco delle relazioni, sempre più orientato al rispetto, alla comprensione e al miglioramento delle condizioni comuni. Il suo discorso è stato un richiamo all’importanza della diplomazia come strumento per la pace e per la crescita condivisa tra i popoli. Il premio “Ambasciatore dell’Anno 2024” a Cortese non è solo un tributo alla sua carriera, ma anche un simbolo del forte legame che unisce le due nazioni, un rapporto che continua a crescere sotto la sua guida, dimostrando quanto l’Italia e il Brasile siano uniti da un impegno comune per il futuro. Giuseppe Arnò Foto arquivio ASIB

Per saperne di più »

Kick Boxing, lo sport più amato dai…

Kick Boxing, lo sport più amato dai “colletti bianchi” Uno dei Maestri italiani più apprezzati, Franco Scorrano, presidente W.F.C. Sport da Combattimento e Arti Marziali, e della W.B.F.C., racconta come questi sport considerati “fisici”, amatissimi anche dalle donne, siano in realtà qualcosa di molto più profondo, scelti soprattutto da dirigenti e manager Roberta Damiata 11 Settembre 2024 – 22:15 Da sinistra Alessandro Piavani Camillo Manera e Franco Scorrano La nuova immagine degli sport da combattimento è quella di atleti “dai colletti bianchi”, tanti muscoli quanto cervello. È questo il nuovo trend che sta prendendo piede ormai da qualche anno tra i manager di ogni età. Un tipo di sport, questo, che solo all’apparenza è fisico, in realtà viene scelto soprattutto per una motivazione fondamentale: acquisire forza non tanto per imporla, ma per dominarla. I benefici mentali di questo sport “Un esercizio che nel tempo aumenta la fiducia in se stessi e quindi stimola la leadership, favorisce la concentrazione e riduce lo stress rendendo più lucidi – spiega Franco Scorrano uno dei Maestri di arti marziali più apprezzati, atleta agonista, insegnante, fondatore di grandi centri sportivi e fondatore e presidente della W.F.C. Sport da Combattimento e Arti Marziali e della W.B.F.C. oltre che Responsabile Nazionale A.S.I., settore Sport da Combattimento Moderno, riconosciuto dal CONI – Apparentemente infatti si tratta di dare pugni e calci a un avversario, ma poi ti accorgi che il tuo avversario sei tu. L’allenamento riguarda indirettamente i muscoli, perché in primis riguarda la tua mente. In ogni caso praticare uno sport che mixa tecniche di arti marziali e pugilato favorisce anche il benessere del corpo e mantiene in linea”. I professionisti che frequentano i corsi Fra i neo istruttori usciti dai corsi del Maestro Scorrano, Cristian Girardi, 25 anni, nella vita privata disegnatore e progettista 3D. “Ho voluto fare questo corso – spiega – perché mi piacerebbe poter trasmettere tutti i valori e le conoscenze ai ragazzi che si approcciano per la prima volta agli sport da combattimento, per essere un esempio sia sportivo sia come persona”. Il 49enne Biagio Di Bella, National Service Manager per un’azienda leader nel settore automotive per la sostituzione e riparazione dei vetri dei veicoli, racconta di essersi “dedicato al corso istruttori di sport da combattimento per il desiderio di completarmi a livello tecnico /tattico mettendomi anche in discussione e per evolvermi come persona considerando il ruolo di istruttore estremamente delicato a livello interpersonale: è un po’ come ricoprire il ruolo del padre. Ora mi aspetto di affiancare il mio maestro contribuendo alla crescita dei più giovani per accompagnarli nel loro percorso sportivo e umano”. Uno sport con “il nastro rosa” Erroneamente si tende a pensare che questo sia uno sport maschile, ma in realtà non è così, la Kick Boxing infatti inizia a conquistare pure le donne. Tra i 27 diplomati istruttori con il Maestro Scorrano quest’anno se ne contano ben 3: Alessia Kullmann di Arenzano (GE), neo istruttrice di Muay Thai e K1 Rules, Arianna Ruggieri di Rodano (MI), per il Pugilato e Greta Paina di Milano per Kick boxing e K1 Rules. Storie di “donne” Alessia ha 22 anni e ha deciso di fare l’istruttrice per poter trasmettere la sua passione per la Muay Thai a chiunque voglia imparare questo sport. “Ho fatto il corso – rivela – per poter certificare le mie conoscenze che ho appreso in anni di pratica della Muay Thai e approfondirne la tecnica. È stato fondamentale cimentarmi anche con altre discipline che mi hanno reso più completa come istruttrice e atleta. Spero di poter presto insegnare nella palestra in cui sono cresciuta maggiormente, quella del maestro Riccardo Ruscelli e del coach Luca Gaziano e, in futuro, di poter conseguire anche il titolo da Maestro”. Arianna è ancora più giovane ed è una studentessa di appena 18 anni. “Ho deciso di fare il corso di formazione Istruttori perché voglio crearmi una vita basata sullo sport che pratico, il pugilato -racconta -. Adesso che finalmente ho conseguito questo titolo posso continuare il mio percorso all’insegna dello sport non soltanto allenandomi ma anche insegnando agli altri tutto quello che è il mondo degli sport da combattimento”. Greta Paina, 23 anni, ha appena conseguito la laurea triennale e presto andrà a fare il servizio civile. “Ho frequentato il corso perché volevo accrescere il mio bagaglio di sapere per poter poi insegnare agli altri. In futuro spero di mettere in pratica questo obiettivo per progetti educativi e non”. La “visione” di Scorano “Le arti marziali sono nate per combattere, ma noi le insegniamo come sport cioè come gioco, un divertimento sano, intelligente, che deve contribuire a formare la persona per renderla migliore – spiega Scorrano, 64 anni 7° DAN di Karate Shotokan, già titolare della squadra Azzurra, Laurea ad honorem alla Unitelematica Leonardo da Vinci (Zurigo, Svizzera) in Scienze delle attività motorie e sportive, indirizzo di Sport da combattimento, e autore del libro Gli sport da combattimento moderni– Per questo selezioniamo con attenzione i nuovi iscritti valutandone le motivazioni. Noi Maestri abbiamo in questo una grande responsabilità. Il luogo di pratica ha una sua sacralità perché un tempo lì i guerrieri combattevano per la vita o per la morte. Occorre uno stile di comportamento adeguato, ad iniziare dall’imparare il saluto e il rispetto”. Cosa è la WBFC La World Boxing Fighters Corporation riunisce oltre 250 club affiliati su tutto il territorio nazionale; organizza ogni anno 35–40 eventi sportivi (Kick boxing, Boxe, Muay Thai, MMA), seminari, competizioni e Galà di sport da combattimento, che richiamano migliaia di spettatori. Organizza inoltre campionati nazionali, europei e mondiali, amatori e promozionali; corsi di formazione per arbitri/giudici, istruttore/maestro di tutti gli sport da combattimento moderno e arti marziali, mental trainer, personal trainer e preparatori atletici, sport da ring. “Abbiamo referenti in tutto il mondo, perfino in Afghanistan”, conclude il maestro Scorrano. Fonte: https://www.ilgiornale.it/news/altri-sport/kick-boxing-sport-pi-amato-dai-colletti-bianchi-2367608.html

Per saperne di più »
NOTIZIE CORRELATE

Vedi anche

Claudia Cardinale, l’eterna Angelica, lascia il palcoscenico della vita. Una bellezza indomita che resta, mentre satrapi e imperatori si dissolvono.

Dove non arrivano le portaerei, arrivano i semiconduttori. Una piccola isola armata di wafer e intelligenza artificiale affronta il colosso.

Il pagellone del lunedì: manicomio Roma, fenice Milan, Juve abulica, Napoli cinico. Fine settimana nel quale si è visto un.