Perle di pensiero: Antonio Bini

Il movimento scismatico promosso dall’ex parroco siciliano Alessandro Minutella e la divulgazione delle immagini del Volto Santo di Manoppello. Alcune riflessioni Antonio Bini Avevo colto circa tre anni fa l’interesse dell’ex parroco siciliano per il Volto Santo, ma non avevo poi seguito gli sviluppi del movimento creato da Minutella, sacerdote scomunicato con decreto del 15 agosto 2018 dall’arcivescovo di Palermo mons. Corrado Lorefice, “in quanto incorso nel delitto di eresia e di scisma”, successivamente dimesso allo stato laicale il 13 gennaio 2022.                                                   Ho quindi ritenuto opportuno passare in rassegna centinaia di contenuti scritti e video generati – soprattutto negli ultimi mesi – per cercare di comprendere le preoccupazioni che mi sono state espresse. Per alcuni giorni mi sono dedicato a questa ricerca rimanendo spesso sconcertato di fronte all’alternarsi di sequenze che si presentano lineari e comprensibili, con altre divagazioni, se non anche con scatti d’ira, o da post dal contenuto francamente delirante, o comunque contraddittorio. Una lettura che alla lunga confonde e disorienta. Da quanto si è potuto leggere e soprattutto ascoltare dallo stesso Minutella, la sua visione fortemente critica del pontificato di papa Francesco deriverebbe dalla circostanza per cui Benedetto XVI non avrebbe rinunciato alla carica ma solo ad esercitarla, e di conseguenza l’elezione di papa Francesco non avrebbe alcuna validità. La non condivisione di interpretazioni teologiche, di visioni alternative o aperture su temi significativi, che hanno visto e vedono divisioni rispetto a posizioni più tradizionali, hanno portato l’ex parroco ad individuare nel presunto vizio legato all’elezione del successore di Benedetto XVI, ritenuto l’ultimo papa legittimo, la conseguente nullità dell’elezione di papa Francesco. Una soluzione “semplificata” per considerare l’invalidità di tutti atti dallo stesso adottati, fino a parlare di antipapa, di Satana che si era impadronito della Chiesa, ecc. Occorre anche ricordare che posizioni simili non riguardano certo soltanto l’ex parroco siciliano, ma interessano altri sacerdoti, giornalisti e opinionisti, gruppi, non solo in Italia, con interpretazioni critiche rilanciate e amplificate spesso sul web, sui social e anche attraverso la pubblicazione di libri e articoli. In proposito si riepilogano preliminarmente i termini della vicenda della rinuncia di Papa Benedetto XVI: Benedetto XVI ha pubblicamente annunciato la volontà di lasciare la guida della Chiesa con sua “declaratio” in data 11 febbraio 2013, pronunciata innanzi ad una cinquantina di cardinali, oltre a vescovi e altri; dal testo in lingua latina, tradotto in altre sette lingue e diffuso dalla Santa Sede, emerge come la motivazione fu chiaramente ricondotta alle proprie condizioni fisiche, perché “le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare il mistero petrino”; nella lettera Benedetto sottolineò come l’atto fosse stato formalizzato “con piena libertà”, ossia senza costrizioni o condizionamenti di sorta; inequivocabile la volontà di lasciare definitivamente la carica, e non solo il suo temporaneo esercizio, allorché indicò non solo la data ultima del 28 febbraio 2013, ma anche l’ora esatta di cessazione delle funzioni – le ore 20 della stessa giornata – individuate come inizio della sede vacante, ricordando anche che “dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l’elezione del nuovo Sommo Pontefice”; egli stesso scelse di per sé di assumere il titolo di “papa emerito”; nel conclave convocato a partire dal 12 marzo 2013, il cardinale Jorge Mario Bergoglio venne eletto papa, assumendo il nome di Francesco. I 115 cardinali presenti nel conclave erano stati tutti creati dallo stesso Benedetto XVI e dal suo predecessore Giovanni Paolo II, anch’egli ritenuto “papa legittimo”. Non si ha notizia di dubbi di sorta espressi dai cardinali prima, durante o dopo il conclave. Per comprendere la scelta del papa tedesco è utile rileggere il dettagliato racconto di mons. Georg Gänswein, pubblicato con il titolo “Nient’altro che la verità. La mia vita al fianco di Benedetto XVI, Piemme, gennaio 2023. La sua preziosa e autorevole testimonianze di fidato collaboratore del papa, permette di cogliere una serie di circostanze che progressivamente devono aver indotto a riflettere sulla sua guida della Chiesa osservando il pontificato di Giovanni Paolo II, in relazioni al peggioramento delle condizioni di salute nel corso degli anni, ma anche le riflessioni indotte dalla visita alle reliquie di san Celestino V a L’Aquila il 28 aprile 2009, all’indomani del terremoto che sconvolse l’Abruzzo interno. In quell’occasione colpì molto il gesto di deporre il suo pallio sulle spoglie di Celestino custodite, presso la Basilica di Collemaggio. Un atto simbolico di alta considerazione nei confronti del papa del “gran rifiuto”, che apparve denso di significati, anche se le storie dei due papi non sono certamente assimilabili. Benedetto tornò nuovamente a rendere omaggio alle reliquie di Celestino il 4 luglio 2010, a Sulmona, dove le spoglie furono temporaneamente spostate da L’Aquila per gli ottocento anni dalla nascita del papa eremita. Si apprende inoltre che Benedetto XVI non si interessasse delle voci sul “Gruppo di San Gallo”, riferite ad un piccolo gruppo di cardinali e vescovi che dal 1996 al 2006 si incontravano annualmente, ospiti dello scomparso vescovo di San Gallo Ivo Fürer, per confrontarsi su questioni ecclesiastiche. Nella narrazione di mons. Gänswein trovano ampio spazio le preoccupazioni di Benedetto XVI nell’affrontare fisicamente il procedere dell’età nell’approssimarsi dell’appuntamento della GMG in Brasile (22-29 luglio 2013), mentre si viene a sapere di una caduta all’indietro del papa (in occasione della GMG Madrid, agosto 2011) mentre era intento a sbarbarsi, che provocò una ferita saturata con alcuni punti. In quel periodo, non potevano certo mancare i riflessi dello scandalo Vatileaks, che videro coinvolto il suo aiutante di camera, per la sottrazione e divulgazione di documenti riservati. Mons. Gänswein giunge poi a ritenere “assolutamente inesistente” nel testo della rinunzia la distinzione tra munus e ministerium, sostenuta dal giornalista Andrea Cionci, che ipotizzò il concetto della “sede impedita”, parimenti ritenuta assurda, in quanto lontana dalla modalità con cui Benedetto XVI ha vissuto, “dove ha incontrato chi ha voluto, scritto a chiunque desiderasse e pubblicato tutto ciò che ha ritenuto opportuno” (p. 276). Un contesto ben diverso da quello subito dal dimissionario Celestino V ad opera del successore Bonifacio VIII. Soltanto nell’agosto scorso,

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AQ – “Cordata X l’Africa”

Grande successo al Monastero  San Basilio per il recital “Forza Venite Gente”, nell’ambito della 19ª edizione della “Cordata X l’Africa”   L’Aquila, 31 agosto 2025 – dopo il debutto nella Chiesa di San Francesco d’Assisi a Pettino e la replica nella parrocchia di San Pietro Apostolo a Coppito, il recital “Forza Venite Gente” è tornato in scena mercoledì 27 agosto scorso,  nel suggestivo Monastero San Basilio dell’Aquila, ospitato all’interno del programma della 19ª edizione di solidarietà Cordata X l’Africa.   Lo spettacolo, ispirato alla vita di San Francesco d’Assisi, ha proposto ancora una volta un’esperienza intensa e coinvolgente, capace di unire spiritualità, arte e condivisione. Il messaggio di pace, fratellanza e inclusione ha attraversato ogni scena e ogni canzone, interpretate da un cast composto interamente da volontari non professionisti: giovani aquilani e membri delle comunità parrocchiali cittadine, uniti dalla passione, dalla fede e dallo spirito di servizio.   La chiesa di San Basilio era stracolma di fedeli e spettatori, tanto che molti non hanno potuto trovare posto all’interno. I brani del celebre musical sono stati eseguiti dal vivo, con autenticità e grande trasporto. La serata ha contribuito anche alla raccolta fondi per le monache Benedettine Celestine, custodi della “Casa di Celestino”, ultime eredi al mondo dell’Ordine fondato da San Pietro Celestino.   Particolarmente toccanti le parole di don Dante, parroco della parrocchia San Francesco d’Assisi di Pettino, che ha sottolineato: “Il mondo ha bisogno di armonia. Ogni persona è chiamata a fare armonia in se stessa e nel proprio habitat. Gesù ci ha indicato la strada, San Francesco l’ha percorsa: ora tocca a noi. Il gruppo ‘Forza venite gente’ e ogni suo componente, si senta impegnato ad annunciare e realizzare l’armonia.”   Il recital è stato coordinato da Elio Colabianchi, la parte tecnica è stata curata da Fabrizio Ruzza, mentre la voce narrante è stata affidata al noto attore aquilano Ugo Capezzali, che ha dato ulteriore intensità alla rappresentazione, tutti su base volontaria.   Il recital, che ha già emozionato centinaia di spettatori nelle sue repliche, si conferma come una vera esperienza di evangelizzazione attraverso l’arte, capace di toccare i cuori di persone di tutte le età.   Nei prossimi giorni verranno comunicate le date delle nuove repliche in città, che si preannunciano già molto attese.   Ufficio stampa MissiOn Amici di San Basilio [email protected] 3283350917 Profilo Facebook: Amici di San Basilio

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Pier Giorgio Frassati

  Un libro sul giovane torinese che il 7 settembre sarà dichiarato Santo da papa Leone XIV     Nel centenario della sua nascita al cielo e nell’anno in cui sarà canonizzato a Roma da Papa Leone XIV insieme al beato Carlo Acutis il 7 settembre, torna all’attenzione del pubblico giovane e degli educatori la figura luminosa di Pier Giorgio Frassati. Il nuovo volume di Marco Pappalardo – docente di Lettere al Liceo Cutelli-Salanitro di Catania e pubblicista collaboratore di Avvenire – dal titolo Pier Giorgio Frassati, una vita da prima pagina (Edizioni Paoline), offre un ritratto vivido e coinvolgente di un giovane che, vissuto all’inizio del Novecento, seppe coniugare fede e vita quotidiana con naturalezza e radicalità. Frassati, figlio del fondatore e primo direttore de La Stampa, apparteneva a una famiglia benestante torinese, ma non si sentì mai un privilegiato. Al contrario, spese i suoi anni migliori nell’impegno verso i poveri e i malati, nella partecipazione attiva ad associazioni, confraternite, iniziative politiche e nella diffusione della buona stampa. Allo stesso tempo, era un giovane sportivo, appassionato di montagna, capace di scherzare con gli amici della “Società dei Tipi Loschi”, di suonare, cantare e ridere, ma sempre con il Rosario in tasca e lo sguardo rivolto a Cristo. La sua modernità risiede proprio in questa armonia: fede intensa e gioiosa, unita a un forte impegno sociale e a una vita piena, mai bigotta o rinunciataria. Il libro, arricchito dalle illustrazioni di Tommaso Spadaro e da una grafica che richiama la struttura dei quotidiani, racconta Frassati come se fosse protagonista di cronaca, sport, cultura e costume. Non mancano schede strutturate secondo le 5W del giornalismo, che stimolano il lettore – singolo o in gruppo – a porsi domande e a confrontarsi con la propria esperienza. In questo modo Pappalardo propone ai preadolescenti, adolescenti, giovani e agli educatori una figura di “credente credibile”, capace di incarnare la santità come scelta di vita semplice e radicale. La testimonianza di Frassati rimane sorprendentemente attuale. La sua capacità di conciliare divertimento e impegno, sogno e praticità, fa di lui un modello credibile per i giovani di oggi. La sua vita ci invita a credere che “è dei giovani cambiare il mondo”: costruendo ponti di speranza, percorsi di pace, strade di solidarietà. Non cercò mai la fama né il riconoscimento, ma visse ogni giorno con gioia contagiosa, spendendo sé stesso per gli altri. Quando morì prematuramente, l’intera Torino lo accompagnò al funerale: accanto ai notabili c’erano soprattutto i poveri che egli aveva vestito e curato. I genitori, distrutti dal dolore, scoprirono solo allora il mistero profondo del figlio, la ricchezza della sua vita interiore e il valore del servizio silenzioso che aveva reso agli ultimi. Non fu la fine di un giovane promettente, ma l’inizio di un’eredità spirituale che continua a ispirare: un cristianesimo fatto di concretezza, gioia e carità, che insegna a vivere le Beatitudini nel quotidiano. Il libro Pier Giorgio Frassati, una vita da prima pagina non è soltanto una biografia, ma un invito a guardare con occhi nuovi alla santità, mostrandola come possibilità reale e contagiosa, capace di parlare a ragazzi e adulti, che illumina il presente con la forza di una vita spesa per il bene. Marco Pappalardo, docente di Lettere presso il Liceo Classico “Cutelli e Salanitro” di Catania, ha insegnato discipline relative alla comunicazione presso l’Università di Catania, lo Studio Teologico San Paolo di Catania e l’Istituto Teologico San Tommaso di Messina. Pubblicista dal 1997, collabora con Avvenire, Credere, La Sicilia (per cui cura da 10 anni una rubrica settimanale dal titolo “Diario di prof”), Note di Pastorale Giovanile e i blog www.vinonuovo.it e www.interris.it. Ha scritto più di 40 libri (alcuni tradotti in più lingue) per bambini, ragazzi, giovani e educatori, collaborando con le editrici San Paolo, Paoline, Libreria Editrice Vaticana, Elledici, Effatà, Il Pozzo di Giacobbe. Da tre anni è il Direttore dell’Ufficio per la Pastorale Scolastica dell’Arcidiocesi di Catania e da un anno il Direttore dell’Ufficio per l’Educazione Cattolica, la Scuola e l’Università della Conferenza Episcopale Siciliana.   Breve Bio Marco Pappalardo, docente di Lettere presso il Liceo Classico “Cutelli e Salanitro” di Catania, ha insegnato discipline relative alla comunicazione presso l’Università di Catania, lo Studio Teologico San Paolo di Catania e l’Istituto Teologico San Tommaso di Messina. Pubblicista dal 1997, collabora con Avvenire, Credere, La Sicilia (per cui cura da 10 anni una rubrica settimanale dal titolo “Diario di prof”), Note di Pastorale Giovanile e i blog www.vinonuovo.it e www.interris.it. Ha scritto più di 40 libri (alcuni tradotti in più lingue) per bambini, ragazzi, giovani e educatori, collaborando con le editrici San Paolo, Paoline, Libreria Editrice Vaticana, Elledici, Effatà, Il Pozzo di Giacobbe. Da tre anni è il Direttore dell’Ufficio per la Pastorale Scolastica dell’Arcidiocesi di Catania e da un anno il Direttore dell’Ufficio per l’Educazione Cattolica, la Scuola e l’Università della Conferenza Episcopale Siciliana.    Fonte: Goffredo Palmerini 

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L’Aquila si prepara alla 731ª Perdonanza

IL PRIMO GIUBILEO DELLA STORIA Il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, il 28 agosto aprirà la Porta Santa di Collemaggio               Articolo di Goffredo Palmerini L’AQUILA – Sarà il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato della Santa Sede, ad aprire la Porta Santa della Basilica di Santa Maria di Collemaggio, battendovi tre colpi con il bastone d’ulivo del Getsemani, come prescrive il suggestivo rito d’apertura della Perdonanza, il primo Giubileo della storia della Cristianità. Fu concesso vivae vocis oraculo da Papa Celestino V all’atto della sua incoronazione a pontefice, avvenuta a L’Aquila il 29 agosto 1294, e un mese dopo sancito con la Bolla Inter Sanctorum solemnia. Una vera rivoluzione la concessione dell’indulgenza plenaria a chiunque, sinceramente pentito e confessato, ogni anno avesse varcato la soglia della Basilica di Collemaggio dai Vespri del 28 agosto a quelli del 29. Da quel 29 agosto 1294, in virtù della Bolla che la istituì, il cui originale è conservato dalla Municipalità aquilana e custodito, fino al 6 aprile 2009, nella Cappella blindata della Torre civica – dove tornerà dopo il restauro dai danni inferti dal terremoto –, a L’Aquila  ogni anno si vive questo speciale giubileo di un giorno, giunto alla sua 731.ma edizione, culmine d’una settimana di grandi eventi religiosi, artistici e culturali e d’un imponente Corteo che dal Palazzo municipale reca la Bolla della Perdonanza alla Basilica di Collemaggio. Tra gli eventi che si terranno dal 23 agosto, con l’accensione del tripode con il Fuoco giunto dall’eremo del Morrone, al 29 agosto a chiusura della Porta Santa e fino al giorno successivo, tutti di notevole valenza e con artisti di fama internazionale, spiccano anche convegni ed incontri che richiamano e approfondiscono il valore dell’universale messaggio di perdono che Celestino V ha donato all’umanità. Il lascito spirituale che papa Celestino affidò 731 anni fa alla città dell’Aquila ne fanno una singolare “Capitale del Perdono, della Riconciliazione e della Pace”, come papa Francesco la definì nella sua storica visita pastorale alla Perdonanza, il 28 agosto 2022 – primo pontefice dal 1294 -, aprendo la Porta Santa di Collemaggio. Come si diceva, ci saranno diversi convegni e incontri sul tema del Perdono, coniugato a quello della Speranza caratterizzante il grande Giubileo 2025. Si inizia già dal 23 agosto, giorno inaugurale della Perdonanza n. 731. Nella mattinata, presso la Sala ipogea del Consiglio Regionale d’Abruzzo, il Convegno Storico e Pastorale “Il cammino della vita cristiana in un intreccio di Speranza e Pazienza – Celestino V e la cultura del Perdono”, promosso dall’Istituto Superiore di Scienze Religiose dell’Aquila. Nel pomeriggio, alle ore 16:30, presso l’Auditorium del Parco – Renzo Piano, si terrà il 3° Summit nazionale “Il Perdono nutre il mondo” con tema “La Speranza dà coraggio e apre al futuro”. Presenze istituzionali e relatori di notevole caratura, quali Michelangelo Tagliaferri (sociologo e fondatore dell’Accademia di Comunicazione), Carmina Gallucci (Avvocato), Fra’ Giulio Cesareo (responsabile Comunicazione Sacro Convento di Assisi), Luciano Gualzetti (Direttore Caritas Ambrosiana), Maria Stella Gelmini (Senatrice), Serena Porciani (Fondazione Daniel Lumera), Ernesto Albanello (Psicoterapeuta), Marina Scipione (Psicoterapeuta e mediatrice familiare), Marcello Balestra (Produttore discografico e scrittore). L’evento, aperto dai saluti del Sindaco dell’Aquila, Pierluigi Biondi, dal Prefetto dell’Aquila, Giancarlo Di Vincenzo, in rappresentanza della Presidenza del Consiglio dei Ministri, dall’Assessore Regionale alla Cultura, Roberto Santangelo, dal Rettore dell’Università dell’Aquila, Edoardo Alesse, e del Presidente di L’Aquila Made In, Goffredo Palmerini, sarà introdotto dal giornalista e scrittore Angelo De Nicola e moderato da Francesca Pompa, Presidente One Group. Altri incontri di riflessione sono contemplati nel programma della 19ma edizione della Cordata per l’Africa, organizzato dall’associazione Amici di San Basilio presso lo stupendo Monastero celestiniano di San Basilio. Ma ora torniamo Pietro del Morrone, dopo la notizia della sua elezione a Papa, avvenuta a Perugia il 5 luglio 1294 dove il Conclave era riunito da ben 27 mesi… *** Il vegliardo monaco, Pietro Angelerio, arrivò all’Aquila il 27 luglio 1294 dall’eremo sul monte Morrone. Un asino la sua cavalcatura, come Gesù entrando a Gerusalemme. Lo accompagnava un lungo corteo festante: due sovrani, Carlo II d’Angiò e suo figlio Carlo Martello, re d’Ungheria, alti prelati e dignitari, e tanta popolo che man mano si era aggiunto, durante il viaggio che da Sulmona lungo la Valle Subequana lo conduceva all’Aquila. Dal 5 luglio l’umile religioso era stato eletto al soglio pontificio, dopo 27 mesi di conclave a Perugia. Pietro del Morrone sarebbe dunque diventato Papa Celestino V. Giungeva finalmente all’Aquila, la città che tanto amava e dove, di ritorno da Lione, egli aveva fatto edificare la splendida abbazia gotica di Santa Maria di Collemaggio. Aveva scelto L’Aquila, malgrado i cardinali secondo prassi lo esortassero a raggiungere Perugia, per la solenne incoronazione, fissata al 29 agosto, festività di San Giovanni Battista. La sua elezione era stata salutata da grande entusiasmo, interpretata come un segno profetico per la Chiesa da coloro che attendevano la venuta d’un Pastore angelico. Era stata infatti vaticinata un’Era dello Spirito per restituire all’umanità tormentata di quel secolo una spiritualità nuova e per redimerla dalla decadenza e dal disordine. La Chiesa si sarebbe finalmente liberata dei vincoli con il potere terreno, come avevano predicato l’abate calabrese Gioacchino da Fiore nella seconda metà del XII secolo, e qualche anno dopo Francesco d’Assisi, scegliendo la povertà. Il carisma del nuovo Pontefice, l’aura di santità che lo accompagnava, il prestigio morale che gli aveva permesso di fondare e far riconoscere l’Ordine dei Celestini, secondo la regola di San Benedetto, sembravano proprio i segni dell’avverarsi di quella profezia. I suoi monaci dall’Abruzzo s’erano diffusi in Molise, Puglia e Campania. Edificavano monasteri, eremi su aspre montagne e grandi abbazie. Erano solleciti verso poveri e bisognosi, con una perfetta organizzazione sul territorio che ricordava i Cistercensi dei secoli addietro. Al tramonto, dunque, il Papa giunse all’Aquila. Da Sulmona, lungo il percorso, era stata un tripudio d’entusiasmo. Il popolo l’amava. Si era arrivati nella “città nuova”, fondata nel 1254 anche per volere degli Svevi, come certifica il decreto emesso da re Corrado IV, figlio dell’imperatore

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TE – San Gabriele dell’Addolorata – Gran concerto

  SANTUARIO DI SAN GABRIELE 64045 S. GABRIELE  (TE) Cel.. 3484755206 – 0861 97721 e-mail: [email protected] internet: www.sangabriele.org                  …………………………………………………………………………………………………………….   COMUNICATO   STAMPA   N. 713  (14 agosto 2025)       Festa popolare di San Gabriele, grande concerto giubilare   La festa popolare di San Gabriele dell’Addolorata in questo anno giubilare avrà un risalto particolare. La festa del santo dei miracoli, in programma domenica 31 agosto 2025, sarà preceduta da una solenne novena di preparazione che vedrà confluire al santuario tutte le 154 parrocchie della diocesi di Teramo-Atri. Dal 21 al 30 agosto, ogni sera una forania (insieme di più parrocchie) della diocesi parteciperà al santuario alla preparazione alla festa del santo. Il programma di ogni giorno della novena prevede, alle ore 17.30, il ritrovo nel parcheggio comunale di Isola del Gran Sasso e il pellegrinaggio giubilare verso il santuario con un percorso di 3 chilometri che nell’ultimo tratto ripercorre il tragitto che il giovane santo faceva spesso quando viveva a Isola del Gran Sasso. Quindi seguirà, alle ore 19, la messa giubilare e l’offerta dell’incenso al santo con benedizione della reliquia. La novena si concluderà sabato 30 agosto, alle ore 20.30, con un grande concerto giubilare dell’Orchestra da Camera Fiorentina. Domenica 31 agosto sarà celebrata solennemente la festa di San Gabriele, cui parteciperanno migliaia di pellegrini da varie parti d’Italia. Alle ore 17 si terrà la solenne processione con l’urna del santo. Grande concerto giubilare dell’Orchestra da Camera Fiorentina     Sabato 30 agosto, alle ore 20.30, l’Orchestra da Camera Fiorentina (Firenze) terrà un grande concerto giubilare nel nuovo santuario. Reduce da due recenti trionfali tournèe nel mese di luglio in Tunisia e in Cina, dove ha tenuto numerosi concerti, l’Orchestra è diretta dal Maestro Giuseppe Lanzetta. Violino solista sarà il giovane sedicenne enfant prodige del violino, Leone Pini, che ha già vinto numerosi concorsi nazionali e internazionali, mentre tromba solista sarà Camilla Dragoni. L’Orchestra, che offrirà gratuitamente la propria esibizione, è composta da una quarantina di elementi, eseguirà musiche di Rossini, Beethoven, Tchaykowsky, Morricone, Lanzetta Ortolani, Rota, Piovani. Le spese di soggiorno dell’Orchestra saranno sponsorizzate dal GAL Gran Sasso Laga. L’ingresso al concerto è libero.   Maestro Giuseppe Lanzetta Nato a Montecorvino Rovella (Salerno), il Maestro Giuseppe Lanzetta ha studiato al Conservatorio Luigi Cherubini di Firenze, dove si è diplomato in musica corale, direzione di coro e polifonia vocale sacra, strumentazione per banda e composizione. Ha diretto orchestre da Camera e sinfoniche in Italia ed Europa. Nel novembre 2003 Lanzetta ha debuttato a Berlino dirigendo la Berliner Symphoniker. Nel maggio 2006 ha diretto per la prima volta alla Carnegie Hall di New York, dove è tornato nel 2008-2009. Nell’agosto 1992 ha partecipato al Festival di Salisburgo. Dal 1987 è stato direttore ospite delle più importanti orchestre di Città del Messico. Ha diretto cori famosi come quello del Teatro Comunale di Firenze, l’International Choir of Leuven (Belgio) e il Madrigal Choir di Bucarest. A partire dal 1986 ha diretto importanti orchestre americane. Dal 1981 è il direttore musicale stabile dell’Orchestra da Camera Fiorentina, con la quale ha tenuto oltre 1800 concerti di vario repertorio per prestigiose istituzioni concertistiche come la RAI. Con la stessa Orchestra ha effettuato 28 tour in diversi paesi tra cui USA, Messico, Malta, Spagna, Tunisia, Cina, esibendosi nei teatri più importanti. Lanzetta è stato invitato più volte come direttore ospite a Vienna. In America e in Europa ha collaborato con solisti famosi. Ha anche lavorato con Roberto Benigni in un memorabile concerto in Piazzale Michelangelo a Firenze e ha diretto molti dei concerti di Capodanno della Città di Firenze.  UFFICIO  STAMPA responsabile: VINCENZO FABRI e-mail: [email protected] internet: www.sangabriele.org   

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Cristianità- Rai Italia

CRISTIANITÀ- RAI ITALIA Venerdì 15 agosto 2024   Ospiti della puntata Mons. Josè Del Rio Carrasco, Goffredo Palmerini, Vincenzo Bocciarelli e Monica Jeler     ROMA – La festa dell’Assunzione di Maria al cielo, i luoghi che ricordano il transito della Vergine Madre di Dio e le manifestazioni della devozione mariana al centro della puntata del giorno nel quale la Chiesa celebra Maria Assunta al cielo in anima e corpo. Ancora le testimonianze dei giovani partecipanti al festival internazionale dei giovani a Medjugorie e le risposte di Papa Leone alle domande dei giovani giunti a Roma per il Giubileo.   Infine i preparativi per l’apertura della Porta santa della stessa Basilica di Collemaggio a L’Aquila, il 28 agosto, per il primo giubileo della storia della Chiesa, la Perdonanza, istituito nel 1294 da papa Celestino V. Di questo e di altro si parla venerdì 15 agosto 2025 a Cristianità, il programma televisivo di Rai Italia, realizzato e condotto da suor Myriam Castelli di in diretta dagli studi Rai di Saxa Rubra in Roma, dalle ore 9,45 alle ore 12,20.   Ospite della puntata Mons. Josè Manuel DEL RIO CARRASCO, del Dicastero per il Culto Divino, che spiega il significato della festa mariana odierna, il valore del dogma dell’Assunzione, l’importanza di Maria SS.ma nella vita spirituale dei cristiani.   L’altro ospite è Goffredo PALMERINI, giornalista e scrittore, molto vicino agli italiani nel mondo dei quali racconta storie e momenti significativi di vita e speranza, che dopo alcune riflessioni sull’ultimo Giubileo dei giovani di questo Anno Santo 2025, spiega la Perdonanza Celestiniana, la sua storia e le sue tradizioni e ricorda la visita di Papa Francesco di tre anni fa per l’apertura della Porta santa, la porta del perdono aperta da Papa Celestino V nel 1294 che è all’origine della tradizione degli Anni Giubilari nella storia della chiesa, iniziati poi con Bonifacio VIII nel 1300.   C’è anche un giovane attore di cinema e teatro, Vincenzo BOCCIARELLI, direttore di tutti i teatri di Siena, che guarda agli eventi internazionali che hanno visto arrivare giovani da ogni parte e osserva i cambiamenti più significativi che aprono alla speranza. Una particolare riflessione è riservata all’ottantesimo anniversario delle due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki.   Al centro la S. Messa diretta presieduta da Papa Leone dalla Chiesa parrocchiale di San Tommaso da Villanova a Castel Gandolfo e a mezzogiorno, sempre in diretta, l’Angelus del Papa dalla Piazza della Libertà, sempre a Castel Gandolfo.   L’altro ospite è Monica JELER, da Bangalore, professionista e sposa di un emigrato italiano in India, che offre la sua testimonianza sull’importanza di Maria nella sua vita di fede e sottolinea alcuni momenti significativi del Giubileo dei giovani di Tor Vergata. Monica ricorda anche l’odierna festa dell’indipendenza dell’India. La puntata è arricchita da servizi e diverse testimonianze dei giovani al santuario mariano di Medjugorie, tra i quali spicca il luogo dell’Assunzione in Terra Santa e un fatto straordinario accaduto durante l’ultimo conflitto mondiale a chi ha fatto del rosario la propria arma di salvezza.

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Lalli, Santa Maria del Carmine

SANTA MARIA DEL CARMINE: LA CHIESA DI ASSERGI DENTRO LE MURA DELL’AQUILA     di Giuseppe Lalli   Il legame sentimentale col passato prepara e aiuta l’intelligenza storica, condizione di ogni avanzamento civile, e, soprattutto, assai ingentilisce gli animi. Benedetto Croce   È a tutti noto che L’Aquila è una città di fondazione. Essa è nata per il concorso dei castelli del suo contado: quelli del territorio vestino e quelli del territorio amiternino. Ma non furono novantanove, che è numero simbolico, magico. In realtà essi furono non più di settanta. I principali tra di essi occuparono un posto loro assegnato (il “Locale”), nel quale ebbero una chiesa, una piazza, una fontana. Secondo un’originale caratteristica urbanistica, il castello d’origine, in qualche modo, si duplicava: esisteva dentro le mura cittadine senza cessare di esistere fuori di esse.   Tra questi castelli ci fu Assergi, che ebbe il suo Locale nel quarto di Santa Maria, dove la nuova chiesa, colà edificata nel tardo duecento, si chiamò, in omaggio a quella di provenienza, Santa Maria d’Assergi. Essa era, ed è, situata in fondo all’attuale Via del Carmine, che è, venendo idealmente da Piazza Regina Margherita, la seconda traversa che s’incontra a sinistra muovendo verso Corso Vittorio Emanuele II. Volendo andare, invece, sempre da Piazza Regina Margherita, verso Porta Castello, si arriva alla chiesa accedendo dalla prima traversa a destra, che si chiama, non a caso, Via Assergi.     Ma è ora che lo scrivente, nato e cresciuto ad Assergi, ceda la parola, come spesso gli capita di fare, a colui che per il passato ha illustrato, con rigore di storico e affetto di sacerdote, il paese, il suo santo, la sua chiesa: quel Nicola Tomei (1718-1792) che in una bella pagina della sua Dissertazione, dopo aver ricordato che «La principale Grancia della Chiesa di Assergi, e che di essa Matrice si può dire la filiana, fu la Chiesa detta ancor essa di S. Maria d’Assergi», e dopo aver egregiamente tratteggiato la cornice storica entro la quale avvenne la fondazione della città dell’Aquila e il concorso dei castelli, così scrive:   La maggior parte de’ Castelli trasportò nell’Aquila colla miglior parte de’ Cittadini la Chiesa Parrocchiale col Parroco, e suoi Canonici, se ne aveva; lasciò nel Castello un Sostituto per la cura delle anime de’ Filiani colà restati. Il Castello d’Assergi a differenza degli altri molti non fece così. Edificò nell’Aquila la sua Chiesa, mandò i suoi Cittadini; ma volle che la Chiesa dentro l’Aquila fusse la subordinata, e quella che restava nel Castello la principale col Proposto, e Canonici. Del che forsi ne fu cagione, perché essendo questa sommamente frequentata per ragion di S. Franco morto in quel Secolo della fondazione dell’Aquila, non pareva di doversi avvilire col mandarne il Capitolo all’Aquila, e lasciarvi un Sostituto. Se pure non ne fu cagione, perché in quel tempo vi stavano ancora i Monaci, che nel medesimo Secolo XIII si può credere di esserne partiti. […] Fu dunque dal Popolo d’Assergi eretta la Chiesa nell’Aquila nel proprio locale assegnato, che ancor oggi si chiama il Locale d’Assergi nelle pubbliche scritture. Ebbe la piazza, e la fontana (1).   Il buon Tomei ci fa anche sapere che la cura delle anime fu affidata ad un componente del clero assergese, vale a dire a un membro del Capitolo della chiesa parrocchiale (che era composta da quattro sacerdoti oltre il preposto) o un sostituto di esso (2).   La chiesa, «anche topograficamente dominatrice dell’ampio spiazzo» formato sul retro delle case dei Camponeschi dell’attuale Corso Vittorio Emanuele, tanto da interloquire con la prestigiosa famiglia Franchi, alla quale concedeva nel 1506 l’acqua della fontana, apparteneva ad uno dei castelli, quello di Assergi, tra i più colpiti dalla costruzione del castello spagnolo,  tanto da vedersi, nel 1557, smozzicato il campanile perché ritenuto, alto e massiccio com’era, un intralcio ai tiri delle artiglierie provenienti dalla fortezza eventualmente diretti contro la popolazione turbolenta (3) (era stato questo il vero motivo del ridimensionamento e non la gelosia contro gli assergesi da parte «del Regio Castello di fresco edificato», come riferisce un po’ frivolamente  Emidio Mariani – 1770/1850 – ) (4).     Si deve a questa decadenza («estinti già tutti i Popolari d’Assergi dentro l’Aquila» (5)) se la chiesa cittadina sarà ceduta nel 1609, non potendo più ad essa provvedere il Capitolo e l’Università del castello pedemontano. L’introduzione dei Carmelitani all’Aquila è legata a questa circostanza e si identificherà con la cessione a detta congregazione religiosa da parte di Assergi sia della chiesa sia del sito attiguo su cui verrà realizzato il convento (6).   E se la realizzazione finale di questa operazione è da ascrivere al clima di fervida spiritualità popolare propiziato dall’azione del vescovo Gonzalo de Rueda (1605-1622) e di Baldassarre de’ Nardis (1575-1630), nel più generale quadro della riforma cattolica (7), si deve allo zelo di un altro pastore, Mariano de Racciaccaris (1579-1592), un minorita, la chiamata in città dei Carmelitani, che «con general parlamento del 1583 furono accettati in Aquila […] e fu a loro dato il permesso di edificare il Convento» (8). E si pervenne alla cessione.   Del contenuto dell’«instrumento rogato da Notar Alessandro Francantonio d’Assergi nell’anno 1609» ci dice qualcosa Tomei. Fra i patti c’era che la chiesa dovesse sempre chiamarsi Santa Maria d’Assergi (impegno che non sarà rispettato) e fosse lecito di scolpire in qualunque luogo della chiesa lo stemma del castello (9). Il contratto inoltre prevedeva rapporti tra la chiesa e gli assergesi (alla quale, evidentemente, si sentivano ancora sentimentalmente legati), e pertanto ogni anno due o tre frati carmelitani avevano il dovere di recarsi al paese ed offrire un cero del valore di una libbra nella festa di San Franco, con il diritto di tenere una predica e di essere ospitati gratuitamente anche nella festa dell’Assunta; così come pure il preposto o un canonico di Assergi, trovandosi in città, doveva poter essere ospitato nel convento carmelitano (10).   Tomei ci fa altresì sapere che   Colla fabrica del Convento fu occupata la piazza, l’acqua

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Il Cardinale delle Radici Ritrovate: Francis Leo tra Paola e Montalto, pellegrino d’anima e di storia

Dal Santuario di San Francesco alla Madonna della Serra, il porporato canadese riscopre i luoghi della fede calabrese, delle sue origini e della missione Ardorina. Una visita segnata da spiritualità, identità e partecipazione delle comunità locali. dal nostro corrispondente Prof. Giuseppe Trotta Paola – Montalto Uffugo (14-15 luglio 2025)Un viaggio nel cuore della fede e delle radici, quello vissuto dal cardinale Francis Leo, arcivescovo metropolita di Toronto, nei giorni 14 e 15 luglio in Calabria. Due giornate scandite dalla preghiera, dalla memoria e dall’incontro con le comunità che da secoli custodiscono valori spirituali, arte sacra e un profondo senso di appartenenza. Il 14 luglio, il porporato canadese è tornato a Paola dopo ben 33 anni, per rivedere i luoghi legati a San Francesco, patrono della Calabria e figura amatissima anche tra gli emigrati. Alle ore 19, nel maestoso Santuario del Santo, ha presieduto la celebrazione eucaristica in occasione della festa votiva. A seguire, ha partecipato alla processione per le vie della città, accanto ai fedeli in festa e ai numerosi pellegrini accorsi per l’evento. Il giorno successivo, 15 luglio, l’alto prelato ha raggiunto Montalto Uffugo, dove è stato accolto con calore dalla famiglia dei Pii Operai Catechisti Rurali (Ardorini), fondata dal venerabile don Gaetano Mauro, figura profetica del Novecento ecclesiale. Qui ha celebrato la Santa Messa nel Santuario della Madonna della Serra, tra i più antichi e simbolici della regione (sorto nel 1227, restaurato in forme neoclassiche dopo il sisma del 1854), che conserva una venerata statua mariana e affreschi barocchi di rara bellezza. Non si è trattato solo di un momento liturgico, ma di un vero ritorno spirituale e storico: Leo ha infatti visitato il Museo Ruggiero Leoncavallo, l’unico in Italia completamente dedicato al musicista e compositore Ruggiero Leoncavallo, e naturalmente i luoghi dove visse e operò don Mauro, riconoscendo il valore pastorale di Montalto come “laboratorio d’avanguardia per una Chiesa in uscita”, secondo le parole del superiore generale padre Salvatore Cimino. Alla cerimonia hanno partecipato anche diverse autorità civili, a testimonianza della forte valenza comunitaria dell’evento: i sindaci di Montalto Uffugo, Lattarico, Rota Greca, Santo Stefano di Rogliano e San Donato di Ninea – quest’ultimo, in particolare, luogo d’origine degli antenati del cardinale Leo. Dopo la Messa si sono tenuti incontri con le autorità, i religiosi e i tantissimi fedeli giunti da tutta la regione. Nato a Montréal il 30 giugno 1971 da genitori italiani, Leo è stato creato cardinale nel 2024 dal compianto papa Francesco, che gli ha affidato il titolo cardinalizio di Santa Maria della Salute a Primavalle. Con sangue irpino e cosentino nelle vene – la madre originaria di San Martino Valle Caudina (AV), il padre di Belvedere Marittimo (CS) – l’attuale metropolita di Toronto mantiene un legame fortissimo con le sue origini. Nel suo ministero ha sempre avuto a cuore la diaspora italiana e in particolare la missione degli Ardorini in Canada, che furono accompagnati proprio dal venerabile don Gaetano Mauro. “La fede e la comunità vanno insieme – ha detto Leo – e per diventare santi bisogna vivere il Vangelo al 100%, con e per Gesù”. Una visita che ha unito spiritualità, affetto popolare e orgoglio identitario. A Montalto Uffugo, tra colline che sfiorano il Parco della Sila e una cucina contadina che parla ancora il linguaggio della terra, il cardinale Leo ha ritrovato non solo i luoghi della fede, ma un popolo che continua a camminare, radicato nella memoria e aperto al futuro.                                      

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Papa Leone: in questo mondo lacerato la Chiesa sia casa e scuola di comunione

30/06/2025 10:58   ROMA\ aise\ – “In questo mondo lacerato la Chiesa sia casa e scuola di comunione”: queste le parole di Papa Leone XIV di fronte ai fedeli e pellegrini giunti ieri, 29 giugno, in Piazza San Pietro per assistere alla recita dell’Angelus. Nella solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, Prevost si è affacciato alla finestra dello studio nel Palazzo Apostolico Vaticano e, nell’introdurre la preghiera mariana, ha ricordato che ieri si celebrava “la grande festa della Chiesa di Roma, generata dalla testimonianza degli Apostoli Pietro e Paolo e fecondata dal loro sangue e da quello di molti altri martiri. Anche ai nostri giorni, in tutto il mondo, vi sono cristiani che il Vangelo rende generosi e audaci persino a prezzo della vita”, ha sottolineato il Papa. “Esiste così un ecumenismo del sangue, una invisibile e profonda unità fra le Chiese cristiane, che pure non vivono ancora tra loro la comunione piena e visibile. Voglio pertanto confermare in questa festa solenne che il mio servizio episcopale è servizio all’unità e che la Chiesa di Roma è impegnata dal sangue dei Santi Pietro e Paolo a servire la comunione tra tutte le Chiese”. “La pietra, da cui Pietro riceve anche il proprio nome, è Cristo”, ha proseguito Leone. “Una pietra scartata dagli uomini e che Dio ha reso pietra angolare (cfr Mt 21,42). Questa Piazza e le Basiliche Papali di San Pietro e di San Paolo ci raccontano come quel rovesciamento continui sempre. Esse si trovano ai margini della città antica, “fuori le mura”, come si dice fino ad oggi. Ciò che a noi appare grande e glorioso è stato prima scartato ed espulso, perché in contrasto con la mentalità mondana. Chi segue Gesù si trova a camminare sulla via delle Beatitudini, dove la povertà di spirito, la mitezza, la misericordia, la fame e la sete di giustizia, l’operare per la pace trovano opposizione e anche persecuzione. Eppure, la gloria di Dio brilla nei suoi amici e lungo il cammino li plasma, di conversione in conversione”. “Cari fratelli e sorelle, sulle tombe degli Apostoli, meta millenaria di pellegrinaggio, anche noi scopriamo che possiamo vivere di conversione in conversione”, ha continuato il Papa, ricordando che “il Nuovo Testamento non nasconde gli errori, le contraddizioni, i peccati di quelli che veneriamo come i più grandi Apostoli. La loro grandezza, infatti, è stata modellata dal perdono. Il Risorto, più di una volta, è andato a prenderli per rimetterli sul suo cammino. Gesù non chiama mai una volta sola. È per questo che tutti possiamo sempre sperare, come ci ricorda anche il Giubileo”. “L’unità nella Chiesa e fra le Chiese, sorelle e fratelli, si nutre di perdono e di reciproca fiducia”, ha osservato ancora Papa Leone. “A cominciare dalle nostre famiglie e dalle nostre comunità. Se infatti Gesù si fida di noi, anche noi possiamo fidarci gli uni degli altri, nel suo Nome”. “Gli Apostoli Pietro e Paolo, insieme con la Vergine Maria, intercedano per noi”, ha concluso Prevost, “affinché in questo mondo lacerato la Chiesa sia casa e scuola di comunione”. (p.di dionisio\aise)

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RIPORTARE GESÙ CRISTO AL CENTRO

  I primi passi da…Leone di un agostiniano diventato papa   di Giuseppe Lalli   “Gesù Cristo rivela Dio all’uomo   e l’uomo a se stesso” (B. Pascal).     Il nome ‘Leone XIV’ scelto dal nuovo papa, il cardinale statunitense Robert Francis Prevost, nato a Chicago il 14 settembre 1955 da genitori figli di immigrati, è stata scelta felicissima. Esso evoca, in riferimento a chi lo ha portato nel passato, come meglio si chiarirà di seguito, la fede nel soprannaturale e la speranza nell’umanità, la dimensione verticale e quella orizzontale, le due braccia della croce, l’“et et”: la saggezza bimillenaria della Chiesa Cattolica, che tutto sempre abbraccia e tutto riconduce in alto.   Non è stata certo una scelta secondaria, ma frutto di una visione chiara, che attiene non ad ostentazione di potere ma alla consapevolezza del proprio ruolo e al carisma di cui la persona del papa è portatrice, l’aver indossato la mozzetta rossa, che richiama la dignità di pastore supremo della Chiesa e il legame con la tradizione, e la stola (la stessa indossata da Giovanni Paolo II (1978–2005) e Benedetto XVI (2005 –2013), simbolo della pienezza del sacerdozio, in una realtà ecclesiale, quella cattolica, dove la forma liturgica è sempre, in un modo o nell’altro, sostanza teologica. Tutto riconduce, nella Catholica, ad una tradizione che travalica i secoli e i singoli uomini, e partecipa dell’essenza stessa del Cristianesimo.   Sobrio, pacato, mite, lo stile del nuovo papa ricorda a tratti quello di Giovanni Paolo II, la cui figura richiama anche nel fisico atletico e in una certa informale esuberanza, che in Leone XIV appare più sorvegliata. Ha ripetuto la celebre frase di Wojtyla, “Non abbiate paura!” e ha intonato il Regina Coeli, forse anche in omaggio a Sant’Agostino, di cui è figlio spirituale, che diceva che chi canta in chiesa prega due volte. Lo stesso uso discreto ma convinto del latino testimonia, al pari del grande papa polacco, una aderenza al proprio tempo che non rinuncia alla tradizione.   La pace che ha annunciato con le sue prime parole pronunciate è la pace del Cristo risorto (“Vi lascio la pace, vi do la mia pace” dice Gesù appena risorto mostrandosi ai suoi discepoli, come si legge nel Vangelo di Giovanni), la pace nei cuori e nelle famiglie, a partire dal linguaggio, come premessa indispensabile della pace nella società e tra le nazioni: una pace, dunque, che è personale, interiore e spirituale, prima di essere sociale e politica.   Il nuovo pontefice ha fatto intendere che la capacità della Chiesa e di tutta la famiglia umana di “costruire ponti”, espressione che ha ripetuto, passa attraverso questa riconciliazione profonda che ciascuno deve fare in primo luogo con se stesso. Ha invitato alla fine la folla osannante a recitare un’Ave Maria alla Madonna di Pompei, che ricorreva quello stesso giorno della sua elezione, mostrando così, insieme alla sua radicata fede mariana, di saper coniugare, in uno stesso discorso, altissimi richiami etici con espressioni di devozione popolare.   Ma è nell’omelia tenuta il giorno dopo nella messa celebrata alla Cappella Sistina di fronte ai cardinali che ha esplicitato, in nuce, il suo vero programma spirituale. Nella cornice offerta dagli stupendi affreschi michelangioleschi che raffigurano Cristo che giudica il Creato, Leone XIV è parso voler tornare ai “fondamentali”, anzi al fondamento stesso della fede cristiana, richiamando quel passo del Vangelo di Matteo in cui Gesù chiede a Pietro chi la gente dice che egli sia, domanda che rivolge a tutti in ogni epoca e quindi anche alla nostra epoca. C’è domanda più importante per chi come noi ha sentito parlare di questo Gesù di Nazareth fin dalla prima infanzia?   La risposta di Pietro è la stessa che la Chiesa da duemila anni “custodisce, approfondisce e trasmette”, la stessa che ripete il nuovo successore di Pietro: “Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente, cioè l’unico salvatore e rivelatore del volto del Padre”,  precisando subito dopo che “Lui, Dio, per rendersi vicino e accessibile agli uomini si è rivelato a noi, negli occhi fiduciosi di un bambino, nella mente vivace di un giovane, nei lineamenti maturi di un uomo, fino ad apparire ai suoi dopo la risurrezione con il suo corpo glorioso. Ci ha mostrato così un modello di umanità santa che tutti possiamo imitare, insieme alla promessa di un destino eterno che invece supera ogni nostro limite e capacità.” Sono parole luminose, lontane anni-luce dalla mentalità dominante.   Papa Leone inizia col fissare un punto di partenza, che vuole essere anche un obiettivo programmatico: “La Chiesa sia sempre più città posta sul monte, arca di salvezza che naviga attraverso i flutti della storia, faro che illumina le notti del mondo”, bellissime immagini, che ci restituiscono tutto il fascino di una visione che non teme confronti; per poi scolpire, con frasi limpide e profonde – rifacendosi alla sostanziale indifferenza, ostilità o incomprensione con la quale accolse Gesù la società del suo tempo – un quadro di disarmante realismo della confusione e miseria spirituale del nostro tempo.   “Anche oggi – ha detto con parole tutt’altro che rituali – non sono pochi i contesti in cui la fede cristiana è ritenuta una cosa assurda, per persone deboli e poco intelligenti; contesti in cui ad essa si preferiscono altre sicurezze, come la tecnologia, il denaro, il successo, il potere, il piacere. Si tratta di ambienti in cui non è facile testimoniare e annunciare il Vangelo e dove chi crede è deriso, osteggiato, disprezzato, o al massimo sopportato e compatito.” Da qui l’urgenza per i cristiani della testimonianza coerente, giacché dalla mancanza della fede, e quindi dal rifiuto dell’antropologia cristiana, derivano alla società molte rilevanti conseguenze: dalla perdita di senso della vita alla crisi della famiglia “e tante altre ferite di cui la nostra società soffre, e non poco”.   “Non mancano poi contesti – ha proseguito papa Leone con esemplare chiarezza – in cui Gesù , pur apprezzato come uomo, è ridotto solamente a una specie di leader carismatico o di

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