Capodanno col botto (e senza bussola)

Tra tragedie vere, polemiche d’accatto e indignazioni selettive, l’anno nuovo comincia come il vecchio: molto rumore, poca verità.

 

Non tutto funziona a perfezione come un orologio svizzero, soprattutto nel pazzo mondo che pretendiamo di governare a colpi di slogan. E talvolta neppure in Svizzera.
La notte di Capodanno, nel lounge bar Le Constellation, un locale popolare si è trasformato in una trappola mortale: almeno 47 morti, in gran parte giovani, e un centinaio di feriti gravi. Un inferno annunciato, dicono ora i primi riscontri: effetto tappo, pannelli fonoassorbenti, soffitto basso, scala stretta. Un catalogo di errori che, sommati, diventano una sentenza. E mentre si contano le vittime, c’è ancora chi attende una risposta, chi non sa se il proprio figlio sia tra i vivi o tra i nomi destinati a una lapide. Il resto è rumore di fondo.

Ma il rumore, si sa, è la vera colonna sonora del nostro tempo. Così, mentre la Svizzera piange, altrove si discute d’altro. L’attivista svedese Greta Thunberg e la no-profit Slow Factory sentono l’urgenza di ricordarci che Gesù era “un palestinese nato sotto occupazione”. Peccato che la storia, quella vera e noiosa, racconti qualcosa di diverso: Betlemme oggi è in territorio palestinese, ma duemila anni fa no; Gesù era un ebreo della Giudea, nato sotto il dominio romano. Dettagli, direte. E infatti, nel dibattito contemporaneo, i dettagli sono un intralcio. L’importante è dire qualcosa, meglio se urlata, tanto mica siamo tutti schiavi dei fatti.

Lasciamo però le chiacchiere da osteria globale e torniamo alle cose serie. Anche se, a ben vedere, il mondo insiste a confonderle. C’è chi discute animatamente del saluto di Mamdani, giudicato da alcuni simile a quello di Musk. La simbologia, si dice, manda sempre un messaggio. Chi vuole intendere, intenda. Mamdani, per di più, giura sul Corano. E allora la domanda sorge spontanea, e non è neppure provocatoria: New York è ancora negli Stati Uniti o è diventata una dependance degli Emirati? Forse Oriana Fallaci, quando parlava del rapporto fra Islam e Occidente, andrebbe riletta con meno sufficienza e più attenzione, almeno osservando ciò che accade tra Londra e Manhattan.

Da qualche altra parte, però, si protesta sul serio. In Iran si torna in piazza, si rinnovano le “cinque giornate” di una rivolta che non fa notizia quanto meriterebbe, perché non è comoda e non è spendibile sui social. E intanto, sullo sfondo, prende forma una nuova Cortina di ferro: la futura linea di separazione tra Europa e Russia, disegnata non da ideali ma da una trattativa di pace che forse arriverà, e forse no.

Nel frattempo, le vite umane continuano a valere poco. Carne da cannone. Dalla Russia arrivano cifre da ecatombe: 350 mila morti al fronte. Numeri enormi, che però non scaldano né raffreddano i palazzi del potere, dove si sta al caldo, a Mosca e dintorni, a discutere di equilibri geopolitici come se fossero partite a scacchi.

Così l’anno nuovo parte con lo stesso ritmo stonato di quello vecchio. Tragedie reali, polemiche surreali, indignazioni a intermittenza. E non si va da nessuna parte.
Forse il problema è che continuiamo a cercare soluzioni miracolose, quando basterebbe guardare la realtà per quella che è. Non inventare nulla di nuovo, ma scoprire, svelare, schiudere ciò che già esiste. Lo dice un vecchio detto, di quelli che non finiscono in trend.

La domanda, come sempre, resta aperta: saremo capaci di farlo? Oppure preferiremo continuare a discutere del colore delle tende, mentre la casa brucia.

Giuseppe Arnò

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