EDITORIALE NOVEMBRE 2025

Giustizia è (finalmente) fattaSeparazione delle carriere, fine dell’equivoco: la riforma che restituisce equilibrio tra chi accusa e chi giudica a a C´è voluto quasi mezzo secolo, una sfilza di governi, un cimitero di buone intenzioni e, per non farci mancare nulla, 88 processi al povero Berlusconi, di cui alcuni hanno avuto più udienze che puntate di Beautiful,  ma alla fine ce l’abbiamo fatta. L’Italia ha approvato la riforma della giustizia che introduce la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti, principio di civiltà giuridica che in qualsiasi altro Paese europeo sarebbe sembrato… ovvio. Da noi, invece, è stata una rivoluzione copernicana, un po’ come scoprire che il sole non gira attorno al PM. “Traguardo storico”, ha detto la premier Meloni. E ha ragione. Dopo decenni in cui le toghe si sono abituate a passare con disinvoltura dal ruolo dell’accusa a quello del giudice, come se bastasse cambiare toga per cambiare prospettiva, si ripristina finalmente quel confine invisibile ma fondamentale tra chi indaga e chi giudica. Una linea che tutela non solo gli imputati, ma anche la credibilità della magistratura stessa, che da troppo tempo paga la confusione dei ruoli e la tentazione, talvolta irresistibile, di “fare politica” invece di applicare la legge. Un Paese in cui il giudice decide anche il destino del Parlamento E che fosse ora, lo dimostra l’ultimo episodio: la Corte dei Conti che boccia la delibera sul Ponte sullo Stretto. Non un dibattito tecnico, non un rilievo contabile, ma un vero e proprio veto politico, come se la sovranità popolare dovesse chiedere il permesso per attraversare lo Stretto. Ecco l’ennesimo esempio di come la giurisdizione, quando smette di controllare e inizia a sostituirsi al legislatore, smarrisce la sua funzione e diventa una scorciatoia pericolosa, e inquietante, per chi pretende di “difendere la democrazia” togliendo potere a chi ne è la fonte: il popolo. Il fantasma del Cavaliere Qualcuno, lassù, oggi sorride.Silvio Berlusconi, che della riforma della giustizia fece la sua crociata personale, probabilmente brinda nell’aldilà con più soddisfazione di quanta ne ebbe in vita, tra un rinvio a giudizio e una sentenza d’appello. Gli avevano dato del perseguitato e del visionario: ebbene, oggi la sua “visione” è scritta nella Costituzione. Marina Berlusconi lo ha detto con semplicità: “È la vittoria di papà”. E in effetti lo è. Ma, più ancora, è la vittoria del buon senso, che ha impiegato solo settant’anni per arrivare in aula. Addio alle correnti, bentornato merito La riforma istituisce due Consigli Superiori della Magistratura, uno per chi giudica e uno per chi accusa, più un’Alta Corte disciplinare che, almeno sulla carta, dovrebbe servire a rendere la magistratura più responsabile e meno corporativa. E qui entra in scena un’altra parola magica: sorteggio. I membri laici e togati saranno estratti a sorte: un’idea che scandalizza solo chi, finora, preferiva la cooptazione di corrente. Il caso, insomma, come antidoto al cerchio magico delle toghe. Naturalmente, l’Associazione Nazionale Magistrati ha gridato allo scandalo: “Si altera l’equilibrio dei poteri”. In effetti sì: si riequilibra un sistema che da tempo pendeva tutto da una parte. Dopo quarant’anni di “autogoverno”, con carriere decise da correnti e logiche interne più da gruppo di potere che da organo costituzionale, un po’ d’aria fresca non guasta. La paura dei “pieni poteri” Le opposizioni, prevedibilmente, hanno agitato il solito spauracchio: “Meloni vuole i pieni poteri!”. Già sentita, e non fa più effetto. In realtà, ciò che la riforma toglie sono i poteri opachi di un potere non eletto, che nel tempo si è allargato fino a mettere becco nelle scelte del Parlamento, del Governo, e talvolta perfino dell’economia.Chiamatela come volete, ma questa non è la resa dello Stato di diritto: è la sua rinascita. Ora la parola agli italiani Il prossimo passo sarà il referendum confermativo: niente quorum, solo il giudizio dei cittadini. E qui la domanda sarà semplice, quasi disarmante:volete una giustizia che torni ai cittadini, o vi accontentate di lasciarla ai magistrati? Chi pensa che tutto vada bene così com’è, tra processi infiniti, sentenze che smentiscono le urne e toghe che scambiano la toga per un microfono,  voterà No.Chi crede invece che una giustizia più chiara, più efficiente e meno politicizzata sia il primo passo verso una democrazia adulta, voterà Sì. Concludendo:Per settant’anni abbiamo avuto una giustizia che “funzionava” così bene da farci diventare campioni europei di prescrizioni e risarcimenti per errori giudiziari. Adesso, forse, cominceremo ad avere una giustizia che funziona e basta. E se a qualcuno manca la toga con i superpoteri, beh… c’è sempre Halloween. Giuseppe Arnò

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EDITORIALE OTTOBRE 2025

  La flottiglia dei buoni sentimenti   Vele spiegate verso Gaza, tra illusioni romantiche e realtà che non fa sconti. C’è sempre una parte d’Italia, e d’Europa, che, quando sente odore di avventura, non resiste. La chiamano solidarietà internazionale, ma somiglia molto a un turismo dell’indignazione. Così la Global Sumud Flotilla è partita: un’armata Brancaleone in barca a vela che gioca con il diritto internazionale come fosse la tombola di Natale. Gli avvertimenti erano chiari: Mattarella, Meloni, Tajani hanno parlato. Ma per questi orecchi, avvezzi solo al suono del vento, erano parole al… vento. Alla linea di confine delle acque israeliane non li attende la gloria, bensì l’avviso di dantesca memoria: “Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate.” E magari un drone, più eloquente di mille sermoni. È un po’ come se un gruppo di suffragette si spingesse oltre il fronte russo in Ucraina con l’intento di portare conforto. Lodevole, certo. Anche eroico. Ma soprattutto inutile. Perché la realtà, crudele com’è, non ha tempo da perdere con i gesti simbolici. E allora ci siamo: nei prossimi giorni la storia avrà il suo epilogo. Giro di boa e ritorno a casa, con annesso racconto epico davanti alle telecamere, oppure arresto e rispedizione al mittente. In ogni caso, un nulla di fatto. Nel frattempo, alle porte d’Europa, Putin si diverte a farci sudare con i suoi droni e i suoi missili. E noi, invece di preoccuparci del serio, stiamo dietro a chi confonde la geopolitica, con rispetto parlando, con la Barcolana. Poveri noi. G.& G. ARNÒ

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EDITORIALE SETTEMBRE 2025

Corte Penale Internazionale: la Giustizia con l’Optional   Una Corte nata per fermare genocidi e tiranni, finita per rilasciare comunicati stampa     Nata per giudicare tutti, ma obbligata a guardare dall’altra parte quando perfino gli Stati aderenti si rifiutano di collaborare. La trovata era geniale, ammettiamolo: un Tribunale Penale Internazionale per mettere fine all’impunità dei criminali più efferati del pianeta. Genocidi, guerre, aggressioni, torture: finalmente la giustizia mondiale avrebbe alzato la voce contro chi si credeva intoccabile. Poi, come spesso accade, dal sogno all’incubo il passo è stato breve. La Corte è nata con una missione titanica ma senza muscoli: emette sentenze che nessuno è obbligato a far rispettare, i mandati d’arresto restano carta da parati negli uffici dell’Aia e i potenti della Terra, quelli della lista dei “wanted”, continuano a sfilare sorridenti nei summit internazionali. “La Giustizia non è di questo mondo, ma dell’altro”, diceva Papa Pio VII nel Marchese del Grillo. Mai battuta fu più profetica. Perché se davvero la giustizia terrena dovesse incarnarsi nella Corte dell’Aja, allora si capisce bene perché i santi abbiano preferito attendere quella divina. In effetti, di giustizia internazionale se ne vede ben poca. Si processano leader africani  in pensione o dittatori di Paesi senza voce in capitolo, mentre i grandi della Terra siedono indisturbati sul trono della geopolitica, osservando con aria divertita. La selettività delle accuse è così evidente che non serve scomodare grandi teorie complottiste: basta aprire l’elenco dei processi per capire chi comanda. Ma del resto, sarebbe ingenuo aspettarsi altro. Ci sono Paesi in cui la Giustizia si occupa solo di giustizia, ma con il sottofondo politico inevitabile, come musica d’ascensore. Altri in cui la Giustizia fa apertamente politica. E altri ancora in cui Giustizia e Politica coincidono del tutto, al punto che nessuno distingue più il giudice dall’onorevole. In ognuno di questi scenari resta centrale il tema della giustizia giusta, l’epicheia. Essa richiede prudenza, saggezza e rigore, quasi a combinare nell’esercizio della giustizia le altre virtù cardinali, come ricordavano Sant’Agostino e San Gregorio Magno. Ma di questa giustizia giusta si è persa la traccia. Pretenderla nelle sentenze internazionali? Utopia pura. E qui sta il nodo: come si può pretendere che la CPI si liberi dal peso della politica, quando, come ricordava Aristotele, l’uomo è per natura un animale politico? La giustizia nasce dall’uomo, e dunque dalla politica: impossibile separare madre e figlia senza generare un mostro. Le regole, comunque, erano chiare sin dall’inizio: Stati Uniti, Russia, Israele e Cina non hanno mai ratificato lo Statuto di Roma. Non perché amanti della guerra, ma perché allergici a farsi giudicare. Chi governa il mondo non gradisce che un tribunale internazionale ficchi il naso nelle sue operazioni “umanitarie”. Così, mentre il cittadino comune deve rispondere della multa per divieto di sosta, i leader globali possono bombardare, invadere, deportare senza troppe ansie giudiziarie. A rendere il tutto più pittoresco, le indagini preliminari della CPI talvolta si basano anche sulle notizie stampa. Ma davvero qualcuno pensa che la stampa sia indipendente e immune da pressioni? In questi casi, la Corte finisce per assomigliare più a un osservatorio mediatico che a un tribunale. Il Consiglio di Sicurezza ONU, poi, completa l’opera: ha il potere di bloccare le indagini del Procuratore per un anno. Basta che uno dei membri permanenti, guarda caso gli stessi che non hanno ratificato lo Statuto, alzi il ditino, e la giustizia internazionale entra in pausa. Come Netflix. Alla fine, la CPI è rimasta un simulacro di giustizia: forte con i deboli, inesistente con i forti. Perfetta per processare miliziani africani o satrapi in pensione, ma incapace di sfiorare i veri colossi della geopolitica. Risultato: i popoli vedono che i potenti la fanno franca, la fiducia nel diritto crolla, e la Corte diventa più uno strumento geopolitico che un tribunale. La soluzione? Qualcuno propone sanzioni economiche o l’esclusione dai contesti internazionali per chi ignora i mandati. Ma finché chi decide le sanzioni coincide con chi dovrebbe subirle, la Corte resterà un nobile esperimento… con valore puramente decorativo. Così la Corte Penale Internazionale rimane sospesa tra il sogno e la caricatura: tribunale universale solo sulla carta, tribunale selettivo nella pratica. Un’istituzione che promette imparzialità assoluta, ma che troppo spesso si rivela lo specchio deformato dei rapporti di forza globali. E allora, con un filo di sarcasmo e un pizzico di rassegnazione, non resta che ripetere la domanda finale:Esiste giustizia giusta in questo mondo? Forse aveva ragione Giolitti, che con il suo cinismo lucido spiegava il diritto meglio di mille trattati:“Per i nemici le leggi si applicano, per gli amici si interpretano, per qualcuno si eludono.” La CPI, più che una Corte, sembra l’ufficio traduzioni di questa massima immortale. G. & G. Arnò

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EDITORIALE AGOSTO 2025

Europa, unita sì… ma solo per lo sconto doganale     Raggiunto l’accordo tra UE e USA per calmierare i dazi al 15%: l’unica politica estera europea che funziona è quella al supermercato. Chi ci guadagna? Tutti, ma a patto di non chiedere troppi dettagli.   Ma quale politica estera europea! Ci prendiamo in giro? L’Unione Europea come attore internazionale? Solo se si parla di tariffe. Il recentissimo accordo con gli Stati Uniti sui dazi, fissati al 15% per una serie di prodotti chiave, sembra essere l’unico caso in cui Bruxelles riesce a parlare con una voce sola. Miracolo? No, interesse economico. Perché, come sempre, quando c’è di mezzo il portafogli, l’unità si ritrova. Altro che Palestina, Africa o Ucraina. Nel frattempo, sullo scacchiere internazionale ogni Stato membro continua a giocare per conto proprio, con mosse da solista che metterebbero in crisi anche un maestro di scacchi cieco. L’uscita di Macron sul riconoscimento della Palestina, le iniziative di Spagna, Irlanda e perfino della Norvegia (ospite fissa senza diritto di voto), ci ricordano che il coordinamento europeo è più una fantasia erotica che una strategia geopolitica. Il termine “politica estera europea” ormai suona come uno di quei vecchi slogan pubblicitari tipo “consegna in 24 ore” o “offerta limitata”: tutti sanno che non è vero, ma fa ancora scena. Coordinamento europeo? Al massimo c’è coordinamento per la stampa dei volantini. In compenso, a Bruxelles continuano a parlare con entusiasmo della “voce unica dell’Europa nel mondo”, ma si tratta evidentemente di un problema di udito. Più che una voce, si sente un coro stonato in cui ogni Paese canta la sua parte, spesso anche fuori tempo. L’Italia, come sempre, partecipa con entusiasmo, ma dimentica il testo. Un accordo doganale e mezzo miracolo: ecco la vera Unione Eppure, attenzione: l’accordo commerciale raggiunto con Washington è stato salutato da molti politici ed economisti come una prova di maturità dell’Europa. O almeno del suo istinto di conservazione. Perché se da un lato dimostra che si può ancora negoziare in blocco, dall’altro ci ricorda che l’unico tema su cui si può contare su Bruxelles è il commercio. Meglio se si parla di acciaio, formaggi o chip e non di diritti umani, difesa o sanzioni. Von der Leyen l’ha definito “il più grande accordo commerciale mai raggiunto”. Forse anche perché è l’unico vero che si possa presentare con orgoglio in una conferenza stampa senza che qualcuno faccia una domanda imbarazzante. Ma chi ci guadagna davvero? Apparentemente tutti. Gli europei tirano un sospiro di sollievo sull’agroalimentare e l’industria automobilistica. Gli americani mantengono la barra del protezionismo moderato e portano a casa un bel messaggio elettorale. I cinesi osservano e prendono appunti. E i britannici? Probabilmente si sono persi l’email. Interesse nazionale, 1 – Europa unita, 0 In questa Europa che riesce a unirsi solo davanti a una minaccia doganale, resta comunque evidente il punto: non esiste un’identità strategica condivisa. Ognuno continua a ballare da solo, tranne quando arriva la musica dei dollari. A quel punto, improvvisamente, ci si ritrova tutti a fare la stessa coreografia, magari goffa, ma almeno coordinata. Macron, sempre più acrobata tra l’europeismo e la grandeur francese, lo sa bene: si può essere paladini dell’Unione la mattina e portabandiera dell’interesse nazionale il pomeriggio. È il nuovo stile continentale: elastico, adattabile, altamente performativo. Un po’ come certi tessuti tecnici. Considerazioni finali (senza dazi): Alla fine, la politica estera europea esiste. Ma è una specie particolare: compare solo in presenza di minacce economiche, di preferenza in forma di Excel. Per il resto, resta sospesa tra i sogni di Altiero Spinelli e le risatine ciniche di chi osserva come ogni Stato vada per conto suo con la disinvoltura di chi sa che nessuno lo fermerà. Che ci sia bisogno di cambiare testa, norme, ambizioni e forse anche abitudini alimentari è fuori discussione. Ma nel frattempo, consoliamoci: l’accordo sui dazi dimostra che, se stimolati nel modo giusto (cioè sul punto giusto), gli europei riescono ancora a fare qualcosa di buono e insieme. Peccato che la geopolitica non si possa pagare con la carta fedeltà. G.& G. ARNÒ

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EDITORIALE LUGLIO 2025

La Cina ci prova, ma l’Europa ha già scelto l’America (e pure il suo cow boy) Pechino seduce, ma a Bruxelles piace il cavallo di Trump. La crisi in Medio Oriente rafforza il richiamo dell’Occidente: militare, culturale e persino affettivo. E alla fine, l’Europa si riscopre americana dentro. La crisi in Medio Oriente, tra razzi, droni e retoriche al calor bianco, non fa altro che ribadire una verità elementare: l’Europa, quando deve scegliere, guarda a Occidente. Ci sarà pure la tentazione cinese, tra auto elettriche BYD e discorsi zuccherati sulle “partnership strategiche”, ma l’amore – quello vero – resta per gli Stati Uniti, anche quando a guidarli è il cow boy meno diplomatico di sempre: Donald Trump. Pechino ci corteggia. A febbraio, il diplomatico Wang Yi, con il sorriso di chi sa vendere anche il deserto ai beduini, ci ha proposto un futuro “luminoso” insieme, una meravigliosa alleanza per guidare il mondo verso pace, prosperità e progresso. Bellissimo, sulla carta. Peccato che, quando bisogna comprare, le auto cinesi ancora non fanno battere il cuore europeo, che continua ad andare in brodo di giuggiole per Tesla, SUV americani e, ovviamente, per il mito del made in USA. La verità è che l’Europa, da Trump in poi, ha riscoperto il suo DNA: occidentale fino al midollo. Certo, il tycoon ci tratta come scrocconi, ci insulta a giorni alterni e parla come un oste alla sagra della porchetta, ma alla fine, senza di noi, lui sarebbe poco più di un passero solitario. E noi, senza di lui, ci sentiremmo un po’ orbati. Poi, ci sono i fatti. L’attacco americano ai siti nucleari iraniani ha ricordato al mondo chi comanda davvero: gli USA e i loro bombardieri strategici – cento per parte tra Washington e Mosca – sono ancora la colonna vertebrale della deterrenza globale. La Cina ci sta lavorando con il futuribile bombardiere H-20, ma la strada per raggiungere la capacità di colpire ovunque è ancora lunga. E senza muscoli militari, anche la più solida economia barcolla. Così, tra una carezza cinese e una spallata americana, l’Europa ha deciso di stringere ancora di più il suo storico patto d’amore con Washington e i suoi alleati: Giappone, Canada e quella vecchia combriccola occidentale che, tra uno sgarbo e una pacca sulle spalle, rimane la casa naturale del Vecchio Continente. E siccome a Bruxelles ci piacciono le scelte decise (quando le facciamo), eccoci pronti a investire il 5% del PIL per ammodernare la NATO e costruire un futuro esercito europeo degno di essere chiamato tale. Perché, quando vogliamo, sappiamo fare le cose bene. Anzi, all’eccellenza ci siamo abituati. Dopotutto, anche Trump ogni tanto ci sorprende con quella sua imprevedibile grandezza. Come direbbe Mina: “Grande, grande, grande, come te sei grande solamente tu.” Anche se ogni tanto, purtroppo, ci tocca pure cantargli il resto della canzone. G. & G. ARNÒ

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EDITORIALE GIUGNO 2025

Dove non arrivano le portaerei, arrivano i semiconduttori. Una piccola isola armata di wafer e intelligenza artificiale affronta il colosso cinese, nel silenzio assordante della guerra ibrida. Nel teatro dell’assurdo che chiamiamo “politica internazionale”, ci sono attori che recitano in costume d’epoca e altri che, in jeans e t-shirt, riscrivono il copione mentre lo recitano. Poi c’è Taiwan. Un’isola grande quanto Lombardia e Piemonte messi insieme, con meno abitanti dell’intera area metropolitana di Tokyo, ma che regge sulle sue spalle una fetta enorme dell’economia globale. E come lo fa? Semplice: costruendo i cervelli delle nostre macchine, i cuori dei nostri smartphone, le sinapsi dei missili intelligenti. Altro che portaerei. La guerra ibrida — quel meraviglioso ossimoro che suona come “dieta fritta” — è ormai la nuova normalità. È fatta di droni invisibili, blackout con tempismo sospetto, hashtag virali che destabilizzano governi, incendi strategici in Festival internazionali, e sabotaggi marini più adatti a romanzi di Le Carré che a notiziari serali. Ma nel centro di questo caos elegante, c’è un punto fermo: Taiwan. La piccola isola è la chiave di volta dell’equilibrio mondiale. E non per la sua forza militare (pur crescente), ma per quella tecnologica. La Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC), che non ha neanche bisogno di cambiare nome per diventare acronimo da romanzo cyberpunk, produce oltre il 90% dei chip avanzati sotto i 7 nanometri. Detto in parole povere: se domani TSMC smette di funzionare, Apple piange, Nvidia sviene, e i centri di comando dell’intero arsenale NATO diventano scatole nere vintage. La Cina lo sa. E mentre sfoggia la sua armata di TikTok, dispiega flotte, e rivendica sovranità storiche con l’energia di un revisore dell’ufficio catastale, non osa (ancora) invadere Taiwan. Perché, e qui arriva il capolavoro di ironia geopolitica, il futuro della Cina — digitale, produttivo, industriale — è saldamente legato a quei minuscoli chip prodotti dai “ribelli” taiwanesi. Tagliare quei rifornimenti significherebbe strangolare non l’Occidente, ma se stessi. E quindi? E quindi benvenuti nel nuovo volto della guerra: uno scontro senza spari ma con blackout strategici, sabotaggi di cavi sottomarini, attacchi anonimi alle infrastrutture e guerre psicologiche via social. Una guerra dove l’obiettivo non è più la conquista del territorio, ma della percezione. Del tempo di reazione. Dell’algoritmo giusto. Gli eventi di Cannes e Nizza, con blackout che sembrano sceneggiati da Netflix più che indagati da Europol, sono solo la punta dell’iceberg. Dietro ogni scintilla sospetta, si cela un potenziale test bellico, una provocazione a bassa intensità pensata per misurare la resilienza dell’Occidente. Una guerra dove non si alzano bandiere, ma si toglie la corrente. Dove non si occupano città, ma flussi di dati. E mentre Russia e Cina giocano a Risiko subacqueo con le infrastrutture energetiche e digitali d’Europa, Taiwan continua a fare quello che sa fare meglio: produrre microchip e diventare l’ago della bilancia tra mondo libero e autocrazie digitali. Non male, per un’isola che molti non saprebbero collocare su una cartina muta. Sì, Taiwan può tenere a bada la Cina. Non con cannoni, ma con wafer. Non con eserciti, ma con architetture a 3 nanometri. E l’Occidente farebbe bene a proteggere questo scudo invisibile, che brilla al silicio invece che all’acciaio. Conclusione? La prossima guerra mondiale potrebbe iniziare non con un bombardamento, ma con un’interruzione nella catena di fornitura dei semiconduttori. Il bottone rosso sarà probabilmente touch screen. E chi comanda la fabbrica, comanda il mondo. E voi, avete aggiornato il vostro firmware oggi? G.& G. ARNÒ

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EDITORIALE MAGGIO 2025

Europa, svegliati o resta spettatrice: tra Trump, draghi cinesi e poker geopolitico Zelensky scopre che il suo futuro dipende da Trump, non da Bruxelles. L’Europa deve svegliarsi: tra il poker geopolitico di Washington e le sirene di Pechino, non c’è più spazio per la retorica. Difesa comune e unione dei risparmi sono l’unica strada per non finire spettatori di un nuovo ordine mondiale scritto da altri. Se l’Europa fosse una persona, in questo momento sarebbe quella che si presenta a una partita di poker mondiale portandosi dietro un manuale degli scacchi. Sul tavolo, Trump rilancia a occhi chiusi, la Cina gioca a Bluff Plus, e Zelensky cerca di non farsi scippare l’ultima fiche: la sopravvivenza. A San Pietro, Zelensky ha avuto il suo personale risveglio amaro: ha capito che i salotti bene dell’Europa non servono più a molto, e che il vero banco della pace si chiama Donald Trump. Non Bruxelles, non l’ONU, non le infinite commissioni con catering. Solo lui, il vecchio sceriffo americano, pronto a riscrivere le regole del gioco come se fosse il regolamento interno del suo golf club. E l’Europa? Ursula von der Leyen ci rassicura: “L’Europa è ancora un progetto di pace”. Splendido! Peccato che, nel frattempo, il mondo abbia cambiato canale e il “progetto” rischi di diventare una rievocazione storica in costume. Perché diciamocelo: l’Occidente come lo conoscevamo è sparito, evaporato tra una crisi bancaria, una pandemia e qualche colpo di dazio lanciato con la grazia di un pianoforte buttato giù da un palazzo. Trump, infatti, gioca su due fronti: quello commerciale — a suon di minacce e dazi — e quello militare — flirtando con l’idea di stracciare l’articolo 5 della NATO come se fosse una multa stradale. In mezzo, l’Europa deve smettere di credere che basti sventolare la bandiera della diplomazia e prepararsi, piuttosto, a correre la maratona sul filo del rasoio. Però, concediamoglielo: l’Unione europea è maestra d’arte nella nobile disciplina del “non sprecare una crisi”. Dal 2008 in poi ha trasformato ogni batosta in una mezza spinta verso un’integrazione federale camuffata da soluzioni tecniche. Oggi la posta è più alta: non basta più reagire. Bisogna giocare d’anticipo. Ecco quindi il piano geniale: un’Unione dei Risparmi, un’Unione della Difesa (SafeEU, per chi ama gli acronimi rassicuranti), e un bel brindisi franco-tedesco al federalismo funzionale. In pratica, si costruiscono due nuove punte federali: una per proteggere i soldi, l’altra per proteggere le frontiere. Una bella evoluzione: da custodi della pace a cassieri e bodyguard del continente. In altre parole, due mosse geniali, da manuale di diplomazia antica: quando non puoi vincere sul tavolo che ti apparecchiano, porti il gioco su un altro tavolo. Intanto, i dazi? Robetta. Fastidi da affrontare con un po’ di tattica e nervi saldi: cambiare rotte, aggiustare catene di fornitura, raddrizzare qualche bilancia commerciale sbilenca. Se ci riesce anche un supermercato durante i saldi, ce la farà pure l’Europa. Il vero match, invece, è tutto sulla capacità di posizionarsi tra USA e Cina come una potenza matura. E magari, per una volta, non solo sopravvivere, ma vincere. Non sarà facile, certo. Ma, come diceva qualcuno, “non bisogna mai sprecare una buona crisi”. Quindi Europa, prepara il mazzo: questa volta non si bluffa. G.& G. ARNÒ

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Trump, Mercosur e il nuovo ordine commerciale: gli USA non sono più indispensabili

Scrocconi, sanguisughe, odiosi e chi più ne ha più ne metta. Ecco come ci definisce il presidente-dittatore Donald Trump. Un uomo che al suo insediamento aveva promesso: «Non sarò un dittatore, tranne che nel primo giorno». Eppure, quel “primo giorno” sembra essersi trasformato in un’era senza fine, fatta di confini chiusi, trivellazioni selvagge, dazi punitivi e guerre commerciali senza quartiere. Il motto della sua amministrazione? “Business first” – e al diavolo la geopolitica che ha garantito la pace e la stabilità in Europa per quasi un secolo. Eppoi, considerando a fondo la questione, potremmo affermare che lo scroccone o l’approfittatore che dir si voglia sia stata, tutto sommato, l’America: nel dopoguerra e negli anni successivi essa ha voluto dividere il mondo in due blocchi, accaparrandosi l´Europa; ha fatto di quest´ultima la base avanzata per le sue guerre, dirette o no, per diffondere, a suo dire, la democrazia nei paesi musulmani… ricchi di risorse naturali; e ha infine utilizzato il Vecchio Continente come mercato principale per le sue esportazioni. In altre parole, se gli USA hanno investito in difesa e aiuti nel nostro continente non lo hanno di sicuro fatto a titolo di beneficenza. Ma se Trump, allo stato delle cose, vuole isolarsi, l’Europa può fare lo stesso nei suoi confronti. Gli USA non sono più un partner commerciale affidabile, e questa non è una sconfitta, ma un’opportunità. Anzi, ancora una volta dimostrano di non perdere l’abitudine di abbandonare amici e alleati ex abrupto, come già fatto in altre occasioni storiche. In un mondo multipolare, l’Unione Europea non può restare legata a un alleato che cambia le regole del gioco a suo piacimento. Ecco perché l’accordo con il Mercosul, il blocco economico sudamericano, è una svolta epocale. Un nuovo orizzonte: l’accordo UE-Mercosul Grazie alla leadership della Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, l’UE ha stretto un’intesa storica con il Mercosul, composto da Brasile, Argentina, Paraguay, Uruguay, Cile, Bolivia, Perù, Colombia e Ecuador. Un accordo che non solo ridisegna gli equilibri economici globali, ma dimostra che l’Europa sa reinventarsi e trovare nuove strade quando necessario. Con questa intesa, le imprese europee risparmieranno oltre 4 miliardi di euro in dazi doganali all’anno, con un impatto diretto sulla competitività delle nostre esportazioni. Inoltre, il rafforzamento delle catene del valore nei settori strategici, come le materie prime e le tecnologie verdi, rappresenta un vantaggio che nessun dazio americano potrà mai compensare. Il Mercosul: un partner affidabile, senza ricatti Mentre Trump impone dazi e minaccia guerre commerciali, il Mercosul offre regole chiare e stabilità. L’accordo garantisce il rispetto degli standard europei su sicurezza alimentare e diritti del lavoro, proteggendo al contempo gli agricoltori europei da una concorrenza sleale. Con oltre 350 prodotti europei protetti da indicazioni geografiche, i nostri marchi distintivi non saranno minacciati da imitazioni di bassa qualità. Sostenibilità e strategia: la risposta europea al protezionismo USA Trump potrebbe non curarsene, ma il futuro del commercio internazionale è legato alla sostenibilità. L’accordo UE-Mercosul pone l’Accordo di Parigi al centro della cooperazione, con impegni concreti contro la deforestazione e per la protezione dell´ambiente. Mentre gli USA si chiudono in se stessi, noi guardiamo avanti: 1,8 miliardi di euro di aiuti UE supporteranno la transizione verde e digitale nei paesi Mercosur, rafforzando un partenariato basato su valori comuni e non su imposizioni, minacce e ricatti. L’Europa non si fa ricattare Con oltre 700 milioni di persone coinvolte, questa intesa crea una delle aree di libero scambio più grandi del mondo. Significa crescita, opportunità e posti di lavoro per entrambe le parti. E, soprattutto, significa che l’UE non accetterà più di essere schiava dell’imprevedibilità americana. Trump ha voluto giocare duro? Bene. L’Europa risponde con strategia e visione. Gli USA non sono più indispensabili. Il Mercosul è pronto a prendere il loro posto. G.&G.ARNÒ

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EDITORIALE MARZO 2025

Mentre a Roma si discute, Cartagine brucia. Un detto antico, ma quanto mai attuale di fronte all’ennesima dimostrazione delle difficoltà europee nel prendere in mano il proprio destino. Gli Stati Uniti stringono accordi strategici con Zelensky, Putin attende di ridefinire gli equilibri con Trump, e l’Europa? Rimane impantanata in valutazioni tardive su un ipotetico invio di forze di pace in Ucraina, quando il conflitto sarà ormai terminato. In questo scenario, tutti avanzano, tranne noi. La lezione americana è chiara: meno parole, più azione. Mentre Bruxelles si perde in convegni e dibattiti senza fine, Washington consolida un’intesa con Kyiv per l’estrazione congiunta delle terre rare. Secondo il primo ministro ucraino Denys Shmyhal, il progetto è già in fase avanzata, con un fondo d’investimento dedicato e garanzie di sicurezza statunitensi. Nel frattempo, l’Europa riflette sull’invio di un contingente militare, senza una chiara strategia su come trasformarlo in un vantaggio concreto e sostenibile. Il confronto economico è altrettanto impietoso. Gli Stati Uniti capitalizzano sulle alleanze, mentre l’Europa rischia di restare il fanalino di coda, con investimenti disorganizzati e privi di una prospettiva di ritorno. Questa non è una teoria cospirazionista, ma una realtà che si sta consolidando sotto i nostri occhi. E l’Italia? Qui entra in gioco Giorgia Meloni, oggi una delle figure più affidabili nel panorama europeo. Se c’è qualcuno in grado di spingere l’Europa verso un’azione più concreta e pragmatica, è proprio la premier italiana. L’Italia ha l’opportunità di guidare un approccio più efficace nella negoziazione degli impegni per la sicurezza dell’Ucraina, puntando a benefici economici, strategici e d’immagine. Un altro fattore cruciale riguarda i rapporti con Washington. Con Trump nuovamente alla Casa Bianca dopo la recente vittoria elettorale, il dialogo non si limiterà a dichiarazioni di principio, ma entrerà nel vivo delle trattative economiche e strategiche. Basta osservare quanto delle nuove spese militari europee finisca nelle casse dell’industria bellica americana: un chiaro punto di partenza per una negoziazione più equilibrata. L’Europa ha bisogno di una leadership pragmatica, capace di cogliere le opportunità invece di restare impantanata in sterili discussioni. Il futuro post-bellico dell’Ucraina si sta delineando ora: se non agiamo con decisione, rischiamo di ritrovarci relegati al ruolo di spettatori, senza peso politico ed economico. E questo, semplicemente, non possiamo permettercelo. G.&G.Arnò

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EDITORIALE FEBBRAIO 2025

 Il Modismo dell’Inclusività che Esclude Un tempo nobile vessillo di giustizia sociale, oggi spauracchio da barzelletta: la cultura woke sembra aver percorso l’intera parabola dell’ascesa e della caduta a velocità supersonica. Nata per rendere il mondo più equo, ha finito per trasformarsi in una sorta di tribunale inquisitorio, dove il minimo scostamento dall’ortodossia del momento equivale a una condanna senza appello. Negli Stati Uniti il termine è ormai un insulto da talk show, un sinonimo di fanatismo iper-moralista con una spolverata di censura creativa. In Italia, invece, il fenomeno sembra ancora godere di una certa considerazione – o almeno di generosi finanziamenti pubblici. Ma facciamo un passo indietro. Da Virtù a Vizio: Cronache di un Fenomeno che si è Preso Troppo sul Serio C’era una volta il “wokeness”, la sacra consapevolezza delle ingiustizie sociali. Poi è arrivata la politica, Donald Trump l’ha bollata come l’ideologia dei “losers”, e la parabola discendente ha avuto inizio. Il termine è passato dall’essere un simbolo di coscienza civile a un manifesto dell’intolleranza con pretese pedagogiche. Negli USA, gli stessi giganti della Silicon Valley che fino a ieri dispensavano sermoni sull’inclusività hanno cominciato a prendere prudentemente le distanze. La nuova moda è sembrare neutrali, perché il vento sta cambiando e, si sa, il capitalismo si adatta più in fretta delle ideologie. Curiosamente, il ritorno a un’etica meno woke non è stato privo di ironie. Donald Trump, durante il suo secondo mandato, ha evocato il passato eroico dell’America con tanto di promesse di espansionismo e industrializzazione. “Renderemo l’America grande di nuovo, trivellando di nuovo!”, ha esclamato, con Elon Musk al suo fianco che applaudiva sognando bandierine a stelle e strisce su Marte. Nel suo discorso “in bianco e nero” – maschi maschi, femmine femmine, niente sfumature – Trump ha sintetizzato perfettamente il rifiuto delle complessità che la cultura woke ha cercato di affrontare, anche se talvolta con maldestra presunzione. E così, come in una tragicommedia, mentre una parte del mondo tenta di cancellare il passato con colpi di bianchetto ideologico, l’altra rispolvera nostalgicamente i decenni d’oro in cui tutto era più semplice – o almeno, così sembra nei racconti elettorali. Inclusività Selettiva: Il Paradosso del Wokismo In teoria, la cultura woke mirava a includere tutti. In pratica, ha sviluppato un raffinato talento per l’esclusione. La caccia ai peccatori del passato ha portato a riscritture di classici, a riabilitazioni postume e a vere e proprie purghe culturali, con l’unico risultato di rendere il dibattito ancora più sterile e manicheo. Roma Caput Mundi (del Finanziamento Woke) Mentre oltre oceano il fenomeno sembra avviarsi a una pensione anticipata, in Italia il wokismo trova nuova linfa, e soprattutto nuovi fondi. A Roma, ad esempio, il sindaco Gualtieri ha stanziato 240mila euro per progetti sull’affettività nelle scuole. Nulla di male, certo. Peccato che le stesse scuole abbiano infiltrazioni d’acqua, muri che si sbriciolano e strutture che farebbero invidia alla scenografia di un film post-apocalittico. Ma l’importante è che i bambini sviluppino la giusta sensibilità, anche se devono farlo sotto un tetto che potrebbe crollare da un momento all’altro. Il Fascino Discreto della Polarizzazione Il vero problema non è tanto la cultura woke, ma l’incapacità collettiva di affrontare qualunque tema senza trasformarlo in una guerra di religione. Da una parte i paladini dell’inclusività totalitaria, dall’altra i nostalgici del “si stava meglio quando si stava peggio”. In mezzo? Il nulla. Perché il compromesso e il buon senso, oggi, non fanno notizia. E così, tra censure, anatemi e financo finanziamenti strategici, il mondo continua a girare. Forse nel verso giusto, forse no. Ma, come direbbe qualcuno, tutto scorre.   Giuseppe Arnò

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