Natale in coda, col contorno

A Milano un milione e passa di “passaggi” al Pane Quotidiano, mentre la politica studia la solitudine e dimentica la fame. Il Paese della cucina stellata scopre l’antipasto dell’indigenza.   C’è un’immagine che vale più di mille convegni: due isolati di coda, al freddo, a Milano. Oltre quattrocento persone in attesa per quasi due ore, la vigilia di Natale, per un sacchetto di cibo e un piccolo dono ai bambini. Succede al Pane Quotidiano, dove la solidarietà non si racconta con le slide ma con i numeri: nel 2025, un milione e quattrocentocinquantamila passaggi. Non visite guidate, non turisti: passaggi di sopravvivenza. Poi arrivano i dati Istat 2025, che hanno la delicatezza di una porta che sbatte: più di un quinto degli italiani a rischio di povertà; due milioni e duecentomila famiglie in povertà assoluta; un milione e trecentomila minori. È l’Italia che applaude gli chef e dimentica la dispensa. È il Paese dove la tavola è un culto e la fame una pratica. In questo scenario, la politica fa ciò che sa fare meglio: studia. Studia molto. Studia tutto. Dalla solitudine degli anziani, materia nobile, per carità, ai progetti più vari, con fondazioni che sembrano galline dalle uova d’oro, finanziamenti pubblici che piovono da ministeri, regioni, enti, università. Si studia, si analizza, si convegna. Manca solo il dettaglio elementare: mangiare. Prima il triviale, poi il patologico. Prima lo stomaco, poi l’anima. Ma l’ordine, si sa, è una nozione reazionaria. Intanto si discute di accoglienza, di risorse che non ci sono mai per chi è già qui e non bastano per chi arriva. “Si fa quel che si può”, si dice. Ed è vero: si può poco, soprattutto quando si preferisce molto parlare. Così il paradosso si compie: nel Paese primo al mondo per gastronomia, la povertà fa la fila. Non è una contraddizione: è un sistema. I poveri servono anche a questo, a rendere più saporita la comparazione. Senza, non si capirebbe il successo dei ricchi. Natale, poi, è il momento ideale per le ipocrisie gentili: un pensiero ai bisognosi mentre si brinda, si affetta il panettone gourmet e si discute di canditi come di geopolitica. Con la dovuta attenzione, però: nel Torinese, un uomo di 47 anni muore soffocato dal panettone la vigilia. La cronaca, che non fa sconti, ricorda che persino l’abbondanza può uccidere, se distratta. Finale E così chiudiamo l’anno come lo abbiamo aperto: con le code che crescono, i fondi che studiano e le tavole che traboccano. L’Italia è un Paese dove si muore di fame davanti alle vetrine e si soffoca di dolci a Natale. Auguri di lunga vita a tutti, soprattutto al buon senso. E speriamo che, per una volta, non ci senta Zelensky. Giuseppe Arnò

Per saperne di più »

Dal Nilo a Palazzo Madama: cronaca di collisioni annunciate

Quando le crociere affondano, la manovra galleggia e la Sfinge sorride     C’è un filo d’acqua torbida che lega il Nilo a Roma, le acque millenarie dell’Egitto all’emiciclo ovattato di Palazzo Madama. È il filo della collisione: fra imbarcazioni, fra interessi, fra buone intenzioni e cattive manovre. Sul fiume sacro ai faraoni, l’ultima tragedia ha il volto di una donna italiana, in viaggio con il marito su una nave da crociera, la Royal Beau Rivage, finita contro un’altra imbarcazione. Una crociera che doveva essere sogno esotico e che si è trasformata, ancora una volta, in incubo. Non è la prima, e purtroppo non sarà l’ultima. A ottobre un incendio aveva divorato un’altra nave carica di italiani; ad aprile sei persone erano morte annegate dopo la caduta di un microbus da un traghetto; nel 2013 una nave con 112 passeggeri affondò nei pressi di Assuan. Il Nilo, che nei dépliant promette eternità e tramonti dorati, si conferma un fiume che non ama la distrazione umana. Un ex marinaio scozzese, che quelle acque dice di conoscerle come il whisky, azzarda una spiegazione folkloristica: non è la vendetta di Montezuma, quella si limita allo stomaco, ma la vendetta della Sfinge, che confonde i comandi, annebbia i sensi e manda le navi una contro l’altra. Sarà una favola da porto o una superstizione da taverna, ma nel dubbio conviene guardare bene la bussola prima di avventurarsi nel regno de La Mummia. Alla famiglia della nostra connazionale va il cordoglio più sincero. Poi, restando in ambito marinaresco, è inevitabile spostare lo sguardo su un’altra manovra, meno tragica ma non meno intricata: quella economica. La manovra 2026, 22 miliardi di euro, meglio non si può, è pronta ad approdare in Aula al Senato. Anche qui, tra emendamenti e rotte corrette all’ultimo momento, si naviga a vista. Il vicepremier Salvini assicura: niente crisi di governo, solo un “no” deciso all’allungamento dell’età pensionabile. Tradotto: niente altri mesi caricati sulla schiena degli italiani. Intanto Putin strizza l’occhio a Macron per un possibile incontro sull’Ucraina, con la speranza che la guerra non prenda esempio da quella dei Trent’anni. E mentre il mondo scricchiola, una nota lieta, letteralmente, arriva dal Concerto di Natale in Senato: pace, musica italiana e Claudio Baglioni, come se bastasse una melodia per calmare le correnti. Nel dettaglio, la manovra distribuisce premi e penalità con l’eleganza di un equilibrista. Scende l’Irpef dal 35 al 33 per i redditi fino a 50 mila euro, tornano rottamazioni e bonus, si coccolano affitti brevi, banche e assicurazioni. L’iperammortamento per le imprese viene prorogato fino al 2028, con percentuali che farebbero girare la testa a un ragioniere e sorridere un industriale europeo. Sul fronte dei tagli, però, la lama è affilata: 10 milioni in meno alla Rai e una sforbiciata robusta al Fondo per lo Sviluppo e la Coesione. “Con una mano si danno i soldi al caro materiali e con l’altra si tolgono le opere”, protesta l’opposizione. Nel frattempo, piccoli aeroporti emiliani volano senza addizionale comunale, Potenza riceve fondi per strade e ferrovie, e per tutelare gli interessi nazionali si stanziano risorse per studiare l’influenza russa in Europa e Nord Africa. Come dire: mentre navighiamo, qualcuno controlla se c’è chi ci sposta il timone. Alla fine, fra il Nilo e il Senato, il copione è lo stesso: grandi fiumi, grandi numeri, grandi parole. E piccole distrazioni che costano care. Sul Nilo si pagano con le vite, a Roma con qualche miliardo spostato di qua o di là. La differenza è che la Sfinge, almeno, non promette nulla. La politica sì. E forse è per questo che, quando va bene, diciamo: meglio non si può. E quando va male, fingiamo di non aver visto l’onda arrivare.

Per saperne di più »

Nota politica

  Stipendi bassi: la riforma che l’Italia rimanda da vent’anni     C’è un mistero tutto italiano: ogni volta che si parla di stipendi, il dibattito politico si divide tra chi vuole “alzare i salari per decreto” e chi invoca la solita prudenza da ragionieri del bilancio. Nel mezzo, il lavoratore italiano continua a guadagnare poco, a spendere ancora meno e a chiedersi che fine abbia fatto la promessa, ormai folkloristica, di un Paese competitivo. La verità è che abbiamo salari bassi per un semplice motivo: produciamo poco. E produciamo poco perché da vent’anni non investiamo, non innoviamo e non semplifichiamo. Poi ci stupiamo dei risultati, come se fosse caduta una grandine di Bruxelles. Il tema vero: non quanto paghiamo i lavoratori, ma quanto paghiamo per non far funzionare il sistema Per aumentare gli stipendi, non serve evocare rivoluzioni francesi né manovre lacrime e sangue. Serve un concetto elementare: spendere meglio, non spendere di più. Oggi l’Italia brucia risorse in: enti che duplicano funzioni come se fossimo un museo delle competenze perdute, micro-agevolazioni che servono solo a ricordarci che il “bonus” è il nostro antidepressivo nazionale, burocrazie che impiegano cento giorni per fare ciò che altrove si fa in un clic. È lì, non nelle tasche dei lavoratori o delle imprese, che si nascondono i miliardi necessari. La ricetta, detta senza fronzoli Tre mosse. Non rivoluzionarie, semplicemente sensate. Tagliare gli sprechi veri (quelli invisibili, non quelli populisti). Accorpare enti, digitalizzare processi, fare acquisti centralizzati. Roba noiosa, quindi efficace: da sola può liberare miliardi. Alleggerire il costo del lavoro. Il cuneo fiscale italiano è una tassa sulla vita. Ridurlo significa far respirare lavoratori e imprese. Le coperture? Lotta all’evasione fatta con algoritmi, non con lo sceriffo di Nottingham. Premiare chi cresce, non chi sopravvive. Le imprese che investono in innovazione, formazione e produttività devono pagare meno tasse. Chi resta fermo non può pretendere la stessa considerazione. È una differenza culturale, prima ancora che economica. Il conto finale Tra spending review seria, riallineamento delle agevolazioni e riduzione dell’evasione, si trovano tranquillamente 30–40 miliardi in tre-cinque anni. Non aumentando la pressione fiscale, ma spostandola dove non fa danni. Se il Paese vuole salari europei, deve iniziare a comportarsi come un Paese europeo: produttivo, moderno, meritocratico e allergico agli sprechi. La verità più scomoda Gli stipendi non crescono perché nessuno vuole davvero cambiare ciò che li tiene bassi: un ecosistema economico fatto di piccoli privilegi, piccole rendite e grandi attese. Per molti, l’attuale equilibrio è comodo. Per i lavoratori, decisamente meno. Concludendo L’Italia potrà permettersi salari più alti nel momento esatto in cui capirà una cosa semplice: la povertà non si combatte distribuendo ricchezza inesistente, ma smettendo di produrre inefficienza. Il giorno in cui politica e imprese lo accetteranno, non serviranno miracoli: basterà il buon senso. Fino ad allora, continueremo a discutere del dito, fingendo di non vedere la luna. di Redazione

Per saperne di più »

Le perle nascoste nel calice: quando l’Italia brinda senza clamore

Dal cuore della Calabria, l’Azienda Agricola Barone G.R. Macrì dimostra che non servono etichette blasonate per stupire. Ma un po’ di aiuto dal Ministero non guasterebbe… a a In Italia il vino non è una bevanda: è un modo di vivere, di raccontarsi, persino di sopportarsi meglio. È la linfa che scorre nei nostri borghi, tra colline e uliveti, nei pomeriggi assolati dove il tempo si misura a calici. Eppure, accanto ai nomi che sfilano ai saloni di Verona o Düsseldorf, c’è un esercito silenzioso di eccellenze che non hanno il clamore delle réclame, ma tutto il carattere della terra da cui nascono. Tra queste, spicca come un grappolo d’oro l’Azienda Agricola Barone G.R. Macrì, che da Locri guarda lo Jonio con l’orgoglio discreto di chi non ha bisogno di urlare per farsi notare. Fondata nel 1991, la tenuta si estende per oltre 4 milioni e mezzo di metri quadri di pura Calabria: uliveti, agrumeti, vigneti e pascoli, un microcosmo agricolo dove l’innovazione convive con la tradizione. Ma torniamo al vino, quello vero, che profuma di sole e di mare, di fatica e di festa. Il Centocamere Spumante, il Pozzello Bianco – Greco Bianco, nomi che sembrano usciti da una poesia bucolica, sono il fiore all’occhiello di questa azienda modello. Non mancano olio, formaggi e prodotti della tradizione locale, ma è il vino a rappresentare la firma d’autore del Barone Francesco Macrì: imprenditore meritevole, avanti coi tempi e con un’ironia che, si dice, regge bene anche dopo il secondo bicchiere. E sì, caro Ministro Lollobrigida, lei che ha dichiarato “il vino è cultura” (e su questo le diamo ragione), non sarebbe male dare un’occhiata da quelle parti. Una visita tra i vigneti del Barone Macrì potrebbe farle scoprire che la cultura, in Italia, non è solo nei libri o nei musei, ma anche in una bottiglia che racconta la propria terra meglio di mille conferenze. Certo, non vogliamo fare apologia dell’alcol. Il confine tra uso e abuso resta sacro come un rosso d’annata da non rovesciare. Ma riconoscere e sostenere le piccole realtà che lavorano con passione e senso di responsabilità è un dovere civile, prima ancora che economico. Nel frattempo, i grandi eventi come Vinitaly, Prowein o i recenti appuntamenti in Messico con l’Istituto Grandi Marchi continuano a far brillare la bandiera del vino italiano nel mondo. Bene così. Ma sarebbe ancora più bello se a rappresentarci, accanto ai colossi del settore, ci fossero anche i nostri “piccoli giganti”,  quelli che sanno trasformare un grappolo in poesia e un sorso in memoria. E allora brindiamo, con moderazione ma con orgoglio, a chi fa grande l’Italia lavorando in silenzio. Perché, come direbbe il vecchio Montanelli, di parole siamo pieni, ma di buoni vini, per fortuna, ancora di più Giuseppe Arnò Foto dal sito: https://www.baronemacri.it/prodotti/

Per saperne di più »

Made in Italy con riserva

Dal pascolo alpino allo zebù brasiliano: il marketing gioca con le etichette, il consumatore paga il conto. Dietro il marchio più amato e imitato al mondo, si nasconde spesso un’Italia “di facciata”: lavorazioni locali su materie prime globali, etichette che evocano tradizione e bandiere tricolori, ma una filiera che parla molte lingue. La bresaola della Valtellina è solo la punta dell’iceberg.     C’è un’Italia che il mondo sogna: filari di viti, colline dorate, pascoli alpini e prodotti che sanno di casa. Poi c’è l’Italia delle etichette, dove basta un tricolore stampato e un marchio IGP per trasformare in “eccellenza nostrana” anche uno zebù cresciuto in Brasile. La differenza? Un po’ di geografia… e molta strategia di marketing. Tre parole, un mito: Made in Italy. Profumo di tradizione, garanzia di qualità… o almeno così crediamo. Ma oggi, più che un marchio di origine, sembra una formula magica per vendere. E spesso, la magia svanisce appena si legge l’etichetta fino in fondo. Prendiamo la bresaola della Valtellina IGP: icona nazionale, protagonista di insalate gourmet e post Instagram salutisti. “Italiana” fino all’ultima fetta? In molti casi, non proprio. Nel 2024, quasi l’80% della carne arriva dal Sud America, soprattutto zebù brasiliano. Poca Europa, e ancora meno Italia. Lo dice il presidente del Consorzio di Tutela, lo conferma il ministro Lollobrigida: “dipendenza del 90% dall’estero”. Eppure il pacchetto sfoggia tricolore e IGP come se fosse appena uscito da un pascolo alpino. Il consumatore pensa: eccellenza nostrana. La realtà: eccellenza globale lavorata in Italia. Made in Italy: geografia o marketing? Il problema è generale: Made in Italy non significa più “fatto in Italia con ingredienti italiani”. Nella pratica, basta che il prodotto venga lavorato o confezionato qui. Ed ecco che il marchio diventa una trovata di marketing legalmente ineccepibile ma culturalmente un po’ imbarazzante. Il Made in Italy dovrebbe essere una promessa, una garanzia, non un rebus da decifrare con la lente d’ingrandimento. La trasparenza è possibile (vedi caffè) Prendiamo il caffè: chicchi brasiliani, colombiani o etiopi, ma in etichetta è scritto chiaro “tostato in Italia”. Facile da capire!. In molti casi, invece, si gioca sull’immaginario della filiera corta. Una scorciatoia che a lungo andare svaluta il marchio. Tre livelli di italianità La soluzione, dunque? Un’etichetta chiara e immediata: 100% italiano Lavorato in Italia con materie prime estere Solo confezionato in Italia Così almeno sapremmo cosa stiamo comprando, senza sorprese. Cosa dice la legge Dal 31 gennaio 2021 i salumi devono indicare: Paese di nascita, allevamento e macellazione. “100% italiano” solo se tutta la filiera è in Italia. Se la carne è UE o extra-UE, si può scrivere genericamente così, senza indicare il Paese. Normativa utile, ma non sempre applicata con la chiarezza che meriterebbe. Epilogo Continuando di questo passo, arriveremo a certificare pomodori cinesi “alla napoletana” e sushi “made in Roma”, rigorosamente con riso cotto sotto al Colosseo. Il Made in Italy non è un trucco da marketing. È un patrimonio da proteggere. E per farlo serve una cosa sola: essere trasparenti. di Redazione

Per saperne di più »

Dazi d’amore: Trump e l’Europa, un matrimonio di convenienza al 15%

L’Unione Europea riscopre la sua anima atlantista, mentre Trump riscopre l’arte dell’autoritarismo commerciale. Un’intesa tra sorrisi di circostanza, golf e alluminio al 50%. Finalmente c’è l’accordo. Dopo mesi di dichiarazioni muscolari, ultimatum da reality e tweet più taglienti del tungsteno, Donald Trump e Ursula von der Leyen hanno annunciato in Scozia il più grande accordo commerciale mai raggiunto tra le due sponde dell’Atlantico. Tariffe al 15%, festeggiamenti contenuti e, soprattutto, acciaio e alluminio che restano ben blindati al 50%. Perché l’amicizia è una cosa seria, ma la concorrenza sul metallo lo è di più. L’intesa, presentata con entusiasmo dai due protagonisti – lui reduce da una sessione mattutina sul green di Turnberry, lei visibilmente sollevata – è stata salutata come un nuovo inizio. “Porterà molta unità e amicizia”, ha detto Trump, con quel tono da predicatore convertito, dimentico del fatto che, fino all’altro ieri, definiva l’Europa “il peggior nemico commerciale degli Stati Uniti”. Ma si sa, in politica estera come a golf, l’importante è la buca del giorno. Von der Leyen, dal canto suo, ha rimesso il vestito buono dell’atlantismo europeo, quello che si indossa quando c’è da ribadire che l’UE è unita nella diversità… anche quando si tratta di accettare 600 miliardi di dollari di investimenti made in USA per riequilibrare la bilancia commerciale. “Il 15% è una sfida”, ha ammesso, “ma ci garantisce l’accesso al mercato americano”. Tradotto: meglio pagare un po’ di più che rimanere fuori dal club. E mentre il presidente USA esclude il settore farmaceutico dall’accordo e lascia intatte le barricate su acciaio e alluminio, dall’Europa nessuna voce fuori dal coro. Tutti applaudono, alcuni in silenzio, altri con entusiasmo obbligato. In fondo, la vocazione atlantista dell’UE si è sempre nutrita di pragmatismo e compromessi, anche quando si rischia di sembrare la parte debole di un patto “equilibrato a modo suo”. Trump, che definisce sé stesso un “deal maker tosto”, ha ottenuto ciò che voleva: un accordo a misura del suo stile, condita da una spruzzata di autoritarismo commerciale e un contorno di vantaggi per l’economia americana. Gli europei, invece, portano a casa la benedizione dell’accesso al mercato americano e una foto di gruppo che fa tanto multilateralismo posticcio. Considerazioni finali?Quella che si è consumata in Scozia è stata una danza tra due visioni del mondo: una UE che cerca costantemente di ricordare a sé stessa di essere autonoma, ma che poi non disdegna le coccole dell’alleato più turbolento; e un Trump che, da buon imprenditore, firma l’accordo tra una buca e l’altra, consapevole che l’unico multilateralismo che conta è quello con il proprio nome sopra. Amicizia e unità? Forse. Di certo, 15% è il prezzo attuale dell’equilibrio. Il resto, si vedrà alla prossima stretta di mano. Magari tra un bunker e un birdie. di Redazione

Per saperne di più »

Brics, sogno o illusione? L’ambizione di un nuovo ordine globale tra proclami e contraddizioni

Dal summit di Rio de Janeiro un fronte comune contro l’unilateralismo occidentale, ma le divergenze interne e la realtà geopolitica minacciano la coerenza del progetto. Predicare è facile, governare un altro affare. Nel loro diciassettesimo summit a Rio de Janeiro, i Paesi Brics hanno lanciato un messaggio chiaro: si propongono come alternativa al vecchio ordine economico dominato dall’Occidente e al sistema finanziario globale basato sul dollaro e controllato da istituzioni considerate inique. Le parole sono state nette: basta con le sanzioni unilaterali, con i dazi punitivi, con un multilateralismo svuotato di contenuti. Lula da Silva ha evocato lo spirito dei Paesi Non Allineati, Dilma Rousseff ha parlato del Sud del mondo come artefice del proprio destino. Parole forti, visioni ambiziose. I progetti messi sul tavolo non sono da poco: garanzie multilaterali della New Development Bank per ridurre i rischi di investimento, una nuova piattaforma per attrarre capitali infrastrutturali, sistemi di pagamento alternativi allo Swift, e addirittura un paniere di valute per limitare la dipendenza dal dollaro. L’aspirazione è costruire un sistema autonomo, più equo, più rispettoso delle specificità dei paesi in via di sviluppo. Lettieri e Raimondi, rispettabili economisti, nel loro articolo, sembrano condividere in pieno lo spirito della rivolta del Sud globale. Dipingono con entusiasmo una nuova era, in cui la subordinazione cede il passo all’autodeterminazione economica e politica. Postilla critica – di redazione: realismo prima dell’entusiasmo Ma l’entusiasmo, se privo di spirito critico, rischia di essere fuorviante. È facile predicare contro le storture dell’ordine attuale – che certamente non mancano – molto più arduo è costruire un’alternativa praticabile. Il blocco Brics, per quanto suggestivo, è tutt’altro che monolitico. È composto da Paesi con interessi divergenti, visioni geopolitiche spesso conflittuali e sistemi economici profondamente disomogenei. Prendiamo la Cina e l’India, per esempio: rivali strategici nell’Asia meridionale, non solo economicamente ma anche militarmente. O consideriamo la Russia, immersa in un conflitto ad alta intensità, e il Sudafrica che affronta crisi interne ben più urgenti del multilateralismo. E che dire poi dell’Arabia Saudita, candidata Brics e al tempo stesso tra i più grandi acquirenti di armi occidentali. Parlare di pacifismo, in questo contesto, è una forzatura che offende l’intelligenza dell’uomo medio. Inoltre, i valori promossi dal Brics – rispetto della sovranità, multipolarismo, crescita condivisa – sono spesso disattesi proprio da alcuni membri del gruppo, che si distinguono per scarsa trasparenza democratica, repressione interna e politiche di potenza non meno aggressive di quelle occidentali che si vorrebbero contrastare. L’idea che i Brics possano “sostituire” l’Occidente su scala globale è più uno slogan che una possibilità a breve o medio termine. Né le loro valute hanno la forza e la stabilità per competere con il dollaro o l’euro, né le loro istituzioni (come la NDB) godono ancora del livello di fiducia e operatività richiesto per imporsi come riferimento universale. Certo, la volontà di costruire un’alternativa merita rispetto e attenzione, con particolare riguardo alla politica pacifista brasiliana. Ma il percorso sarà lungo, accidentato e pieno di contraddizioni da gestire. Il rischio è che, nel nome dell’anti-occidentalismo, si accetti di buon grado qualsiasi alleanza, anche con regimi autoritari e illiberali, dimenticando che un nuovo ordine mondiale non sarà automaticamente più giusto solo perché “non occidentale”. E allora, più che credere a una nuova alba, bisognerebbe osservare con spirito lucido la nebbia del presente. Perché la strada, per i Brics, è tutta in salita. E la retorica da sola non basta a superare gli ostacoli strutturali.   Segue l´aricolo di Lettieri e Raimondi ________________________________________________________ I Brics camminano nonostante Trump – di Mario Lettieri e Paolo Raimondi 14/07/2025 15:39   ROMA\ aise\ – Trump può vantare un altro “successo”. La sua guerra dei dazi e la politica di polverizzazione degli organismi internazionali, a cominciare dalle Nazioni Unite, hanno compattato i paesi Brics, riuniti nel loro diciassettesimo summit a Rio de Janeiro. Il proliferare dei conflitti, in alcuni dei quali sono direttamente coinvolti, avrebbe loro reso più difficile trovare un’unità d’intenti. Essi hanno così dichiarato che: “L’economia globale e i mercati finanziari sono sempre più soggetti a elevata incertezza e a periodi d’intensa volatilità. Abbiamo espresso le nostre serie preoccupazioni in merito all’imposizione unilaterale di azioni commerciali e finanziarie, tra cui l’aumento di tariffe e misure non tariffarie che distorcono il commercio e sono incoerenti con le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio”. Il presidente brasiliano Lula da Silva ha analizzato la situazione geopolitica ricordando che “i Brics sono gli eredi del Movimento dei Paesi Non Allineati, l’organizzazione che ebbe un ruolo centrale nel processo di decolonizzazione”. “Con il multilateralismo sotto attacco, la nostra autonomia è nuovamente minacciata. La legge internazionale è diventata lettera morta, così come la soluzione pacifica dei conflitti. È sempre più facile investire nella guerra che nella pace”, ha affermato. Come, purtroppo, dimostrano i conflitti in atto e anche la decisione di aumentare le spese per gli armamenti adottate dall’Ue sotto la pressione di Trump. Sul fronte della necessaria cooperazione economica e finanziaria i Brics hanno confermato importanti progetti. In primo luogo essi sostengono l’iniziativa di Garanzie Multilaterali (Bmg), che mira a offrire strumenti di garanzia da parte della New development bank (Ndb), la banca del Gruppo, per ridurre il rischio degli investimenti strategici e migliorare l’affidabilità creditizia dei Brics e del Sud del mondo. Questo meccanismo aiuterà i paesi a ottenere prestiti a tassi d’interesse più bassi. Vi è poi la New investment platform. L’idea è di sviluppare congiuntamente strumenti per sostenere e attrarre fondi dalle economie dei Brics e dei paesi del Sud e dell’Est del mondo da investire nelle infrastrutture. L’iniziativa sta avendo un grande sostegno soprattutto dopo l’adesione e la vicinanza al Gruppo da parte dei paesi produttori di petrolio. Recentemente a Kazan, in Russia, si è tenuta una conferenza per discutere la creazione di strumenti usati dalla finanza islamica dove il credito per gli investimenti non prevede il pagamento d’interessi ma la partecipazione ai profitti futuri. Inoltre, facendo seguito alle decisioni del summit di Kazan del 2024, il meeting di Rio ha rilanciato l’Iniziativa sui Pagamenti Transfrontalieri, l’alternativa al sistema Swift basato sul dollaro e usato, cosa molto grave, come arma di ricatto nei

Per saperne di più »

Lussemburgo, “GELATOn the Road”

Tappa in Lussemburgo per il “GELATOn the Road” con la CCIL 04/07/2025 18:38     LUSSEMBURGO\ aise\ – Nell’ambito del progetto “GELATOn the Road” e del Pop-up Museum, la Camera di Commercio Italo-Lussemburghese e Bargello l’Arte del Gelato Fiorentino hanno organizzato nei giorni scorsi un evento di networking presso la Gelateria Bargello in vista delle vacanze estive. Quella in Lussemburgo è stata una delle fermate del GELATOn the ROAD, un tour che sta celebrando e promuovendo il gelato artigianale come simbolo di turismo culturale, turismo sostenibile e patrimonio gastronomico italiano. L’evento è stato aperto dagli interventi della direttrice della CCIL, Luisa Castelli, e dell’ambasciatore italiano in Lussemburgo, Carmine Robustelli. È stata anche l’occasione per riunire aziende, soci, associazioni locali e istituzioni locali ed accademiche e far conoscere meglio gli obiettivi di questo europeo e la storia del gelato artigianale. La panoramica del progetto e i suoi obiettivi sono stati dettagliati da Francesco Malvezzi, vice segretario generale. Mentre la storia del gelato, le vere tecniche di produzione, la metodologia di “bilanciamento” per la realizzazione del gelato artigianale, i prodotti sostenibili e salutari, le differenze tra il vero gelato artigianale e il gelato sono state affidate a Laura Fontani della Gelateria Bargello. La prossima tappa del progetto sarà a settembre, con un programma completo che include una gara di gelato e show cooking, immergendosi ancora più a fondo nell’arte della preparazione del gelato. (aise) 

Per saperne di più »

Dazi USA: Quando il Protezionismo Diventa un Boomerang

Nel grande teatro del commercio internazionale, gli Stati Uniti hanno deciso di indossare il cappello da sceriffo, imponendo dazi del 20% su tutti i prodotti importati dall’Unione Europea. Una mossa che, secondo il presidente Trump, dovrebbe “rendere l’America di nuovo ricca”. Ma siamo sicuri che sia così semplice? Europa: Unita nella Diversità, Specialmente Contro i Dazi L’Unione Europea, solitamente un mosaico di opinioni, ha trovato un’insolita armonia nel condannare questa iniziativa. Bernd Lange, presidente della commissione commercio del Parlamento Europeo, ha definito questi dazi “ingiustificati” e basati su analisi errate. Ha inoltre sottolineato che l’UE non intende modificare le proprie normative per compiacere Washington. Italia: Tra Prosecco e Dazi La nostra Premier Giorgia Meloni non ha esitato a definire questi dazi “sbagliati” e dannosi per entrambe le sponde dell’Atlantico. Con il Vicepresidente USA JD Vance in visita a Roma, c’è l’opportunità di discutere una possibile riduzione delle tariffe e rafforzare il ruolo dell’Italia come ponte tra Stati Uniti ed Europa. Effetti Collaterali: Il Ritorno del Boomerang Ma cosa succede quando si gioca con il fuoco del protezionismo? La Cina, non nuova a queste dispute, ha risposto con dazi del 34% sui prodotti americani e restrizioni all’esportazione verso aziende chiave della difesa e tecnologia USA. Una mossa che potrebbe colpire duramente settori strategici americani. Conclusione: Il Protezionismo è la Risposta Giusta? In un mondo interconnesso, alzare muri tariffari rischia di isolare più chi li costruisce che chi ne è escluso. Gli Stati Uniti potrebbero scoprire che, nel tentativo di proteggere la propria economia, finiscono per danneggiare proprio quei settori che intendono salvaguardare. Forse è il momento di spegnere l’incendio dei dazi con il dialogo, anziché alimentarlo con ulteriori barriere. di Redazione   Credito foto: https://it.images.search.yahoo.com/search/images;_ylt=AwrFFyoWK_BnT0c8T4IdDQx.?p=dazi+doganali&ei=UTF8&fr=sfp&imgl=cc&fr2=p%3As%2Cv%3Ai#id=18&iurl=https%3A%2F%2F1.bp.blogspot.com%2F-YcSY1J2BOo4%2FWscuAZ_LSaI%2FAAAAAAAAOkk%2FwAfGViLl5hU5qlf55PsUrVjmhDXD53FzwCLcBGAs%2Fw1200-h630-p-k-no-nu%2F5ac7090efc7e93d6788b4619.jpg&action=click

Per saperne di più »

“UE-Mercosur: Un Ponte Commerciale tra Opportunità e Dilemmi Globali”

UE-Mercosur: il Trattato che Divide l’Europa e il Sud America Oggi si scrive un capitolo importante della storia economica globale. Il 65° Summit dei Capi di Stato del Mercosur, tenutosi a Montevideo, potrebbe segnare la conclusione di 25 anni di negoziati tra l’Unione Europea e il blocco sudamericano. Un accordo commerciale epocale, che punta a creare un mercato da 700 milioni di persone, ma che suscita opinioni divergenti su chi ne trarrà vantaggio e chi invece subirà le conseguenze. Le Promesse di un Mercato Senza Precedenti Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, ha definito il trattato “l’associazione commerciale e di investimenti più grande che il mondo abbia mai visto”. Se approvato, eliminerebbe gran parte dei dazi doganali, aprendo le porte ai beni industriali europei verso il Mercosur e viceversa. I vantaggi per l’industria automobilistica, chimica e manifatturiera europea sono evidenti: Germania e Spagna, ad esempio, potrebbero registrare un balzo significativo nelle esportazioni. Le esportazioni europee verso il Mercosur, attualmente stimate a 55,7 miliardi di euro, potrebbero crescere, sostenendo settori cruciali e creando migliaia di posti di lavoro. In cambio, l’UE accederebbe a risorse minerarie fondamentali come il litio, indispensabili per la transizione verde e la costruzione di batterie e pannelli solari. Chi Guadagna: L’Europa Industriale e Strategica La Germania è tra i Paesi che più premono per la firma. Con un export annuale verso il Mercosur di 15,4 miliardi di euro, il cancelliere Olaf Scholz ha dichiarato che il trattato è fondamentale per rafforzare la resilienza dell’economia tedesca. Anche la Spagna intravede un’opportunità: le stime parlano di un aumento del 37% delle sue esportazioni, con un impatto positivo sul PIL e sull’occupazione. A livello strategico, l’accordo rappresenta per l’UE un baluardo contro l’espansione commerciale cinese e le dispute con gli Stati Uniti. La diversificazione delle rotte di approvvigionamento è un’esigenza non più rimandabile per Bruxelles. Chi Perde: Agricoltura e Ambiente in Prima Linea Ma non tutto brilla. Il settore agricolo europeo è in allarme. Il Mercosur, con le sue vaste risorse agricole, potrebbe inondare il mercato UE di carne bovina, pollame, miele e zucchero a prezzi competitivi, danneggiando gli agricoltori europei, già vincolati da rigidi standard ambientali e di sicurezza alimentare. La Francia guida l’opposizione. Il presidente Emmanuel Macron ha definito “inaccettabile” la bozza attuale, chiedendo che i prodotti importati rispettino gli standard europei. Anche l’Italia e l’Irlanda temono un impatto negativo sui propri settori agricoli, mentre associazioni come Copa-Cogeca denunciano il rischio di concorrenza sleale e devastazione ambientale in Sud America, legata alla deforestazione per la produzione di carne. Un Accordo al Bivio Con l’opposizione di diversi Paesi europei, l’accordo rischia di non ottenere l’unanimità necessaria, aprendo scenari di stallo. Tuttavia, la pressione è alta: il Mercosur, frustrato dai lunghi negoziati, sta rafforzando i legami con Asia e Cina, rischiando di chiudere le porte all’UE. Conclusione: Opportunità o Minaccia? Il trattato UE-Mercosur rappresenta un crocevia tra crescita economica e sostenibilità. Da un lato, promette di rilanciare l’industria europea e rafforzare le relazioni transatlantiche; dall’altro, pone interrogativi cruciali su ambiente, equità commerciale e protezione delle economie locali. Oggi, a Montevideo, non si decide solo il futuro di un mercato comune, ma anche quello di due continenti che cercano di bilanciare ambizioni economiche e responsabilità globali. Giuseppe Arnò

Per saperne di più »
NOTIZIE CORRELATE

Vedi anche

Ovvero: come l’esasperazione ideologica trasforma le parole in armi e i buoni sentimenti in alibi   a «In Occidente si.

De rebus quae geruntur «delle cose che accadono». Le Olimpiadi di Parigi a dire il vero non sono iniziate sotto i.

Parte l’Europa League, Roma e Lazio protagoniste Da Dovbyk a Osimhen, da Zirkzee a Nico Williams, parata di stelle ROMA,.