EDITORIALE AGOSTO 2025

Europa, unita sì… ma solo per lo sconto doganale     Raggiunto l’accordo tra UE e USA per calmierare i dazi al 15%: l’unica politica estera europea che funziona è quella al supermercato. Chi ci guadagna? Tutti, ma a patto di non chiedere troppi dettagli.   Ma quale politica estera europea! Ci prendiamo in giro? L’Unione Europea come attore internazionale? Solo se si parla di tariffe. Il recentissimo accordo con gli Stati Uniti sui dazi, fissati al 15% per una serie di prodotti chiave, sembra essere l’unico caso in cui Bruxelles riesce a parlare con una voce sola. Miracolo? No, interesse economico. Perché, come sempre, quando c’è di mezzo il portafogli, l’unità si ritrova. Altro che Palestina, Africa o Ucraina. Nel frattempo, sullo scacchiere internazionale ogni Stato membro continua a giocare per conto proprio, con mosse da solista che metterebbero in crisi anche un maestro di scacchi cieco. L’uscita di Macron sul riconoscimento della Palestina, le iniziative di Spagna, Irlanda e perfino della Norvegia (ospite fissa senza diritto di voto), ci ricordano che il coordinamento europeo è più una fantasia erotica che una strategia geopolitica. Il termine “politica estera europea” ormai suona come uno di quei vecchi slogan pubblicitari tipo “consegna in 24 ore” o “offerta limitata”: tutti sanno che non è vero, ma fa ancora scena. Coordinamento europeo? Al massimo c’è coordinamento per la stampa dei volantini. In compenso, a Bruxelles continuano a parlare con entusiasmo della “voce unica dell’Europa nel mondo”, ma si tratta evidentemente di un problema di udito. Più che una voce, si sente un coro stonato in cui ogni Paese canta la sua parte, spesso anche fuori tempo. L’Italia, come sempre, partecipa con entusiasmo, ma dimentica il testo. Un accordo doganale e mezzo miracolo: ecco la vera Unione Eppure, attenzione: l’accordo commerciale raggiunto con Washington è stato salutato da molti politici ed economisti come una prova di maturità dell’Europa. O almeno del suo istinto di conservazione. Perché se da un lato dimostra che si può ancora negoziare in blocco, dall’altro ci ricorda che l’unico tema su cui si può contare su Bruxelles è il commercio. Meglio se si parla di acciaio, formaggi o chip e non di diritti umani, difesa o sanzioni. Von der Leyen l’ha definito “il più grande accordo commerciale mai raggiunto”. Forse anche perché è l’unico vero che si possa presentare con orgoglio in una conferenza stampa senza che qualcuno faccia una domanda imbarazzante. Ma chi ci guadagna davvero? Apparentemente tutti. Gli europei tirano un sospiro di sollievo sull’agroalimentare e l’industria automobilistica. Gli americani mantengono la barra del protezionismo moderato e portano a casa un bel messaggio elettorale. I cinesi osservano e prendono appunti. E i britannici? Probabilmente si sono persi l’email. Interesse nazionale, 1 – Europa unita, 0 In questa Europa che riesce a unirsi solo davanti a una minaccia doganale, resta comunque evidente il punto: non esiste un’identità strategica condivisa. Ognuno continua a ballare da solo, tranne quando arriva la musica dei dollari. A quel punto, improvvisamente, ci si ritrova tutti a fare la stessa coreografia, magari goffa, ma almeno coordinata. Macron, sempre più acrobata tra l’europeismo e la grandeur francese, lo sa bene: si può essere paladini dell’Unione la mattina e portabandiera dell’interesse nazionale il pomeriggio. È il nuovo stile continentale: elastico, adattabile, altamente performativo. Un po’ come certi tessuti tecnici. Considerazioni finali (senza dazi): Alla fine, la politica estera europea esiste. Ma è una specie particolare: compare solo in presenza di minacce economiche, di preferenza in forma di Excel. Per il resto, resta sospesa tra i sogni di Altiero Spinelli e le risatine ciniche di chi osserva come ogni Stato vada per conto suo con la disinvoltura di chi sa che nessuno lo fermerà. Che ci sia bisogno di cambiare testa, norme, ambizioni e forse anche abitudini alimentari è fuori discussione. Ma nel frattempo, consoliamoci: l’accordo sui dazi dimostra che, se stimolati nel modo giusto (cioè sul punto giusto), gli europei riescono ancora a fare qualcosa di buono e insieme. Peccato che la geopolitica non si possa pagare con la carta fedeltà. G.& G. ARNÒ

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EDITORIALE LUGLIO 2025

La Cina ci prova, ma l’Europa ha già scelto l’America (e pure il suo cow boy) Pechino seduce, ma a Bruxelles piace il cavallo di Trump. La crisi in Medio Oriente rafforza il richiamo dell’Occidente: militare, culturale e persino affettivo. E alla fine, l’Europa si riscopre americana dentro. La crisi in Medio Oriente, tra razzi, droni e retoriche al calor bianco, non fa altro che ribadire una verità elementare: l’Europa, quando deve scegliere, guarda a Occidente. Ci sarà pure la tentazione cinese, tra auto elettriche BYD e discorsi zuccherati sulle “partnership strategiche”, ma l’amore – quello vero – resta per gli Stati Uniti, anche quando a guidarli è il cow boy meno diplomatico di sempre: Donald Trump. Pechino ci corteggia. A febbraio, il diplomatico Wang Yi, con il sorriso di chi sa vendere anche il deserto ai beduini, ci ha proposto un futuro “luminoso” insieme, una meravigliosa alleanza per guidare il mondo verso pace, prosperità e progresso. Bellissimo, sulla carta. Peccato che, quando bisogna comprare, le auto cinesi ancora non fanno battere il cuore europeo, che continua ad andare in brodo di giuggiole per Tesla, SUV americani e, ovviamente, per il mito del made in USA. La verità è che l’Europa, da Trump in poi, ha riscoperto il suo DNA: occidentale fino al midollo. Certo, il tycoon ci tratta come scrocconi, ci insulta a giorni alterni e parla come un oste alla sagra della porchetta, ma alla fine, senza di noi, lui sarebbe poco più di un passero solitario. E noi, senza di lui, ci sentiremmo un po’ orbati. Poi, ci sono i fatti. L’attacco americano ai siti nucleari iraniani ha ricordato al mondo chi comanda davvero: gli USA e i loro bombardieri strategici – cento per parte tra Washington e Mosca – sono ancora la colonna vertebrale della deterrenza globale. La Cina ci sta lavorando con il futuribile bombardiere H-20, ma la strada per raggiungere la capacità di colpire ovunque è ancora lunga. E senza muscoli militari, anche la più solida economia barcolla. Così, tra una carezza cinese e una spallata americana, l’Europa ha deciso di stringere ancora di più il suo storico patto d’amore con Washington e i suoi alleati: Giappone, Canada e quella vecchia combriccola occidentale che, tra uno sgarbo e una pacca sulle spalle, rimane la casa naturale del Vecchio Continente. E siccome a Bruxelles ci piacciono le scelte decise (quando le facciamo), eccoci pronti a investire il 5% del PIL per ammodernare la NATO e costruire un futuro esercito europeo degno di essere chiamato tale. Perché, quando vogliamo, sappiamo fare le cose bene. Anzi, all’eccellenza ci siamo abituati. Dopotutto, anche Trump ogni tanto ci sorprende con quella sua imprevedibile grandezza. Come direbbe Mina: “Grande, grande, grande, come te sei grande solamente tu.” Anche se ogni tanto, purtroppo, ci tocca pure cantargli il resto della canzone. G. & G. ARNÒ

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EDITORIALE GIUGNO 2025

Dove non arrivano le portaerei, arrivano i semiconduttori. Una piccola isola armata di wafer e intelligenza artificiale affronta il colosso cinese, nel silenzio assordante della guerra ibrida. Nel teatro dell’assurdo che chiamiamo “politica internazionale”, ci sono attori che recitano in costume d’epoca e altri che, in jeans e t-shirt, riscrivono il copione mentre lo recitano. Poi c’è Taiwan. Un’isola grande quanto Lombardia e Piemonte messi insieme, con meno abitanti dell’intera area metropolitana di Tokyo, ma che regge sulle sue spalle una fetta enorme dell’economia globale. E come lo fa? Semplice: costruendo i cervelli delle nostre macchine, i cuori dei nostri smartphone, le sinapsi dei missili intelligenti. Altro che portaerei. La guerra ibrida — quel meraviglioso ossimoro che suona come “dieta fritta” — è ormai la nuova normalità. È fatta di droni invisibili, blackout con tempismo sospetto, hashtag virali che destabilizzano governi, incendi strategici in Festival internazionali, e sabotaggi marini più adatti a romanzi di Le Carré che a notiziari serali. Ma nel centro di questo caos elegante, c’è un punto fermo: Taiwan. La piccola isola è la chiave di volta dell’equilibrio mondiale. E non per la sua forza militare (pur crescente), ma per quella tecnologica. La Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC), che non ha neanche bisogno di cambiare nome per diventare acronimo da romanzo cyberpunk, produce oltre il 90% dei chip avanzati sotto i 7 nanometri. Detto in parole povere: se domani TSMC smette di funzionare, Apple piange, Nvidia sviene, e i centri di comando dell’intero arsenale NATO diventano scatole nere vintage. La Cina lo sa. E mentre sfoggia la sua armata di TikTok, dispiega flotte, e rivendica sovranità storiche con l’energia di un revisore dell’ufficio catastale, non osa (ancora) invadere Taiwan. Perché, e qui arriva il capolavoro di ironia geopolitica, il futuro della Cina — digitale, produttivo, industriale — è saldamente legato a quei minuscoli chip prodotti dai “ribelli” taiwanesi. Tagliare quei rifornimenti significherebbe strangolare non l’Occidente, ma se stessi. E quindi? E quindi benvenuti nel nuovo volto della guerra: uno scontro senza spari ma con blackout strategici, sabotaggi di cavi sottomarini, attacchi anonimi alle infrastrutture e guerre psicologiche via social. Una guerra dove l’obiettivo non è più la conquista del territorio, ma della percezione. Del tempo di reazione. Dell’algoritmo giusto. Gli eventi di Cannes e Nizza, con blackout che sembrano sceneggiati da Netflix più che indagati da Europol, sono solo la punta dell’iceberg. Dietro ogni scintilla sospetta, si cela un potenziale test bellico, una provocazione a bassa intensità pensata per misurare la resilienza dell’Occidente. Una guerra dove non si alzano bandiere, ma si toglie la corrente. Dove non si occupano città, ma flussi di dati. E mentre Russia e Cina giocano a Risiko subacqueo con le infrastrutture energetiche e digitali d’Europa, Taiwan continua a fare quello che sa fare meglio: produrre microchip e diventare l’ago della bilancia tra mondo libero e autocrazie digitali. Non male, per un’isola che molti non saprebbero collocare su una cartina muta. Sì, Taiwan può tenere a bada la Cina. Non con cannoni, ma con wafer. Non con eserciti, ma con architetture a 3 nanometri. E l’Occidente farebbe bene a proteggere questo scudo invisibile, che brilla al silicio invece che all’acciaio. Conclusione? La prossima guerra mondiale potrebbe iniziare non con un bombardamento, ma con un’interruzione nella catena di fornitura dei semiconduttori. Il bottone rosso sarà probabilmente touch screen. E chi comanda la fabbrica, comanda il mondo. E voi, avete aggiornato il vostro firmware oggi? G.& G. ARNÒ

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EDITORIALE MAGGIO 2025

Europa, svegliati o resta spettatrice: tra Trump, draghi cinesi e poker geopolitico Zelensky scopre che il suo futuro dipende da Trump, non da Bruxelles. L’Europa deve svegliarsi: tra il poker geopolitico di Washington e le sirene di Pechino, non c’è più spazio per la retorica. Difesa comune e unione dei risparmi sono l’unica strada per non finire spettatori di un nuovo ordine mondiale scritto da altri. Se l’Europa fosse una persona, in questo momento sarebbe quella che si presenta a una partita di poker mondiale portandosi dietro un manuale degli scacchi. Sul tavolo, Trump rilancia a occhi chiusi, la Cina gioca a Bluff Plus, e Zelensky cerca di non farsi scippare l’ultima fiche: la sopravvivenza. A San Pietro, Zelensky ha avuto il suo personale risveglio amaro: ha capito che i salotti bene dell’Europa non servono più a molto, e che il vero banco della pace si chiama Donald Trump. Non Bruxelles, non l’ONU, non le infinite commissioni con catering. Solo lui, il vecchio sceriffo americano, pronto a riscrivere le regole del gioco come se fosse il regolamento interno del suo golf club. E l’Europa? Ursula von der Leyen ci rassicura: “L’Europa è ancora un progetto di pace”. Splendido! Peccato che, nel frattempo, il mondo abbia cambiato canale e il “progetto” rischi di diventare una rievocazione storica in costume. Perché diciamocelo: l’Occidente come lo conoscevamo è sparito, evaporato tra una crisi bancaria, una pandemia e qualche colpo di dazio lanciato con la grazia di un pianoforte buttato giù da un palazzo. Trump, infatti, gioca su due fronti: quello commerciale — a suon di minacce e dazi — e quello militare — flirtando con l’idea di stracciare l’articolo 5 della NATO come se fosse una multa stradale. In mezzo, l’Europa deve smettere di credere che basti sventolare la bandiera della diplomazia e prepararsi, piuttosto, a correre la maratona sul filo del rasoio. Però, concediamoglielo: l’Unione europea è maestra d’arte nella nobile disciplina del “non sprecare una crisi”. Dal 2008 in poi ha trasformato ogni batosta in una mezza spinta verso un’integrazione federale camuffata da soluzioni tecniche. Oggi la posta è più alta: non basta più reagire. Bisogna giocare d’anticipo. Ecco quindi il piano geniale: un’Unione dei Risparmi, un’Unione della Difesa (SafeEU, per chi ama gli acronimi rassicuranti), e un bel brindisi franco-tedesco al federalismo funzionale. In pratica, si costruiscono due nuove punte federali: una per proteggere i soldi, l’altra per proteggere le frontiere. Una bella evoluzione: da custodi della pace a cassieri e bodyguard del continente. In altre parole, due mosse geniali, da manuale di diplomazia antica: quando non puoi vincere sul tavolo che ti apparecchiano, porti il gioco su un altro tavolo. Intanto, i dazi? Robetta. Fastidi da affrontare con un po’ di tattica e nervi saldi: cambiare rotte, aggiustare catene di fornitura, raddrizzare qualche bilancia commerciale sbilenca. Se ci riesce anche un supermercato durante i saldi, ce la farà pure l’Europa. Il vero match, invece, è tutto sulla capacità di posizionarsi tra USA e Cina come una potenza matura. E magari, per una volta, non solo sopravvivere, ma vincere. Non sarà facile, certo. Ma, come diceva qualcuno, “non bisogna mai sprecare una buona crisi”. Quindi Europa, prepara il mazzo: questa volta non si bluffa. G.& G. ARNÒ

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Trump, Mercosur e il nuovo ordine commerciale: gli USA non sono più indispensabili

Scrocconi, sanguisughe, odiosi e chi più ne ha più ne metta. Ecco come ci definisce il presidente-dittatore Donald Trump. Un uomo che al suo insediamento aveva promesso: «Non sarò un dittatore, tranne che nel primo giorno». Eppure, quel “primo giorno” sembra essersi trasformato in un’era senza fine, fatta di confini chiusi, trivellazioni selvagge, dazi punitivi e guerre commerciali senza quartiere. Il motto della sua amministrazione? “Business first” – e al diavolo la geopolitica che ha garantito la pace e la stabilità in Europa per quasi un secolo. Eppoi, considerando a fondo la questione, potremmo affermare che lo scroccone o l’approfittatore che dir si voglia sia stata, tutto sommato, l’America: nel dopoguerra e negli anni successivi essa ha voluto dividere il mondo in due blocchi, accaparrandosi l´Europa; ha fatto di quest´ultima la base avanzata per le sue guerre, dirette o no, per diffondere, a suo dire, la democrazia nei paesi musulmani… ricchi di risorse naturali; e ha infine utilizzato il Vecchio Continente come mercato principale per le sue esportazioni. In altre parole, se gli USA hanno investito in difesa e aiuti nel nostro continente non lo hanno di sicuro fatto a titolo di beneficenza. Ma se Trump, allo stato delle cose, vuole isolarsi, l’Europa può fare lo stesso nei suoi confronti. Gli USA non sono più un partner commerciale affidabile, e questa non è una sconfitta, ma un’opportunità. Anzi, ancora una volta dimostrano di non perdere l’abitudine di abbandonare amici e alleati ex abrupto, come già fatto in altre occasioni storiche. In un mondo multipolare, l’Unione Europea non può restare legata a un alleato che cambia le regole del gioco a suo piacimento. Ecco perché l’accordo con il Mercosul, il blocco economico sudamericano, è una svolta epocale. Un nuovo orizzonte: l’accordo UE-Mercosul Grazie alla leadership della Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, l’UE ha stretto un’intesa storica con il Mercosul, composto da Brasile, Argentina, Paraguay, Uruguay, Cile, Bolivia, Perù, Colombia e Ecuador. Un accordo che non solo ridisegna gli equilibri economici globali, ma dimostra che l’Europa sa reinventarsi e trovare nuove strade quando necessario. Con questa intesa, le imprese europee risparmieranno oltre 4 miliardi di euro in dazi doganali all’anno, con un impatto diretto sulla competitività delle nostre esportazioni. Inoltre, il rafforzamento delle catene del valore nei settori strategici, come le materie prime e le tecnologie verdi, rappresenta un vantaggio che nessun dazio americano potrà mai compensare. Il Mercosul: un partner affidabile, senza ricatti Mentre Trump impone dazi e minaccia guerre commerciali, il Mercosul offre regole chiare e stabilità. L’accordo garantisce il rispetto degli standard europei su sicurezza alimentare e diritti del lavoro, proteggendo al contempo gli agricoltori europei da una concorrenza sleale. Con oltre 350 prodotti europei protetti da indicazioni geografiche, i nostri marchi distintivi non saranno minacciati da imitazioni di bassa qualità. Sostenibilità e strategia: la risposta europea al protezionismo USA Trump potrebbe non curarsene, ma il futuro del commercio internazionale è legato alla sostenibilità. L’accordo UE-Mercosul pone l’Accordo di Parigi al centro della cooperazione, con impegni concreti contro la deforestazione e per la protezione dell´ambiente. Mentre gli USA si chiudono in se stessi, noi guardiamo avanti: 1,8 miliardi di euro di aiuti UE supporteranno la transizione verde e digitale nei paesi Mercosur, rafforzando un partenariato basato su valori comuni e non su imposizioni, minacce e ricatti. L’Europa non si fa ricattare Con oltre 700 milioni di persone coinvolte, questa intesa crea una delle aree di libero scambio più grandi del mondo. Significa crescita, opportunità e posti di lavoro per entrambe le parti. E, soprattutto, significa che l’UE non accetterà più di essere schiava dell’imprevedibilità americana. Trump ha voluto giocare duro? Bene. L’Europa risponde con strategia e visione. Gli USA non sono più indispensabili. Il Mercosul è pronto a prendere il loro posto. G.&G.ARNÒ

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EDITORIALE MARZO 2025

Mentre a Roma si discute, Cartagine brucia. Un detto antico, ma quanto mai attuale di fronte all’ennesima dimostrazione delle difficoltà europee nel prendere in mano il proprio destino. Gli Stati Uniti stringono accordi strategici con Zelensky, Putin attende di ridefinire gli equilibri con Trump, e l’Europa? Rimane impantanata in valutazioni tardive su un ipotetico invio di forze di pace in Ucraina, quando il conflitto sarà ormai terminato. In questo scenario, tutti avanzano, tranne noi. La lezione americana è chiara: meno parole, più azione. Mentre Bruxelles si perde in convegni e dibattiti senza fine, Washington consolida un’intesa con Kyiv per l’estrazione congiunta delle terre rare. Secondo il primo ministro ucraino Denys Shmyhal, il progetto è già in fase avanzata, con un fondo d’investimento dedicato e garanzie di sicurezza statunitensi. Nel frattempo, l’Europa riflette sull’invio di un contingente militare, senza una chiara strategia su come trasformarlo in un vantaggio concreto e sostenibile. Il confronto economico è altrettanto impietoso. Gli Stati Uniti capitalizzano sulle alleanze, mentre l’Europa rischia di restare il fanalino di coda, con investimenti disorganizzati e privi di una prospettiva di ritorno. Questa non è una teoria cospirazionista, ma una realtà che si sta consolidando sotto i nostri occhi. E l’Italia? Qui entra in gioco Giorgia Meloni, oggi una delle figure più affidabili nel panorama europeo. Se c’è qualcuno in grado di spingere l’Europa verso un’azione più concreta e pragmatica, è proprio la premier italiana. L’Italia ha l’opportunità di guidare un approccio più efficace nella negoziazione degli impegni per la sicurezza dell’Ucraina, puntando a benefici economici, strategici e d’immagine. Un altro fattore cruciale riguarda i rapporti con Washington. Con Trump nuovamente alla Casa Bianca dopo la recente vittoria elettorale, il dialogo non si limiterà a dichiarazioni di principio, ma entrerà nel vivo delle trattative economiche e strategiche. Basta osservare quanto delle nuove spese militari europee finisca nelle casse dell’industria bellica americana: un chiaro punto di partenza per una negoziazione più equilibrata. L’Europa ha bisogno di una leadership pragmatica, capace di cogliere le opportunità invece di restare impantanata in sterili discussioni. Il futuro post-bellico dell’Ucraina si sta delineando ora: se non agiamo con decisione, rischiamo di ritrovarci relegati al ruolo di spettatori, senza peso politico ed economico. E questo, semplicemente, non possiamo permettercelo. G.&G.Arnò

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EDITORIALE FEBBRAIO 2025

 Il Modismo dell’Inclusività che Esclude Un tempo nobile vessillo di giustizia sociale, oggi spauracchio da barzelletta: la cultura woke sembra aver percorso l’intera parabola dell’ascesa e della caduta a velocità supersonica. Nata per rendere il mondo più equo, ha finito per trasformarsi in una sorta di tribunale inquisitorio, dove il minimo scostamento dall’ortodossia del momento equivale a una condanna senza appello. Negli Stati Uniti il termine è ormai un insulto da talk show, un sinonimo di fanatismo iper-moralista con una spolverata di censura creativa. In Italia, invece, il fenomeno sembra ancora godere di una certa considerazione – o almeno di generosi finanziamenti pubblici. Ma facciamo un passo indietro. Da Virtù a Vizio: Cronache di un Fenomeno che si è Preso Troppo sul Serio C’era una volta il “wokeness”, la sacra consapevolezza delle ingiustizie sociali. Poi è arrivata la politica, Donald Trump l’ha bollata come l’ideologia dei “losers”, e la parabola discendente ha avuto inizio. Il termine è passato dall’essere un simbolo di coscienza civile a un manifesto dell’intolleranza con pretese pedagogiche. Negli USA, gli stessi giganti della Silicon Valley che fino a ieri dispensavano sermoni sull’inclusività hanno cominciato a prendere prudentemente le distanze. La nuova moda è sembrare neutrali, perché il vento sta cambiando e, si sa, il capitalismo si adatta più in fretta delle ideologie. Curiosamente, il ritorno a un’etica meno woke non è stato privo di ironie. Donald Trump, durante il suo secondo mandato, ha evocato il passato eroico dell’America con tanto di promesse di espansionismo e industrializzazione. “Renderemo l’America grande di nuovo, trivellando di nuovo!”, ha esclamato, con Elon Musk al suo fianco che applaudiva sognando bandierine a stelle e strisce su Marte. Nel suo discorso “in bianco e nero” – maschi maschi, femmine femmine, niente sfumature – Trump ha sintetizzato perfettamente il rifiuto delle complessità che la cultura woke ha cercato di affrontare, anche se talvolta con maldestra presunzione. E così, come in una tragicommedia, mentre una parte del mondo tenta di cancellare il passato con colpi di bianchetto ideologico, l’altra rispolvera nostalgicamente i decenni d’oro in cui tutto era più semplice – o almeno, così sembra nei racconti elettorali. Inclusività Selettiva: Il Paradosso del Wokismo In teoria, la cultura woke mirava a includere tutti. In pratica, ha sviluppato un raffinato talento per l’esclusione. La caccia ai peccatori del passato ha portato a riscritture di classici, a riabilitazioni postume e a vere e proprie purghe culturali, con l’unico risultato di rendere il dibattito ancora più sterile e manicheo. Roma Caput Mundi (del Finanziamento Woke) Mentre oltre oceano il fenomeno sembra avviarsi a una pensione anticipata, in Italia il wokismo trova nuova linfa, e soprattutto nuovi fondi. A Roma, ad esempio, il sindaco Gualtieri ha stanziato 240mila euro per progetti sull’affettività nelle scuole. Nulla di male, certo. Peccato che le stesse scuole abbiano infiltrazioni d’acqua, muri che si sbriciolano e strutture che farebbero invidia alla scenografia di un film post-apocalittico. Ma l’importante è che i bambini sviluppino la giusta sensibilità, anche se devono farlo sotto un tetto che potrebbe crollare da un momento all’altro. Il Fascino Discreto della Polarizzazione Il vero problema non è tanto la cultura woke, ma l’incapacità collettiva di affrontare qualunque tema senza trasformarlo in una guerra di religione. Da una parte i paladini dell’inclusività totalitaria, dall’altra i nostalgici del “si stava meglio quando si stava peggio”. In mezzo? Il nulla. Perché il compromesso e il buon senso, oggi, non fanno notizia. E così, tra censure, anatemi e financo finanziamenti strategici, il mondo continua a girare. Forse nel verso giusto, forse no. Ma, come direbbe qualcuno, tutto scorre.   Giuseppe Arnò

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EDITORIALE GENNAIO 2025

Il ruzzolone dello Zar Ruzzolone: un vero e proprio sport tutelato dalla Federazione Italiana Giochi e Sport Tradizionali, praticato in diverse regioni appenniniche come Emilia-Romagna, Toscana e Abruzzo. Ma oggi non parleremo di sport, bensì di geopolitica. Nello specifico, della caduta libera di Vladimir Putin, il cui sogno di grandezza sta costando alla Russia, per come illustreremo, un prezzo insostenibile. Un colosso dai piedi d’argilla Questa è l’immagine della Russia: mentre il Cremlino pompeggia sicurezza, l’evidenza dipinge tutt’altro e cioè una Russia sofferente, debilitata. Persino Vladimir Putin, nonostante la sua decisa arte del parlare, lascia trapelare un’amara consapevolezza: la facciata di potenza è pura retorica. Gli effetti letali della guerra in Ucraina, la ritirata dalla Siria, le sanzioni occidentali e il malcontento interno stanno sconvolgendo un’economia che fino a poco fa sembrava protetta da una cupola di vetro inscalfibile. Una debacle economico-finanziaria L’esperto di economia globale presso l’OMFIF, Mark Sobel, è categorico: la Russia è sull’orlo di una crisi sistemica. Le sue politiche economiche, programmate per finanziare una guerra lampo, non possono sopportare oltre il peso di una guerra «giugurtina». Ecco una conferma in numeri: l’inflazione sfiora il 9%, il rublo è in caduta libera e il tasso di interesse ufficiale è schizzato al 21%. Gli investimenti sono congelati, soffocati dai controlli sui capitali, e il boom dei costi della spesa militare distrae fondi destinati a settori vitali come sanità, infrastrutture, educazione e quant’altro di pubblica utilità. La stangata delle sanzioni Le sanzioni occidentali non sono state solo un disturbo, ma una vera stangata anche se a scoppio ritardato. Con oltre 300 miliardi di asset congelati e limitazioni alla vendita di petrolio, a Mosca rimangono ben pochi spazi di manovra. Le sanzioni, in altre parole, hanno messo a nudo la fragilità strutturale di un’economia iper-dipendente dagli idrocarburi. E non parliamo della previsione preoccupante di un rilancio economico sostenibile: la fuga di cervelli, ovvero l’espatrio di giovani, imprenditori e tecnici altamente qualificati, sta portando via con sé speranze e sapere. Putin: i negoziati della disperazione? L’apertura del Cremlino a negoziati di pace, proposti dal premier slovacco Robert Fico, sembra più una mossa dettata dalla disperazione che da un effettivo desiderio di risoluzione. Con il Donald Trump bis alla Casa Bianca previsto per gennaio 2025, Putin spera in un clima più benevolo, ma sa bene che gli ostacoli restano, eccome! L’Ucraina, dal canto suo, non intende cedere, almeno sino ad ora, sulle questioni territoriali, né accettare compromessi che mettano a rischio la sua sovranità. E mentre l’Occidente cerca faticosamente una posizione condivisa, lo scenario che si profila appare sempre più complesso. Un futuro di isolamento? La strategia di Putin appare chiara: ottenere concessioni, mantenere il controllo sullo spazio post-sovietico e rivendicare un ruolo dominante nella geopolitica globale. Ma i costi di questa ambizione saranno molto salati: la previsione è che l’economia russa uscirà dalla guerra seriamente ridimensionata e con un isolamento internazionale, che la castigherà nell’innovazione e negli investimenti. Dunque? Bene, riassumendo il già detto, la Russia sta pagando un prezzo altissimo per la guerra in Ucraina. Il supporto che l’Occidente continuerà a offrire a Kiev e la capacità di adattarsi ad un mondo sempre più ostile condizioneranno il futuro del Cremlino, che dietro la facciata di potenza e superiorità nasconde l’amarezza di un fallimento: il mito dell’invincibilità russa è stato infranto. In Ucraina e non solo.   G.&G.ARNÒ

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EDITORIALE DICEMBRE 2024

  Diciamocelo chiaro e tondo: quando si parla di cibo, l’Italia gioca in un campionato tutto suo. Dalla carbonara all’ossobuco, i nostri piatti fanno tremare le tavole di New York e Tokyo, lasciando tutti a bocca aperta (e subito dopo, a bocca piena). Il segreto? Un mix imbattibile di tradizione, ingredienti di qualità e quella passione che rende ogni forchettata poesia pura. Per noi italiani, il cibo non è solo nutrimento: è rito, arte, festa. Da Nord a Sud, si mangia come se fosse sempre l’ultima cena, e sì, c’è chi ancora si fa il segno della croce prima di assaggiare. Ogni piatto racconta storie, coccola l’anima, tiene viva la memoria. Ma attenzione: guai a fare errori. Amatriciana con la panna? Squalifica immediata. Pizza con l’ananas? Esorcismo garantito. E poi c’è quel nostro fiuto da detective della qualità. Siamo i Sherlock Holmes del supermercato, capaci di analizzare ogni etichetta e interrogare il fruttivendolo sulle origini delle melanzane. Perché per noi il cibo non è solo cibo: è una questione di principio. Ma il vero ingrediente segreto non si trova in una dispensa. È la compagnia. Mangiare da soli, in Italia, è quasi un peccato. Ce lo dicono anche gli scienziati: condividere un pasto rende felici. Insomma, il miglior risotto allo zafferano non vale nulla se non hai qualcuno accanto a cui dire: “Eh sì, l’ho fatto io!”. E il mondo lo sa bene. Dal 2014 al 2023, le esportazioni del nostro agroalimentare sono cresciute dell’87%, superando i 64 miliardi di euro. Altro che cibo: il Made in Italy è arte, confezionata sottovuoto e amata ovunque. Le contraddizioni della cucina italiana Certo, non siamo perfetti. L’Italia è un mix di ordine e caos, tradizione e innovazione. Ed è proprio questa danza tra opposti che rende la nostra cucina unica. Non cuciniamo solo per nutrirci, ma per stupire, emozionare, vivere. E con il Natale alle porte, la cucina italiana si trasforma in un luna park di dolcezze. Panettoni, torroni, cantucci: l’indice glicemico scrive Cronache di un abuso natalizio. Ma come dicevano i latini, semel in anno licet insanire: una follia all’anno è concessa. Attenti però, perché a gennaio potrebbe arrivare la resa dei conti… e dei pantaloni troppo stretti! Il lato nascosto del Made in Italy Fin qui, tutto bello. Ma non possiamo ignorare che, mentre celebriamo il nostro cibo, ci sono italiani per cui anche una pasta al pomodoro è un lusso. Un italiano su otto vive sotto la soglia di povertà. E mentre esportiamo eccellenza, ci sono tavole vuote. Eppoi, la vera grandezza della cucina italiana non è solo nei suoi piatti stellati, ma nella capacità di rendere straordinario ciò che è semplice: un pezzo di pane, un filo d’olio e un peperoncino possono essere un capolavoro, ma devono essere alla portata di chiunque perché la cucina italiana è un patrimonio di tutti. Come garantire che lo sia davvero? Non servono gesti eroici, ma iniziative concrete: Combattere lo spreco alimentare. Ogni anno buttiamo tonnellate di cibo. Le food bank e altre iniziative possono fare molto, ma serve la volontà di tutti. Educazione alimentare. Anche con pochi soldi si può mangiare sano, ma bisogna sapere come fare. Sostenere i piccoli produttori locali. Comprare a chilometro zero aiuta chi lotta contro le grandi multinazionali e fa bene al pianeta. E a Natale, mentre ci godiamo il nostro torroncino, pensiamo a chi ha meno. Una donazione, un pasto condiviso, anche solo un pensiero possono fare la differenza. Perché il vero miracolo della cucina italiana non è solo il suo sapore, ma la sua capacità di unire le persone. Buone feste e buon appetito… per tutti!  G.&G.ARNÒ

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Riecco il tycoon

La rielezione di Trump porterà, e non potrebbe essere differente, a conseguenze sostanziali sia in politica interna sia in politica internazionale; e l’Europa, molto prima di quanto si possa immaginare, ne sentirà le conseguenze.     L´ «America first» significherà nuove e restrittive misure economiche; ricordiamoci del primo mandato Trump. In altre parole, determinate risorse minerarie importate da Paesi terzi, aggravate da nuovi dazi, non faranno che inasprire, riferendoci all’Europa, i già tesi rapporti economici che corrono tra le due potenze amiche. A ciò si aggiunga una preannunciata politica isolazionista, che si ripercuoterà sui rapporti con la NATO, pilastro della sicurezza europea. D’altronde Trump aveva più volte dichiarato, anche durante il suo primo mandato, la propria insoddisfazione con il pesante impegno USA nella NATO; l’Europa dovrebbe badare a se stessa, da sola. Questo, in sostanza, il suo punto di vista. La Cina, invece, è un capitolo a parte, Trump affronterà economicamente la Cina a muso duro e pretenderà che l’Europa si comporti allo stesso modo, ma non sarà facile. L’Europa,  almeno la maggior parte dei Paesi che ne fanno parte, mantiene strette relazioni economiche col gigante asiatico e dipende in molteplici settori industriali dalle sue catene di approvvigionamento; la crisi dei semiconduttori insegna. Ciò stante, una crescente rivalità USA-Cina rappresenterà per il Vecchio Continente una brutta gatta da pelare, al punto di rischiare di fargli fare la fine dei barili quando gli asini bisticciano. Eppoi, con tutti i dissidi interni che l’affliggono, sarebbe esso capace  di emanciparsi, affrancandosi, dall’oggi all’indomani, dall’ombrello economico e militare a stelle e strisce e dall’approvvigionamento tecnologico orientale? Oltre a ciò la nuova amministrazione Trump potrà porre fine alla guerra in Ucraina e a Gaza? Probabilmente sì, ma sacrificando, nel primo caso, parte del territorio di quel Paese e mettendo, di conseguenza, in crisi la sicurezza regionale e dell’integrità Europea, mentre in Medio Oriente, pur proteggendo Israele, probabilmente sanzionerà economicamente l’Iran e farà ricorso, come in altri casi, alle soluzioni diplomatiche con i vari Stati arabi senza impegnarsi direttamente in conflitti locali. Per quanto ci riguarda, il governo Meloni non dovrebbe avere grandi difficoltà ad amministrare i rapporti col tycoon: l’Italia, indipendentemente dal presidente in carica, mantiene sempre e da sempre una buona relazione con la Casa Bianca. La Meloni è più che brava a bilanciare gli interessi nazionali con le eventuali imprevedibilità dell’alleato oltreoceano, inclusa la politica poco interventista USA sulla guerra in Ucraina. Per il resto, sulla transizione energetica; sulla pratica di mantenere al sicuro il cibo da contaminazioni microbiche o chimiche; sulla sicurezza mediterranea; e sull’impegno contro l’immigrazione irregolare, si è perfettamente in armonia. Concludendo: Trump è un personaggio piuttosto controverso; la sua governance ha sconvolto e potrà ulteriormente sconvolgere la vita politica, economica e sociale dentro e fuori del suo Paese. Egli è il demiurgo, il rinnovatore o il pomo della discordia globale? Beh, la storia ce lo dirà! Giuseppe Arnò

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