“La cittadinanza non è solo avere un passaporto in tasca”

Tajani al Cgie: la legge sulla cittadinanza ha rimesso le cose in ordine 16/06/2025 20:01 ROMA\ aise\ – Non poteva che vertere principalmente sulla nuova legge sulla cittadinanza l’incontro che il CGIE, al gran completo alla Farnesina in occasione dell’assemblea plenaria, ha avuto oggi con il Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Antonio Tajani. Una riunione di saluto che però ha visto l’intervento anche della Segretaria Generale del CGIE, Maria Chiara Prodi, e quello di Tajani che ha ribadito come la riforma fosse “necessaria” ed è e resta sempre “migliorabile” anche se già ora “ha messo le cose in ordine” nei consolati. Tajani ha quindi esordito spiegando in primis la volontà di aiutare chi in queste ore si trova all’interno delle aree di crisi: ci sono 20 mila italiani in Israele e 500 in Iran, oltre ai militari sparsi in Medio Oriente. Molte le difficoltà che si stanno riscontrando per cercare di far tornare i 500 italiani da Teheran, data la chiusura dei voli sopra l’Iran. Passando ai temi generali riguardo alla comunità italiana residente nel mondo, Tajani ha spiegato di “star lavorando senza sosta per migliorare i servizi a tutti gli italiani all’estero”; inoltre, nel suo primo intervento ha anche spiegato come entro la fine del 2025 la Carta d’Identità Elettronica “sarà estesa a tutti gli uffici consolari”. In aggiunta a ciò, Tajani ha anche ribadito la collaborazione definita “solida” con l’Inps, e il lavoro sempre costante sul “turismo delle radici” e sulla diplomazia sportiva. Infine ha anche ricordato la predisposizione di un’ampia riforma del MAECI in modo da metterlo “in linea con le esigenze di cittadini e imprese”. “Entro la fine dell’anno – ha assicurato ai consiglieri – potremo sostenere dal Ministero tutti i nostri concittadini che vivono all’estero”. A seguire, è intervenuta la Segretaria Generale Prodi, che dopo aver ringraziato Tajani per la sua presenza, ha ribadito i temi centrali posti dal Comitato di Presidenza per l’assemblea plenaria di quest’anno: cittadinanza, sicurezza del voto dall’estero e gli incentivi di rientro. Poi, ha parlato anche di un’ulteriore sfida posta al centro di questi giorni e non solo: “portare la democrazia al centro di tutte le comunità nazionali e internazionali”. “Noi abbiamo un ruolo di rappresentanza delle comunità italiane all’estero – ha spiegato Prodi -. Riconnettere la politica alla vita vera delle persone è una sfida”. Prodi ha quindi incentrato il suo intervento sulla riforma della cittadinanza. Una riforma definita “necessaria” anche da lei, ma, ricordando la sfida per la democrazia, ha anche ribadito la necessità da parte della politica di “capire, di sentire quale è la visione del nostro Paese quando si tocca un’appartenenza. Questo ci è stato espresso dalle comunità italiane nel mondo e abbiamo la necessità di trasmetterlo”. “La cittadinanza era già una nostra priorità – ha aggiunto ancora Prodi -. Noi stavamo facendo un ragionamento che speriamo possa essere ripreso perché era più lineare: cioè una legge di cittadinanza che possa riconoscere fino alla terza generazione e che possa dimostrare un legame vero con l’Italia attraverso la cultura”. Era chiara, dunque, “la necessità della legge, ma era anche chiara la strada che volevamo percorrere e maturare durante questa plenaria. Avremo bisogno di sapere le basi su cui è stata fatta questa scelta della riforma – ha chiesto la SG al Ministro -. Sappiamo dei problemi che c’erano e vogliamo capire come sono stati affrontati”. E inoltre “vogliamo sapere su che visione di futuro abbiamo a mente si baserà la cittadinanza. Abbiamo lasciato lo ius sanguinis ma non si è entrati nello ius soli”. E oltretutto c’è la questione “dell’attacco alla doppia cittadinanza, che per noi è inaccettabile“. Così come risposte e rassicurazioni, la Segretaria Generale ne ha chiesti riguardo alla “trasmissibilità” della cittadinanza. Tutte queste sono state “decisioni prese senza di noi, e sono decisioni che creano confusione e frustrazione dalle nostre comunità“. Mentre “le nostre comunità ci sostengono quando lavoriamo in sinergia alle istituzioni dell’Italia”. “Sappiamo che le decisioni sono state già prese – ha concluso Prodi -, noi vorremmo giocare d’anticipo, e quindi vorremmo rivedere le disposizioni perché presentano problemi nei nostri territori e il futuro dei nostri figli ci tocca da vicino. Attendiamo con fiducia. La nostra collaborazione è piena. Abbiamo bisogno di essere considerati degli alleati”. Il Ministro Tajani ha poi risposto alla relazione di Prodi ricordando la “realtà che c’era” prima della riforma. “In molti paesi si vendeva la cittadinanza italiana. C’erano agenzie che procuravano documenti fasulli. C’erano i “black friday” della cittadinanza in Argentina e Brasile. Ho trascorso tanto tempo da italiano all’estero, so cosa significa essere italiani e la cittadinanza è una cosa seria. E essere italiani significa appartenere e conoscere la lingua. Nei consolati sono successe tante cose, tante pratiche strane. Il testo del governo è stato un testo che le ha rimesse in ordine. Poi – ha aggiunto il Ministro -, tutto è migliorabile. Il testo è stato già modificato e migliorato dal parlamento. Però era tempo di porre fine agli imbrogli. C’era troppa gente che lucrava sull’italianità. La cittadinanza non è solo avere un passaporto in tasca. Qualcosa andava fatto”. (luc.mat.\aise) 

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Babilonia 007: Manuale di (Dis)servizio Pubblico

  Quando il segreto diventa pubblico e il dovere si confonde col potere: cronache di una nazione che non smette mai di stupire Che delizia essere spettatori in un Paese dove ogni dossier è un po’ come una soap opera: un intreccio di potere, misteri e qualche risata amara. Guardiamo ai recenti eventi riguardanti il dossier dei Servizi con lo stesso spirito con cui si guarda un dramma shakespeariano: una commedia degli errori in cui ognuno gioca il suo ruolo, chi come vittima, chi come carnefice, chi come… inconsapevole protagonista. La trama è già un piccolo capolavoro: da un lato, i Servizi, intenti a proteggere il Paese con discrezione (o almeno ci provano); dall’altro, documenti che passano dalle mani dell’intelligence a quelle della magistratura e infine a quelle dei giornalisti, come se giocassero a un’allegra partita di rubabandiera. Nel mezzo, i protagonisti del grande circo della politica e della giustizia, intenti a domandarsi – o forse a non domandarsi affatto – chi sia davvero responsabile e cosa si debba fare per fermare questa giostra di fughe di notizie. Non si comprende più dove finisca il dovere e inizi il potere. La legge sui Servizi, quella che dovrebbe garantire riservatezza e rigore, viene trattata con la stessa serietà con cui si rispetta il limite di velocità su una superstrada deserta. Il risultato? Un dossier riservato che si trasforma in un’esclusiva editoriale, e una serie di accuse incrociate che fanno venire il dubbio che qualcuno abbia dimenticato il significato della parola “riservato”. Una domanda sorge spontanea: siamo ancora capaci di discernere tra ciò che deve rimanere segreto e ciò che, per brama di potere o leggerezza, finisce per alimentare la spirale dell’indiscrezione? Forse dovremmo rivedere la definizione di “intelligence”: non più l’arte della riservatezza, ma quella dell’acrobazia legale, della navigazione tra cavilli, esposti e pratiche a tutela. Ecco allora il quadro: i Servizi denunciano Lo Voi per aver diffuso un documento riservato. Sullo sfondo, un Paese in cui non si capisce più se gli 007 siano ancora al servizio dello Stato o vittime di una Babilonia amministrativa in cui regole e regolamenti servono più a confondere che a proteggere. L’Europa ci osserva, e cosa vede? Non il fiore all’occhiello che dovremmo essere, ma un giardino botanico in cui ogni pianta cresce a casaccio. Gli altri Stati europei probabilmente si chiedono se dovrebbero inviare un manuale di istruzioni su come gestire la sicurezza nazionale. Noi, intanto, continuiamo a mescolare i nostri ingredienti con la leggerezza di chi non ha paura di contaminare il risotto: zafferano adulterato, un pizzico di ironia, e quel retrogusto amaro che solo un pasticcio istituzionale può lasciare. Concludendo, non siamo ancora una Repubblica giudiziaria, ma sembriamo essere una Repubblica dell’intrattenimento, in cui ogni fuga di notizie è un capitolo di un romanzo giallo che nessuno riesce a scrivere fino in fondo. Che si raschi la pentola, dunque, non solo per il prossimo risotto, ma per ricordarci che i Servizi sono lì per servire, e non per alimentare la Babilonia 007. E vissero tutti intercettati e spiati. Giuseppe Arnò

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Aspettando Godot (o i 100 giorni di Trump)

  Caro lettore Romano, le sue controdeduzioni sui primi 100 giorni di Trump meritano una risposta tanto allegra quanto pungente, perché se c’è qualcosa che abbiamo imparato dalla politica mondiale, è che non c’è niente di più terapeutico di un sorriso ironico di fronte alle grandi questioni. In ordine progressivo le nostre considerazioni ai suoi tre argomenti “Lasciamo che i 100 giorni ci diano risposte!” Certamente, lasciamo che la magia dei numeri tondi ci illumini! I primi 100 giorni di un governo sono come la settimana bianca al liceo: pieni di promesse, qualche scivolone, e un sacco di foto che nessuno vorrebbe rivedere. Ma chi può resistere al fascino di questa scadenza arbitraria? Dopotutto, 100 giorni bastano per scrivere una storia d’amore, ma non sempre per costruire una politica coerente. “All’inferno l’impero, purché il mondo sopravviva” Qui si tocca un argomento affascinante: il karma geopolitico. Certo, vedere l’impero vacillare potrebbe sembrare una piccola rivincita per la periferia. Ma attenzione, perché quando un gigante inciampa, tende a cadere su tutti quelli intorno. Forse, anziché sperare nel collasso, potremmo auspicare un risveglio, una sorta di terapia di gruppo in cui l’impero si guardi allo specchio e si chieda: “Ma non è che stiamo esagerando?” “Il Capitol Hill, l’amnistia e la memoria corta” Ecco, l’amnistia selettiva, un grande classico della politica mondiale! Certo, il comportamento davanti all’assalto al Capitol Hill ci ha fatto alzare un sopracciglio collettivo. Ma forse è un invito a ricordare che la storia non perdona la memoria corta. Se c’è una lezione qui, è che le istituzioni democratiche sono come le piante grasse: sopravvivono a lungo, ma non tollerano troppi colpi di tosse. In sintesi, caro lettore, attendiamo con ansia il bilancio di questi famosi 100 giorni, ma nel frattempo ricordiamo che la politica è un teatro dove ogni atto si scrive in diretta. E a volte, il pubblico dovrebbe essere più critico con la trama, senza dimenticare di sorridere ai dettagli. Un brindisi alla commedia umana. Redazione

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Caso Albania: il richiamo della Cassazione al “principio di realtà”

Nell’ordinanza depositata il 30 dicembre, la Corte di Cassazione traccia una linea chiara sui respingimenti dei richiedenti asilo, sconfessando in parte le decisioni del tribunale di Roma che avevano portato alla liberazione di dodici profughi trasferiti in un centro di detenzione in Albania. Tra le fitte pagine giuridiche, spesso complesse da interpretare, emerge un concetto potente: il “principio di realtà”. Un monito che richiama alla consapevolezza che i nobili ideali e i buoni sentimenti devono inevitabilmente confrontarsi con la durezza del mondo reale. Un mondo, questo, che non sempre si piega a criteri di perfezione o giustizia universale. La Cassazione invita i magistrati romani a tenere conto di questa realtà concreta, ribaltando la decisione che aveva dichiarato illegittimi i trattenimenti dei dodici profughi provenienti da Egitto e Bangladesh. Un richiamo che acquista ancora più valore perché arriva da una sezione della Corte difficilmente accusabile di simpatie politiche. In altre parole, è il buon senso che prevale. Il punto centrale si trova a pagina 25 dell’ordinanza, dove i giudici affrontano una domanda cruciale: un Paese può essere considerato sicuro anche se in esso alcune categorie di cittadini subiscono discriminazioni? Per i giudici di Roma la risposta è negativa. La Cassazione, invece, sottolinea che questa interpretazione ideale non è compatibile con la realtà pratica. “Pur certamente desiderabile dal punto di vista ideale,” si legge nel testo, “non tollera alcun margine di insicurezza personale.” Non si tratta di ignorare le discriminazioni: chi dimostrerà di essere perseguitato per motivi politici, religiosi o personali continuerà ad avere diritto d’asilo in Italia. Tuttavia, l’accoglienza indiscriminata non è sostenibile, specialmente nei casi, come quello in esame, in cui i richiedenti non hanno mai dichiarato di appartenere a categorie a rischio nei loro Paesi d’origine. La Corte richiama l’attenzione su un punto fondamentale: un Paese non può essere giudicato sicuro solo se garantisce condizioni perfette e assolutamente identiche per tutti. Una visione tanto ideale quanto impraticabile, che non tiene conto della complessità del contesto internazionale. Questa linea di pensiero riflette un cambiamento politico che sta prendendo piede in tutta Europa. Di fronte a una pressione migratoria sempre più intensa, molti governi e tribunali nazionali stanno adottando un approccio più realistico, cercando di bilanciare l’imperativo morale dell’accoglienza con le esigenze pratiche di gestione del fenomeno. Il caso italiano si inserisce dunque in un quadro più ampio, in cui il “principio di realtà” sta diventando una bussola per le politiche migratorie continentali. Questo orientamento rappresenta un bagno di realtà per la giustizia italiana, un invito a equilibrare principi e concretezza nel difficile compito di occuparsi del fenomeno migratorio.

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Brindisi alla Giustizia: Tra Legge, Buonsenso e la Formula Magica dell’Assoluzione

Tutti esultano, chi più e chi meno, ma esultano. È la notizia del giorno, e inizialmente avremmo voluto mantenere un rispettoso silenzio. Perché? Per rispetto della Giustizia, quella con la “G” maiuscola: ancora viva, integra, e – nonostante qualche eccezione – non contaminata. La sentenza del Tribunale di Palermo dopo otto ore di Camera di consiglio ha sancito un principio fondamentale: difendere i confini della Patria non è reato. Un verdetto che non solo celebra la legge, ma rafforza il senso innato di giustizia che ognuno di noi porta nel cuore, quel richiamo alla rettitudine e all’onestà che ci guida nei confronti degli altri. I famosi precetti ulpianei – honeste vivere, alterum non laedere, suum cuique tribuere – rimangono saldi, sia nel diritto scritto che in quello non codificato. E oggi, con l’assoluzione di Matteo Salvini con la magica formula “il fatto non sussiste”, possiamo dire che Giustizia istituzionalizzata e Giustizia naturale hanno fatto il loro lavoro. Non è solo una vittoria legale, ma anche un punto a favore della fiducia dei cittadini nel sistema giudiziario, spesso messo sotto accusa. Questa volta brindiamo: alla Giustizia, alla Legge, e al vicepresidente Salvini. Giuseppe Arnò

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“Giustizia è fatta”

Caso Medionalum, la Corte Ue dà ragione a Fininvest. Marina Berlusconi: “Giustizia è fatta” Annullata la decisione della Bce. Nell’ottobre 2016 era stata negata l’acquisizione di una partecipazione qualificata in Banca Mediolanum da parte di Fininvest, ma oggi i giudici europei sostengono che sia stato commesso un “errore di diritto” Lorenzo Grossi 19 Settembre 2024 – 11:09 Vittoria per Fininvest in ambito giuridico e a livello internazionale: la Corte dell’Ue ha accolto il suo ricorso, annullando così la decisione della Banca Centrale Europea che era stata assunta nel 2016 per negare l’acquisizione di una partecipazione qualificata in Banca Mediolanum da parte di Silvio Berlusconi. Secondo i giudici di Lussemburgo la Bce non poteva legittimamente opporsi alla detenzione da parte del Cavaliere di tale possesso societario di peso rilevante nella società Banca Mediolanum. Questa situazione, infatti, risultava unicamente dalla conservazione, da parte dell’interessato, di una partecipazione qualificata che egli aveva acquisito prima del recepimento delle disposizioni del diritto dell’Unione europeo sulle quali la Bce si era basata. Per i giudici, il Tribunale aveva snaturato i fatti della controversia e commesso un “errore di diritto” nel dichiarare che i ricorrenti avevano acquisito una partecipazione qualificata in Banca Mediolanum nel 2016. Lo sbaglo deriva dal travisamento della portata della decisione della Banca d’Italia del 2014 che, contrariamente a quanto dichiarato dal Tribunale, non ha avuto come conseguenza di ridurre la partecipazione della Fininvest nella Mediolanum, ma solo di sospendere i diritti di voto inerenti alle azioni soggette a un obbligo di cessione. Come è nato il caso Medionalum-Bce Tutto parte da una controversia nata ormai dieci anni fa. Fininvest, holding italiana detenuta in maggioranza da Silvio Berlusconi, deteneva quote sociali della Mediolanum, società finanziaria quotata in Borsa che possedeva a sua volta il 100% del capitale del medesimo istituto di credito Banca Mediolanum. Nel 2014 la Banca d’Italia aveva ordinato la cessione, entro 30 mesi, della partecipazione di Fininvest in Mediolanum superiore al 9,99% e la sospensione immediata dei diritti di voto inerenti alle azioni corrispondenti. L’adozione di tale misura era motivata dal fatto che l’ex presidente del Consiglio era stato dichiarato colpevole di frode fiscale e, di conseguenza, non soddisfaceva più il “requisito di onorabilità” al quale è subordinata la detenzione di una siffatta partecipazione qualificata. La decisione di Bankitalia era stata annullata dal Consiglio di Stato italiano il 3 marzo 2016. Caso Mediolanum, Berlusconi ricorre in Europa contro Bce Nel frattempo, nel 2015, la Mediolanum è stata incorporata dalla sua società figlia Banca Mediolanum con una fusione inversa. A seguito di tale assorbimento e della citata sentenza del Consiglio di Stato italiano, la Banca d’Italia e la Bce hanno ritenuto che Silvio Berlusconi e la Fininvest avessero acquisito una partecipazione qualificata nel capitale di Banca Mediolanum. Da questo punto di vista il diritto dell’Unione prevede che una simile acquisizione debba essere preceduta da una notifica ed essere oggetto di una valutazione da parte dell’autorità nazionale competente, che trasmette successivamente alla Bce una proposta di decisione: spetterebbe poi a quest’ultima opporsi o meno all’acquisizione della partecipazione qualificata di cui trattasi. Interpellata dalla Banca d’Italia, la Eurotower si opponeva all’acquisizione di una partecipazione qualificata di Silvio Berlusconi in Banca Mediolanum in quanto egli non soddisfaceva il requisito dell’onorabilità. Il ricorso dell’ex premier e della Fininvest per ottenere l’annullamento di tale decisione della Bce è stato respinto dal Tribunale dell’Unione Europea (l’altro organo giurisdizionale oltre alla Corte Ue). La Fininvest e gli aventi causa di Berlusconi hanno impugnato tale sentenza. Le parole dell’Avvocato generale Ue Poi, con l’arrivo della controversia in sede comunitaria, si arriva così ai giorni nostri. Nello scorso mese di maggio l’Avvocato generale della Corte di Giustizia dell’Ue, Campos Sanchez-Bordona, aveva sostenuto che il Tribunale aveva commesso una serie di errori di diritto nella valutazione degli effetti del controllo esercitato dai ricorrenti su banca Mediolanum, tra gli altri con riguardo alle condizioni che legittimano la Bce a imporre il requisito dell’autorizzazione per l’acquisizione o l’incremento di partecipazioni qualificate in enti creditizi. In particolare, la partecipazione della Fininvest e di Berlusconi in Banca Mediolanum è sempre stata una partecipazione qualificata del 30,16%. Poiché non vi è stato alcun aumento di tale partecipazione dopo l’entrata in vigore della vigilanza bancaria unica, l’autorizzazione della Bce non era necessaria, in quanto si trattava di una partecipazione qualificata “storica”. “Fininvest ha ragione, annullate la decisione della Bce” Inoltre, lo stesso Avvocato generale aveva accolto la contestazione dei ricorrenti al Tribunale di avere equiparato la nozione di “acquisizione di una partecipazione qualificata” a quella di “modifica della struttura giuridica di una partecipazione“. Infatti, la modifica della struttura giuridica di una partecipazione “è una nozione che non figura nel diritto europeo per valutare se vi sia un’acquisizione o un incremento di una partecipazione qualificata“. Invece, quello che viene rilevato per valutare l’acquisizione o l’incremento “è il numero di partecipazioni acquisite (o incrementate), ma non la loro struttura giuridica“. Nel caso specifico, Fininvest ha sempre detenuto una partecipazione qualificata nella Mediolanum e, di conseguenza, in Banca Mediolanum. La fusione per incorporazione inversa della Mediolanum in Banca Mediolanum “ha costituito una riorganizzazione interna della struttura giuridica del gruppo imprenditoriale, ma non ha modificato il livello o l’intensità del controllo della Fininvest (e indirettamente di Berlusconi) su tale ente finanziario“. Oggi, il tribunale europeo dà ragione a questa ricostruzione, nonché alla famiglia Berlusconi. Marina Berlusconi: “Vittoria totale” “Oggi è il giorno della vittoria. Una vittoria davvero totale, che fa piazza pulita di 10 anni di iniziative ingiuste e prive di fondamento“, ha così commentato la presidente del Gruppo Fininvest, Marina Berlusconi, in merito alla sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea sulla controversia legata a Banca Medionalum. “Comunque si guardi questa vicenda – ha poi aggiunto l’imprenditrice -, finalmente possiamo dire che giustizia è fatta, in onore di Silvio Berlusconi, uno dei più grandi geni imprenditoriali della storia italiana ed europea“. La figlia primogenita del Cavaliere conclude poi affermando: “Meglio tardi che mai, dice il proverbio. Ma oggi è anche il giorno della soddisfazione: le polemiche devono restare fuori dalla porta“. Fonte: https://www.ilgiornale.it/news/attualit/caso-medionalum-corte-ue-d-ragione-fininvest-annullata-2370546.html

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