EDITORIALE MAGGIO 2025

Europa, svegliati o resta spettatrice: tra Trump, draghi cinesi e poker geopolitico Zelensky scopre che il suo futuro dipende da Trump, non da Bruxelles. L’Europa deve svegliarsi: tra il poker geopolitico di Washington e le sirene di Pechino, non c’è più spazio per la retorica. Difesa comune e unione dei risparmi sono l’unica strada per non finire spettatori di un nuovo ordine mondiale scritto da altri. Se l’Europa fosse una persona, in questo momento sarebbe quella che si presenta a una partita di poker mondiale portandosi dietro un manuale degli scacchi. Sul tavolo, Trump rilancia a occhi chiusi, la Cina gioca a Bluff Plus, e Zelensky cerca di non farsi scippare l’ultima fiche: la sopravvivenza. A San Pietro, Zelensky ha avuto il suo personale risveglio amaro: ha capito che i salotti bene dell’Europa non servono più a molto, e che il vero banco della pace si chiama Donald Trump. Non Bruxelles, non l’ONU, non le infinite commissioni con catering. Solo lui, il vecchio sceriffo americano, pronto a riscrivere le regole del gioco come se fosse il regolamento interno del suo golf club. E l’Europa? Ursula von der Leyen ci rassicura: “L’Europa è ancora un progetto di pace”. Splendido! Peccato che, nel frattempo, il mondo abbia cambiato canale e il “progetto” rischi di diventare una rievocazione storica in costume. Perché diciamocelo: l’Occidente come lo conoscevamo è sparito, evaporato tra una crisi bancaria, una pandemia e qualche colpo di dazio lanciato con la grazia di un pianoforte buttato giù da un palazzo. Trump, infatti, gioca su due fronti: quello commerciale — a suon di minacce e dazi — e quello militare — flirtando con l’idea di stracciare l’articolo 5 della NATO come se fosse una multa stradale. In mezzo, l’Europa deve smettere di credere che basti sventolare la bandiera della diplomazia e prepararsi, piuttosto, a correre la maratona sul filo del rasoio. Però, concediamoglielo: l’Unione europea è maestra d’arte nella nobile disciplina del “non sprecare una crisi”. Dal 2008 in poi ha trasformato ogni batosta in una mezza spinta verso un’integrazione federale camuffata da soluzioni tecniche. Oggi la posta è più alta: non basta più reagire. Bisogna giocare d’anticipo. Ecco quindi il piano geniale: un’Unione dei Risparmi, un’Unione della Difesa (SafeEU, per chi ama gli acronimi rassicuranti), e un bel brindisi franco-tedesco al federalismo funzionale. In pratica, si costruiscono due nuove punte federali: una per proteggere i soldi, l’altra per proteggere le frontiere. Una bella evoluzione: da custodi della pace a cassieri e bodyguard del continente. In altre parole, due mosse geniali, da manuale di diplomazia antica: quando non puoi vincere sul tavolo che ti apparecchiano, porti il gioco su un altro tavolo. Intanto, i dazi? Robetta. Fastidi da affrontare con un po’ di tattica e nervi saldi: cambiare rotte, aggiustare catene di fornitura, raddrizzare qualche bilancia commerciale sbilenca. Se ci riesce anche un supermercato durante i saldi, ce la farà pure l’Europa. Il vero match, invece, è tutto sulla capacità di posizionarsi tra USA e Cina come una potenza matura. E magari, per una volta, non solo sopravvivere, ma vincere. Non sarà facile, certo. Ma, come diceva qualcuno, “non bisogna mai sprecare una buona crisi”. Quindi Europa, prepara il mazzo: questa volta non si bluffa. G.& G. ARNÒ

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Trump, Mercosur e il nuovo ordine commerciale: gli USA non sono più indispensabili

Scrocconi, sanguisughe, odiosi e chi più ne ha più ne metta. Ecco come ci definisce il presidente-dittatore Donald Trump. Un uomo che al suo insediamento aveva promesso: «Non sarò un dittatore, tranne che nel primo giorno». Eppure, quel “primo giorno” sembra essersi trasformato in un’era senza fine, fatta di confini chiusi, trivellazioni selvagge, dazi punitivi e guerre commerciali senza quartiere. Il motto della sua amministrazione? “Business first” – e al diavolo la geopolitica che ha garantito la pace e la stabilità in Europa per quasi un secolo. Eppoi, considerando a fondo la questione, potremmo affermare che lo scroccone o l’approfittatore che dir si voglia sia stata, tutto sommato, l’America: nel dopoguerra e negli anni successivi essa ha voluto dividere il mondo in due blocchi, accaparrandosi l´Europa; ha fatto di quest´ultima la base avanzata per le sue guerre, dirette o no, per diffondere, a suo dire, la democrazia nei paesi musulmani… ricchi di risorse naturali; e ha infine utilizzato il Vecchio Continente come mercato principale per le sue esportazioni. In altre parole, se gli USA hanno investito in difesa e aiuti nel nostro continente non lo hanno di sicuro fatto a titolo di beneficenza. Ma se Trump, allo stato delle cose, vuole isolarsi, l’Europa può fare lo stesso nei suoi confronti. Gli USA non sono più un partner commerciale affidabile, e questa non è una sconfitta, ma un’opportunità. Anzi, ancora una volta dimostrano di non perdere l’abitudine di abbandonare amici e alleati ex abrupto, come già fatto in altre occasioni storiche. In un mondo multipolare, l’Unione Europea non può restare legata a un alleato che cambia le regole del gioco a suo piacimento. Ecco perché l’accordo con il Mercosul, il blocco economico sudamericano, è una svolta epocale. Un nuovo orizzonte: l’accordo UE-Mercosul Grazie alla leadership della Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, l’UE ha stretto un’intesa storica con il Mercosul, composto da Brasile, Argentina, Paraguay, Uruguay, Cile, Bolivia, Perù, Colombia e Ecuador. Un accordo che non solo ridisegna gli equilibri economici globali, ma dimostra che l’Europa sa reinventarsi e trovare nuove strade quando necessario. Con questa intesa, le imprese europee risparmieranno oltre 4 miliardi di euro in dazi doganali all’anno, con un impatto diretto sulla competitività delle nostre esportazioni. Inoltre, il rafforzamento delle catene del valore nei settori strategici, come le materie prime e le tecnologie verdi, rappresenta un vantaggio che nessun dazio americano potrà mai compensare. Il Mercosul: un partner affidabile, senza ricatti Mentre Trump impone dazi e minaccia guerre commerciali, il Mercosul offre regole chiare e stabilità. L’accordo garantisce il rispetto degli standard europei su sicurezza alimentare e diritti del lavoro, proteggendo al contempo gli agricoltori europei da una concorrenza sleale. Con oltre 350 prodotti europei protetti da indicazioni geografiche, i nostri marchi distintivi non saranno minacciati da imitazioni di bassa qualità. Sostenibilità e strategia: la risposta europea al protezionismo USA Trump potrebbe non curarsene, ma il futuro del commercio internazionale è legato alla sostenibilità. L’accordo UE-Mercosul pone l’Accordo di Parigi al centro della cooperazione, con impegni concreti contro la deforestazione e per la protezione dell´ambiente. Mentre gli USA si chiudono in se stessi, noi guardiamo avanti: 1,8 miliardi di euro di aiuti UE supporteranno la transizione verde e digitale nei paesi Mercosur, rafforzando un partenariato basato su valori comuni e non su imposizioni, minacce e ricatti. L’Europa non si fa ricattare Con oltre 700 milioni di persone coinvolte, questa intesa crea una delle aree di libero scambio più grandi del mondo. Significa crescita, opportunità e posti di lavoro per entrambe le parti. E, soprattutto, significa che l’UE non accetterà più di essere schiava dell’imprevedibilità americana. Trump ha voluto giocare duro? Bene. L’Europa risponde con strategia e visione. Gli USA non sono più indispensabili. Il Mercosul è pronto a prendere il loro posto. G.&G.ARNÒ

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EDITORIALE MARZO 2025

Mentre a Roma si discute, Cartagine brucia. Un detto antico, ma quanto mai attuale di fronte all’ennesima dimostrazione delle difficoltà europee nel prendere in mano il proprio destino. Gli Stati Uniti stringono accordi strategici con Zelensky, Putin attende di ridefinire gli equilibri con Trump, e l’Europa? Rimane impantanata in valutazioni tardive su un ipotetico invio di forze di pace in Ucraina, quando il conflitto sarà ormai terminato. In questo scenario, tutti avanzano, tranne noi. La lezione americana è chiara: meno parole, più azione. Mentre Bruxelles si perde in convegni e dibattiti senza fine, Washington consolida un’intesa con Kyiv per l’estrazione congiunta delle terre rare. Secondo il primo ministro ucraino Denys Shmyhal, il progetto è già in fase avanzata, con un fondo d’investimento dedicato e garanzie di sicurezza statunitensi. Nel frattempo, l’Europa riflette sull’invio di un contingente militare, senza una chiara strategia su come trasformarlo in un vantaggio concreto e sostenibile. Il confronto economico è altrettanto impietoso. Gli Stati Uniti capitalizzano sulle alleanze, mentre l’Europa rischia di restare il fanalino di coda, con investimenti disorganizzati e privi di una prospettiva di ritorno. Questa non è una teoria cospirazionista, ma una realtà che si sta consolidando sotto i nostri occhi. E l’Italia? Qui entra in gioco Giorgia Meloni, oggi una delle figure più affidabili nel panorama europeo. Se c’è qualcuno in grado di spingere l’Europa verso un’azione più concreta e pragmatica, è proprio la premier italiana. L’Italia ha l’opportunità di guidare un approccio più efficace nella negoziazione degli impegni per la sicurezza dell’Ucraina, puntando a benefici economici, strategici e d’immagine. Un altro fattore cruciale riguarda i rapporti con Washington. Con Trump nuovamente alla Casa Bianca dopo la recente vittoria elettorale, il dialogo non si limiterà a dichiarazioni di principio, ma entrerà nel vivo delle trattative economiche e strategiche. Basta osservare quanto delle nuove spese militari europee finisca nelle casse dell’industria bellica americana: un chiaro punto di partenza per una negoziazione più equilibrata. L’Europa ha bisogno di una leadership pragmatica, capace di cogliere le opportunità invece di restare impantanata in sterili discussioni. Il futuro post-bellico dell’Ucraina si sta delineando ora: se non agiamo con decisione, rischiamo di ritrovarci relegati al ruolo di spettatori, senza peso politico ed economico. E questo, semplicemente, non possiamo permettercelo. G.&G.Arnò

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EDITORIALE FEBBRAIO 2025

 Il Modismo dell’Inclusività che Esclude Un tempo nobile vessillo di giustizia sociale, oggi spauracchio da barzelletta: la cultura woke sembra aver percorso l’intera parabola dell’ascesa e della caduta a velocità supersonica. Nata per rendere il mondo più equo, ha finito per trasformarsi in una sorta di tribunale inquisitorio, dove il minimo scostamento dall’ortodossia del momento equivale a una condanna senza appello. Negli Stati Uniti il termine è ormai un insulto da talk show, un sinonimo di fanatismo iper-moralista con una spolverata di censura creativa. In Italia, invece, il fenomeno sembra ancora godere di una certa considerazione – o almeno di generosi finanziamenti pubblici. Ma facciamo un passo indietro. Da Virtù a Vizio: Cronache di un Fenomeno che si è Preso Troppo sul Serio C’era una volta il “wokeness”, la sacra consapevolezza delle ingiustizie sociali. Poi è arrivata la politica, Donald Trump l’ha bollata come l’ideologia dei “losers”, e la parabola discendente ha avuto inizio. Il termine è passato dall’essere un simbolo di coscienza civile a un manifesto dell’intolleranza con pretese pedagogiche. Negli USA, gli stessi giganti della Silicon Valley che fino a ieri dispensavano sermoni sull’inclusività hanno cominciato a prendere prudentemente le distanze. La nuova moda è sembrare neutrali, perché il vento sta cambiando e, si sa, il capitalismo si adatta più in fretta delle ideologie. Curiosamente, il ritorno a un’etica meno woke non è stato privo di ironie. Donald Trump, durante il suo secondo mandato, ha evocato il passato eroico dell’America con tanto di promesse di espansionismo e industrializzazione. “Renderemo l’America grande di nuovo, trivellando di nuovo!”, ha esclamato, con Elon Musk al suo fianco che applaudiva sognando bandierine a stelle e strisce su Marte. Nel suo discorso “in bianco e nero” – maschi maschi, femmine femmine, niente sfumature – Trump ha sintetizzato perfettamente il rifiuto delle complessità che la cultura woke ha cercato di affrontare, anche se talvolta con maldestra presunzione. E così, come in una tragicommedia, mentre una parte del mondo tenta di cancellare il passato con colpi di bianchetto ideologico, l’altra rispolvera nostalgicamente i decenni d’oro in cui tutto era più semplice – o almeno, così sembra nei racconti elettorali. Inclusività Selettiva: Il Paradosso del Wokismo In teoria, la cultura woke mirava a includere tutti. In pratica, ha sviluppato un raffinato talento per l’esclusione. La caccia ai peccatori del passato ha portato a riscritture di classici, a riabilitazioni postume e a vere e proprie purghe culturali, con l’unico risultato di rendere il dibattito ancora più sterile e manicheo. Roma Caput Mundi (del Finanziamento Woke) Mentre oltre oceano il fenomeno sembra avviarsi a una pensione anticipata, in Italia il wokismo trova nuova linfa, e soprattutto nuovi fondi. A Roma, ad esempio, il sindaco Gualtieri ha stanziato 240mila euro per progetti sull’affettività nelle scuole. Nulla di male, certo. Peccato che le stesse scuole abbiano infiltrazioni d’acqua, muri che si sbriciolano e strutture che farebbero invidia alla scenografia di un film post-apocalittico. Ma l’importante è che i bambini sviluppino la giusta sensibilità, anche se devono farlo sotto un tetto che potrebbe crollare da un momento all’altro. Il Fascino Discreto della Polarizzazione Il vero problema non è tanto la cultura woke, ma l’incapacità collettiva di affrontare qualunque tema senza trasformarlo in una guerra di religione. Da una parte i paladini dell’inclusività totalitaria, dall’altra i nostalgici del “si stava meglio quando si stava peggio”. In mezzo? Il nulla. Perché il compromesso e il buon senso, oggi, non fanno notizia. E così, tra censure, anatemi e financo finanziamenti strategici, il mondo continua a girare. Forse nel verso giusto, forse no. Ma, come direbbe qualcuno, tutto scorre.   Giuseppe Arnò

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EDITORIALE GENNAIO 2025

Il ruzzolone dello Zar Ruzzolone: un vero e proprio sport tutelato dalla Federazione Italiana Giochi e Sport Tradizionali, praticato in diverse regioni appenniniche come Emilia-Romagna, Toscana e Abruzzo. Ma oggi non parleremo di sport, bensì di geopolitica. Nello specifico, della caduta libera di Vladimir Putin, il cui sogno di grandezza sta costando alla Russia, per come illustreremo, un prezzo insostenibile. Un colosso dai piedi d’argilla Questa è l’immagine della Russia: mentre il Cremlino pompeggia sicurezza, l’evidenza dipinge tutt’altro e cioè una Russia sofferente, debilitata. Persino Vladimir Putin, nonostante la sua decisa arte del parlare, lascia trapelare un’amara consapevolezza: la facciata di potenza è pura retorica. Gli effetti letali della guerra in Ucraina, la ritirata dalla Siria, le sanzioni occidentali e il malcontento interno stanno sconvolgendo un’economia che fino a poco fa sembrava protetta da una cupola di vetro inscalfibile. Una debacle economico-finanziaria L’esperto di economia globale presso l’OMFIF, Mark Sobel, è categorico: la Russia è sull’orlo di una crisi sistemica. Le sue politiche economiche, programmate per finanziare una guerra lampo, non possono sopportare oltre il peso di una guerra «giugurtina». Ecco una conferma in numeri: l’inflazione sfiora il 9%, il rublo è in caduta libera e il tasso di interesse ufficiale è schizzato al 21%. Gli investimenti sono congelati, soffocati dai controlli sui capitali, e il boom dei costi della spesa militare distrae fondi destinati a settori vitali come sanità, infrastrutture, educazione e quant’altro di pubblica utilità. La stangata delle sanzioni Le sanzioni occidentali non sono state solo un disturbo, ma una vera stangata anche se a scoppio ritardato. Con oltre 300 miliardi di asset congelati e limitazioni alla vendita di petrolio, a Mosca rimangono ben pochi spazi di manovra. Le sanzioni, in altre parole, hanno messo a nudo la fragilità strutturale di un’economia iper-dipendente dagli idrocarburi. E non parliamo della previsione preoccupante di un rilancio economico sostenibile: la fuga di cervelli, ovvero l’espatrio di giovani, imprenditori e tecnici altamente qualificati, sta portando via con sé speranze e sapere. Putin: i negoziati della disperazione? L’apertura del Cremlino a negoziati di pace, proposti dal premier slovacco Robert Fico, sembra più una mossa dettata dalla disperazione che da un effettivo desiderio di risoluzione. Con il Donald Trump bis alla Casa Bianca previsto per gennaio 2025, Putin spera in un clima più benevolo, ma sa bene che gli ostacoli restano, eccome! L’Ucraina, dal canto suo, non intende cedere, almeno sino ad ora, sulle questioni territoriali, né accettare compromessi che mettano a rischio la sua sovranità. E mentre l’Occidente cerca faticosamente una posizione condivisa, lo scenario che si profila appare sempre più complesso. Un futuro di isolamento? La strategia di Putin appare chiara: ottenere concessioni, mantenere il controllo sullo spazio post-sovietico e rivendicare un ruolo dominante nella geopolitica globale. Ma i costi di questa ambizione saranno molto salati: la previsione è che l’economia russa uscirà dalla guerra seriamente ridimensionata e con un isolamento internazionale, che la castigherà nell’innovazione e negli investimenti. Dunque? Bene, riassumendo il già detto, la Russia sta pagando un prezzo altissimo per la guerra in Ucraina. Il supporto che l’Occidente continuerà a offrire a Kiev e la capacità di adattarsi ad un mondo sempre più ostile condizioneranno il futuro del Cremlino, che dietro la facciata di potenza e superiorità nasconde l’amarezza di un fallimento: il mito dell’invincibilità russa è stato infranto. In Ucraina e non solo.   G.&G.ARNÒ

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EDITORIALE DICEMBRE 2024

  Diciamocelo chiaro e tondo: quando si parla di cibo, l’Italia gioca in un campionato tutto suo. Dalla carbonara all’ossobuco, i nostri piatti fanno tremare le tavole di New York e Tokyo, lasciando tutti a bocca aperta (e subito dopo, a bocca piena). Il segreto? Un mix imbattibile di tradizione, ingredienti di qualità e quella passione che rende ogni forchettata poesia pura. Per noi italiani, il cibo non è solo nutrimento: è rito, arte, festa. Da Nord a Sud, si mangia come se fosse sempre l’ultima cena, e sì, c’è chi ancora si fa il segno della croce prima di assaggiare. Ogni piatto racconta storie, coccola l’anima, tiene viva la memoria. Ma attenzione: guai a fare errori. Amatriciana con la panna? Squalifica immediata. Pizza con l’ananas? Esorcismo garantito. E poi c’è quel nostro fiuto da detective della qualità. Siamo i Sherlock Holmes del supermercato, capaci di analizzare ogni etichetta e interrogare il fruttivendolo sulle origini delle melanzane. Perché per noi il cibo non è solo cibo: è una questione di principio. Ma il vero ingrediente segreto non si trova in una dispensa. È la compagnia. Mangiare da soli, in Italia, è quasi un peccato. Ce lo dicono anche gli scienziati: condividere un pasto rende felici. Insomma, il miglior risotto allo zafferano non vale nulla se non hai qualcuno accanto a cui dire: “Eh sì, l’ho fatto io!”. E il mondo lo sa bene. Dal 2014 al 2023, le esportazioni del nostro agroalimentare sono cresciute dell’87%, superando i 64 miliardi di euro. Altro che cibo: il Made in Italy è arte, confezionata sottovuoto e amata ovunque. Le contraddizioni della cucina italiana Certo, non siamo perfetti. L’Italia è un mix di ordine e caos, tradizione e innovazione. Ed è proprio questa danza tra opposti che rende la nostra cucina unica. Non cuciniamo solo per nutrirci, ma per stupire, emozionare, vivere. E con il Natale alle porte, la cucina italiana si trasforma in un luna park di dolcezze. Panettoni, torroni, cantucci: l’indice glicemico scrive Cronache di un abuso natalizio. Ma come dicevano i latini, semel in anno licet insanire: una follia all’anno è concessa. Attenti però, perché a gennaio potrebbe arrivare la resa dei conti… e dei pantaloni troppo stretti! Il lato nascosto del Made in Italy Fin qui, tutto bello. Ma non possiamo ignorare che, mentre celebriamo il nostro cibo, ci sono italiani per cui anche una pasta al pomodoro è un lusso. Un italiano su otto vive sotto la soglia di povertà. E mentre esportiamo eccellenza, ci sono tavole vuote. Eppoi, la vera grandezza della cucina italiana non è solo nei suoi piatti stellati, ma nella capacità di rendere straordinario ciò che è semplice: un pezzo di pane, un filo d’olio e un peperoncino possono essere un capolavoro, ma devono essere alla portata di chiunque perché la cucina italiana è un patrimonio di tutti. Come garantire che lo sia davvero? Non servono gesti eroici, ma iniziative concrete: Combattere lo spreco alimentare. Ogni anno buttiamo tonnellate di cibo. Le food bank e altre iniziative possono fare molto, ma serve la volontà di tutti. Educazione alimentare. Anche con pochi soldi si può mangiare sano, ma bisogna sapere come fare. Sostenere i piccoli produttori locali. Comprare a chilometro zero aiuta chi lotta contro le grandi multinazionali e fa bene al pianeta. E a Natale, mentre ci godiamo il nostro torroncino, pensiamo a chi ha meno. Una donazione, un pasto condiviso, anche solo un pensiero possono fare la differenza. Perché il vero miracolo della cucina italiana non è solo il suo sapore, ma la sua capacità di unire le persone. Buone feste e buon appetito… per tutti!  G.&G.ARNÒ

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Riecco il tycoon

La rielezione di Trump porterà, e non potrebbe essere differente, a conseguenze sostanziali sia in politica interna sia in politica internazionale; e l’Europa, molto prima di quanto si possa immaginare, ne sentirà le conseguenze.     L´ «America first» significherà nuove e restrittive misure economiche; ricordiamoci del primo mandato Trump. In altre parole, determinate risorse minerarie importate da Paesi terzi, aggravate da nuovi dazi, non faranno che inasprire, riferendoci all’Europa, i già tesi rapporti economici che corrono tra le due potenze amiche. A ciò si aggiunga una preannunciata politica isolazionista, che si ripercuoterà sui rapporti con la NATO, pilastro della sicurezza europea. D’altronde Trump aveva più volte dichiarato, anche durante il suo primo mandato, la propria insoddisfazione con il pesante impegno USA nella NATO; l’Europa dovrebbe badare a se stessa, da sola. Questo, in sostanza, il suo punto di vista. La Cina, invece, è un capitolo a parte, Trump affronterà economicamente la Cina a muso duro e pretenderà che l’Europa si comporti allo stesso modo, ma non sarà facile. L’Europa,  almeno la maggior parte dei Paesi che ne fanno parte, mantiene strette relazioni economiche col gigante asiatico e dipende in molteplici settori industriali dalle sue catene di approvvigionamento; la crisi dei semiconduttori insegna. Ciò stante, una crescente rivalità USA-Cina rappresenterà per il Vecchio Continente una brutta gatta da pelare, al punto di rischiare di fargli fare la fine dei barili quando gli asini bisticciano. Eppoi, con tutti i dissidi interni che l’affliggono, sarebbe esso capace  di emanciparsi, affrancandosi, dall’oggi all’indomani, dall’ombrello economico e militare a stelle e strisce e dall’approvvigionamento tecnologico orientale? Oltre a ciò la nuova amministrazione Trump potrà porre fine alla guerra in Ucraina e a Gaza? Probabilmente sì, ma sacrificando, nel primo caso, parte del territorio di quel Paese e mettendo, di conseguenza, in crisi la sicurezza regionale e dell’integrità Europea, mentre in Medio Oriente, pur proteggendo Israele, probabilmente sanzionerà economicamente l’Iran e farà ricorso, come in altri casi, alle soluzioni diplomatiche con i vari Stati arabi senza impegnarsi direttamente in conflitti locali. Per quanto ci riguarda, il governo Meloni non dovrebbe avere grandi difficoltà ad amministrare i rapporti col tycoon: l’Italia, indipendentemente dal presidente in carica, mantiene sempre e da sempre una buona relazione con la Casa Bianca. La Meloni è più che brava a bilanciare gli interessi nazionali con le eventuali imprevedibilità dell’alleato oltreoceano, inclusa la politica poco interventista USA sulla guerra in Ucraina. Per il resto, sulla transizione energetica; sulla pratica di mantenere al sicuro il cibo da contaminazioni microbiche o chimiche; sulla sicurezza mediterranea; e sull’impegno contro l’immigrazione irregolare, si è perfettamente in armonia. Concludendo: Trump è un personaggio piuttosto controverso; la sua governance ha sconvolto e potrà ulteriormente sconvolgere la vita politica, economica e sociale dentro e fuori del suo Paese. Egli è il demiurgo, il rinnovatore o il pomo della discordia globale? Beh, la storia ce lo dirà! Giuseppe Arnò

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EDITORIALE NOVEMBRE 2024

    Il mondo bislacco! Più che “Il mondo al contrario” noi lo definiremmo “Il mondo bislacco”. Lo zar Putin minaccia continuamente di usare l’arma più letale di sempre; il satrapo King Jong-un sforna missili come fossero baguette, per mostrare i propri muscoli e rifornire la Russia a corto di munizioni e, a quanto pare, anche di uomini; l´imperatore Xi Jinping spinge i cantieri navali a produrre portaerei a tutto vapore, per intimorire Taiwan e non solo; l´Ayatollah Ali Khamenei snocciola missili e droni come se fossero grani di tasbeeh (rosari) per equipaggiare Russia, palestinesi e houthi; e gli Hezbollah, forse più utili al Gran Sasso,  hanno trasformato il Medio Oriente in Groviera o Emmental che dir si voglia, a furia di scavare tunnel come talpe meccaniche. Ma cosa succede in Italia? Un mondo a parte I talk show nostrani, tra le tante disgrazie che ci affliggono, fanno a gara per inscenare insensati e interminabili dibattiti sul funzionario bancario disonesto che osò controllare i conti della spesa di politici e no; sui dodici malcapitati forestieri che sono stati traferiti, a torto secondo il Tribunale di Roma, nei centri per migranti in Albania; e sul costo che detta operazione comporta. Gli spettacoli giocosi sono un discorso separato (panem et circenses). Beh, ce n’è per tutti i gusti e non si verrà a dire che non viviamo in un “mondo a parte” più che un tantino bislacco! D’altronde, secondo lo scrittore statunitense Chuck Palahniuk, «Il modo più rapido per chiudere una porta sulla realtà è seppellirsi nei dettagli» ed è ciò che accade: ignoriamo la tragica realtà delle guerre in corso, che sono decine oltre alle più conosciute e a noi vicinissime, per immergerci in una specie di edonismo di massa ovvero occupandoci di inezie, di cronaca spicciola, di game show. «Il pettegolezzo diverte solo noi giornalisti: ce la cantiamo e ce la suoniamo». È quanto affermava Maurizio Costanzo buonanima, ma anche se assicuriamo che il gossip non ci piace, in verità, chi più chi meno, siamo tutti caduti nel piacere specifico dei pettegolezzi. Parafrasando un detto di Papa Francesco, diremmo che le chiacchiere sono una peste, ma aiutano a fare audience. Quell’audience tanto disputata dai conduttori degli spettacoli televisivi, che non riescono a educare, a informare; sanno solo, ahinoi, pettegolare e gli ascoltatori, omologandosi sempre di più alla massa, perdono la fantasia, la capacità di ragionare e… a poco a poco inebetiscono. È notorio che l’Italia si colloca tra le nazioni più longeve col 24% della popolazione di anziani che, secondo le stime di Istat, potranno aumentare fino al 34% nel 2050. Se poi aggiungiamo che una parte di detta popolazione rincoglionisce naturalmente per vecchiaia e un’altra parte inebetisce assistendo a determinati spettacoli scialbi, diseducativi e mirati a distogliere l’attenzione dai veri problemi… si salvi chi può! Moderni studi scientifici hanno provato che invece il buon teatro offre molti benefici psicologici sia a livello personale che sociale; e così è per qualsiasi buon spettacolo. Orbene, è necessario educare i giovani alle buone rappresentazioni teatrali e televisive; non abbandonarli alla mercé dell’informazione e della formazione globalizzate, legate a logiche di potere. Siamo arrivati al punto in cui un numero sempre più esiguo di potenti gruppi editoriali controlla quasi tutti i mezzi di comunicazione, restringendo così, pericolosamente, la diversità dei punti di vista. Detti gruppi rappresentano i «poteri forti», e sovente diffondono all’unisono una certa versione di accadimenti internazionali, che altro non è che una versione di comodo e non la verità, ovvero la corrispondenza tra i fatti accaduti e i fatti narrati. La perversione della città inizia con la frode delle parole La citazione è attribuita a Platone e trasmette un pensiero difficile da confutare. Chi è in grado di operare la scelta e il senso delle parole è anche in grado di definire la realtà; politically correct docet. Restano attuali le considerazioni di Pasolini a cento anni della sua nascita: «Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi». In sostanza, Pasolini è stato il precursore di coloro che ci hanno avvertito sui pericoli della dittatura imposta dalla civiltà dei consumi. «Un uomo va giudicato dalle scelte. Non tanto da quelle giuste, ma da come è riuscito a venirne fuori da quelle sbagliate» È un’anonima citazione che ce lo ricorda. Beh… dunque che ne dite: proviamo a fare la nostra storia futura, riabbracciando la nostra libertà e vivendo in modo autentico, significativo e armonico o rimaniamo a suonare tutti la stessa nota? G.&G.ARNÒ

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Il giudice robot: fantascienza o realtà?

    È morta la Giustizia! Con queste parole Alberto Sordi, ne “Il Marchese del Grillo”, si giustifica con Papa Pio VII per aver fatto suonare a morto le campane di tutta Roma, come accade solo quando muore un Papa.  “È morta la giustizia. Io avevo fatto un torto ad un povero falegname giudio ma sono riuscito, corrompendo […] a far condannare quel poveraccio solo perché lui povero e giudio e io ricco e cristiano “. Il Papa lapidario risponde: “Ricordati figliuolo, la giustizia non è di questo mondo ma dell’altro”. Attraverso “Il Marchese del Grillo” il regista Mario Monicelli fa presa d’atto di una triste realtà. Una realtà, purtroppo, esistita ieri e che esiste tutt’oggi: la fallacia della legge e della giustizia! Certo non è facile fare autocritica ovvero riconosce i propri errori, i propri fallimenti e farne ammenda, ma principalmente politica e giustizia o legge e giustizia che dir si voglia, valori su cui si fonda il convivio umano, se affette da fallacie formali o informali vanno indiscutibilmente purgate. Già i classici (Platone e Aristotele) considerano come uno dei valori fondamentali della riflessione politica il concetto di giustizia. Aristotele associa di forma inscindibile detto concetto ad altri due, legge e uguaglianza: «Lex sed dura lex» (La legge è dura, ma è legge) e «Lex aequa omnia est» (La legge è uguale per tutti). In parole povere si stabilisce che sia ingiusto violare la legge e che essa debba essere uguale per tutti, così come troneggia nella scritta delle aule dei tribunali. Politica e Giustizia Ma come vanno effettivamente le cose? Beh, cominciamo col dire che la Costituzione italiana (art.105) riconosce una forma di autogoverno ai giudici, al fine di assicurare l’autonomia e l’indipendenza dell’ordine giudiziario dai poteri legislativo ed esecutivo. Infatti il CSM (Consiglio superiore della magistratura) decide su tutti i provvedimenti relativi allo stato giuridico dei giudici: reclutamento, trasferimenti, promozioni, distribuzione delle funzioni e provvedimenti disciplinari. E quando un magistrato commette un reato saranno i suoi colleghi a giudicarlo. Fin qui tutto filerebbe liscio se di tanto in tanto non ci mettesse lo zampino una corrente di giustizia c.d. politicizzata, che rompe l’equilibrio tra i poteri e la “Pacem in Terris” per dirla con Giovanni XXIII (il Papa Buono). Ovverosia accade, dappertutto e non solo da noi, che a volte si giudichi o si proceda a una inchiesta giudiziaria ideologicamente, senza curarsi dell’inevitabile impatto sociale e, perciò, collocando in secondo piano le garanzie individuali e l’aspettativa di ottenere un processo giusto. L’indipendenza della magistratura è il pilastro dello Stato di diritto ed è imprescindibile vuoi per il corretto funzionamento della democrazia vuoi per la salvaguardia dei diritti umani, ma, epistemologicamente parlando, questo assioma avrà valore solo se si dà per scontata l’imparzialità del giudice. Vexata quaestio L’imparzialità ovvero la terzietà, l’indipendenza, e la neutralità del giudice rimane tuttora un punto dibattuto e opinabile dal momento che non si è ancora stabilito in cosa essa consista. Il principale quesito, tra i tanti, è se e in che misura le convinzioni personali e politiche del magistrato possono inficiare una sentenza. Il tempo passa e il nodo non si scioglie! Che fare? Invero di soluzioni per rafforzare il principio dell’imparzialità e dell’indipendenza dell’organo giudicante, pilastro fondamentale per un sistema giudiziario equo e credibile, ce ne sarebbero tante, ma bisognerebbe cambiare le leggi e la Costituzione. Il giudice del futuro In pratica, sappiamo che così tanti cambiamenti sarà difficile che avvengano in tempi brevi, per cui si potrebbe ricorrere a rimedi c.d. “interlocutori”, che già apporterebbero dei buoni risultati a favore dell’inderogabilità del menzionato precetto, l’imparzialità del giudicante. Tra i tanti, ad esempio, i test psico-attitudinali per i futuri magistrati, già introdotti dal governo, con decorrenza 2026. A tal provvedimento non poteva non esserci la reazione del CSM, che ha rilevato una minaccia all’indipendenza della magistratura, ricordando «[…] come il governo autonomo della magistratura conosca già reiterate e continue verifiche sull’equilibrio del magistrato che viene sottoposto a valutazione dal momento del suo tirocinio e, successivamente, con intervalli regolari ogni quattro anni». Il governo, dal canto suo, attraverso il ministro Nordio, ha chiarito che «non c’è alcuna interferenza da parte dell’autorità politica o del governo» sulla magistratura poiché tutta la procedura dei test «è sotto la gestione e la responsabilità del CSM». Altra misura intermedia potrebbe essere l’ulteriore riforma della responsabilità civile dei magistrati, oggi disciplinata dalla legge n. 117/1988, così come riformata dalla legge n. 18/2015 ovvero prevedere casi di applicabilità della responsabilità oggettiva e diretta dei magistrati e, per finire, assegnare al giudicante un consulente speciale: l’AI (Intelligenza artificiale). È infatti innegabile che quest’ultima col tempo possa rappresentare un supporto sempre più rilevante in ambito giudiziario e che chi di essa se ne servirà, rendendo pressoché inquestionabili i propri processi decisionali, potrà rappresentare il giudice del futuro. E poi ancora, dall’IA, strumento di aiuto dei giudici, al “giudice robot” il passo è breve! Arriveremo a tanto? Beh… che dire…  se “TacticAI” è un sistema di intelligenza artificiale in grado di prevedere il risultato dei corner e fornire indicazioni strategiche e concrete nelle partite di calcio, non è detto che “JudgementAI” non possa divenire, un domani non molto distante, il Consulente tecnico d’ufficio (CTU) ovvero il perito del giudice, da sempre peritus peritorum, o che addirittura non possa sostituirlo completamente. A questo punto però sorge il dubbio se l’AI, applicata in ambito giurisdizionale, per meglio garantire l’imparzialità della giustizia, non metta a repentaglio l’umanità della stessa. Probabilmente sì, ma è pur vero che giustizia e umanità pur legate tra loro da motivi concettuali non costituiscono un binomio indissolubile: ci viene in aiuto il chiasmo ne “La caduta” del Parini che recita: “Umano sei non giusto”. D’altronde i sistemi decisionali automatizzati già utilizzati nei Paesi europei costituiscono una prova lampante della graduale robotizzazione della giustizia. Il mondo cambia e il terzo potere dello Stato, che si voglia o no, non è come l’essere immutabile di Parmenide; anch’esso deve adeguarsi. Suvvia, ammettiamolo: la credibilità dei giudici a livelli minimi unitamente agli scandali e al crollo dei grandi teoremi giudiziari sono un segnale forte e chiaro che invoca riforme e cambiamenti. Tant’è! G.& G. ARNÒ

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EDITORIALE SETTEMBRE 2024

De rebus quae geruntur «delle cose che accadono». Le Olimpiadi di Parigi a dire il vero non sono iniziate sotto i migliori auspici né si sono chiuse senza polemiche: atleti sfilanti su battelli fluviali a mo´ di ammutinati del Bounty; coreografie di dubbio gusto (sul detto «scherza coi fanti e lascia stare i santi»… né l’ombra di quel sentimento di profondo e quasi timoroso rispetto verso il sacro); cibo somministrato al Villaggio Olimpico da dimenticare; acque della Senna ben altro che Evian, Perrier e Vichy; negli arbitraggi errori a gogò; poi tanti dubbi e polemiche sulla disforia di genere e non finisce qui. Avviene quindi che, tirando le somme, riscontriamo più difetti che pregi! Intersesso, ma cos’è? È uomo o donna? È maschio o femmina? È nessuno dei due: il termine vuol dire neutro, calco del greco οὐδέτερον (udéteron), ‘né l’uno né l’altro’. Beh, il mondo cambia (poveri noi!) e dobbiamo stare al passo con la fantasiosa evoluzione semantica, che l’esasperato orientamento ideologico e culturale di estremo rispetto verso tutti ci impone. Tuttavia il termine neutro, per quel che ci riguarda, ci può star bene, ad esempio, per un genere grammaticale, già presente in diverse lingue; per i colori; per i cavi elettrici; ma per una classificazione del genere homo, beh, no davvero. Eppure … chi lo avrebbe immaginato che il neutro, ovvero questo concetto di liquidità sessuale, ci sarebbe stato proposto come indice di evoluzione sociale e culturale? Ammazza, che evoluzione! L’ambiguità sessuale o intersesso che dir si voglia altro non è, a detta di alcuni studiosi, che il frutto del delirium delle nuove generazioni, imbottite di becera ideologica, che intende omologare il pensiero, lo stile di vita e le identità, sessuale inclusa, in nome di una supposta libertà, fantastica ed estemporanea. Fin dove riusciamo ad intendere, partendo dai primati e fino ai nostri giorni, secondo quanto consegnatoci dalla storia e dalle nostre tradizioni, sappiamo che si nasce uomo (con cromosomi XY) o donna (con cromosomi XX). Per contro, il «pensiero unico», che ci viene imposto come fosse un dogma, persegue lo scopo di riprogrammarci e ammaestrarci sull’identità umana, in particolare sulla struttura della stessa; affettiva e sessuale, in primis. Il gender ideologizzato. A parte ogni altra considerazione e col massimo rispetto per le idee altrui, riteniamo che la teoria del «gender» sia un confronto essenzialmente ideologico e complesso allo stesso tempo: essa rappresenta invero un affronto ai consolidati fondamenti dell’antropologia; una messa in discussione dell’essenza e dei principi della natura umana, cui da sempre si fa riferimento. Un’ideologia, quella del gender che, se non consiste propriamente nel diniego della realtà alla maniera cartesiana (dubbio metodico), si propone di porre l’oggettività tra virgolette, alla maniera scettica, accantonando la nostra “identità naturale” e definendola non più come fattore determinante della personalità, ma come un dettaglio aggiuntivo e secondario. Che sventola… (Fred Buscaglione n.d.r.) Va precisato che questa premessa alla breve disamina che segue ha origine dallo scalpore verificatosi alle Olimpiadi, nello sport pugilistico femminile. Il caso dell’algerina Imane Khelif, medaglia d’oro nella categoria +66 kg della boxe femminile, e della Cinese Liu Yang, medaglia d’argento (stessa categoria), ha infatti scatenato proteste, allusioni e veleni sullo sport pugilistico e non solo, per il fatto che le predette erano state squalificate dall’IBA ai campionati mondiali dell’anno scorso, per non aver superato i necessari test, mentre alle Olimpiadi sono state ammesse a gareggiare nella loro specialità, senza alcun problema. Il casus belli è stato, in particolare, il test effettuato lo scorso anno sulla Khelif che ha rilevato la presenza del cromosoma XY, pur essendo donna. Thomas Bach, presidente del CIO, ha affermato che “non c’è mai stato alcun dubbio” che le due pugili siano donne. Stando così le cose, Khelif e Liu Yang hanno gareggiato nella loro specialità, secondo il CIO, con tutte le carte in regola e non può dicerto qualificarsi riprovevole, se di riprovazione si può parlare, il fatto che Khelif abbia gonfiato di botte e messo KO, alla Bud Spencer, tutte le avversarie, inclusa la pur forte Liu Yang; questa è la boxe! La nostra Angela Carini, giustamente preoccupata per la propria incolumità, al 46º secondo e dopo il primo cazzotto, come accade negli spaghetti western, si è dichiarata vinta, evitando così un fracco di legnate. Tutti contro tutti! Riassumendo, un fatto è certo: quando si tratta di argomenti eticamente sensibili in cui entra strumentalmente la politica, la contesa tra le contrapposte ideologie impedisce che l’argomento sia trattato con logica e sensatezza nell’ambito di un dialogo costruttivo e risolutivo. Ecco allora che le divergenze ideologiche sull’argomento si trasformano in «bellum omnium contra omnes», ovvero in zuffa di tutti contro tutti; e l’insensatezza prevale sulla razionalità. Approfondendo il concetto del questionato problema gender, ritornato ancora una volta alla ribalta in occasione delle ultime olimpiadi, va precisato che la causazione di ogni controversia dev’essere invero addebitata non agli atleti, ma agli organizzatori delle manifestazioni sportive e alle varie associazioni di categoria. A riprova di ciò basta dare un’occhiata agli stracci che volano tra il CIO (Comitato Olimpico Internazionale) e l’IBA (Associazione Pugilistica Internazionale con sede in Russia e estromessa dai Giochi), principalmente sull’uso dei test genetici. Il politicamente corretto e l’inclusione ad ogni costo ci porta difatti alle controverse conclusioni formulate dal summenzionato Thomas Bach, secondo cui, in netto contrasto con Umar Kremlev, presidente dell’IBA, «se qualcuno ci presentasse un sistema scientificamente solido su come identificare uomini e donne, saremo i primi ad adottarlo». In sostanza, Bach dice che non esiste un modo scientifico consolidato per affermare chi è una donna!  Inoltre, secondo lui, sia il test del DNA con tampone salivare sia il controllo del testosterone sono invasivi, per cui sul genere dell’atleta fa fede il passaporto.Probabilmente Bach non ha mai letto la fiaba di Giulio Gianelli «Pipino nato vecchio e morto bambino». E vabbè, ogni testa è un tribunale, ma c’è anche una buona notizia: il nuovo presidente del CIO verrà eletto a marzo 2025 e per ciò… speriamo bene! Gli asini litigano e i barili si rompono. Ordunque, se è vero, com’è vero, che si è di fronte a una seria e preoccupante questione bioetica che va affrontata per tutti gli sport, esente da

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