Bravo chi ci capisce qualcosa

Quando il caos tricolore viaggia nel mondo e torna indietro con gli interessi

 

 

“Ubi italicus, ibi Italia”: quando il patriottismo diventa un avvertimento più che un motto.

C’è un vecchio adagio latino che campeggia all’ingresso del Circolo Italiano di San Paolo: Ubi italicus, ibi Italia. Una massima che un tempo faceva sorridere di orgoglio, ma che oggi rischia di suonare come una diagnosi: dove arriva un italiano, arriva puntuale anche il caos in confezione famiglia. E il bello è che lo esportiamo pure.

Ultime dalla collezione “caos d’alta gamma”: Federica Mogherini si dimette dal Collegio d’Europa, l’ambasciatore Sannino pure dal suo incarico. Tutti innocenti fino a prova contraria, sia chiaro. Ma il caos lo hanno comunque messo in moto: almeno quello mediatico, quello che ci tiene appesi ai titoli di cronaca giudiziaria come a un fotoromanzo di altri tempi.
E sorvoliamo pure sul punto centrale: il Collegio d’Europa, questo elegante carrozzone comunitario che inghiotte fondi come un buco nero e restituisce utilità più evanescenti di un apprendistato in filosofia zen.

Nel frattempo, dall’ONU arriva una delle più grandi rivelazioni della storia recente: la stampa va rispettata. Ci giunge come un fulmine di saggezza. Peccato solo sia il 2025. Ma, come si dice: meglio tardi che mai… e molto tardi che sempre.

Peccato che, costretti a inseguire queste vicende da salone del barbiere, ci si annoi. Non perché siano irrilevanti, ma perché sembrano tutte uguali: uno sfiancante déjà-vu nazionale. L’Italia è diventata noiosa, piatta, livida. E l’Europa, invece di aiutarci a respirare, ci ha trasformati in un ufficio protocollo a cielo aperto.

Eppure un barlume ci resta: quel talento italico del sospetto intelligente. Lo stesso che ci fa intuire, con beffarda precisione, che Trump può cambiare posizione mentre si versa il caffè; che a Bruxelles i soldi pubblici si polverizzano con l’allegria delle noccioline allo stadio; e che Putin non ha alcuna urgenza di terminare la guerra in Ucraina, anzi guarda ben oltre l’orizzonte.

E poi, oggi, il menù del giorno è servito:
– Delrio con il suo disegno di legge sull’antisemitismo;
– Sempio che ci narra la fiaba genetica del DNA;
– la CGIL che picchia duro, non sul tavolo della contrattazione ma su quello della polemica;
– i lavoratori in sciopero e le violenze a Genova per l’ex Ilva, dove la realtà supera la fiction con un certo disagio.

Insomma, roba che neppure la televisione commerciale degli anni ’90 osava mandare in onda.

Alla fine, più che notizie, ci resta addosso una sensazione precisa:
che stiamo raccontando immondizie. Eppure queste immondizie sono tutto ciò che abbiamo.

E allora, in perfetto spirito montanelliano, non resta che una constatazione amara ma lucidissima:
l’Italia non smette mai di stupire, ma raramente nel modo che vorremmo.

Giuseppe Arnò

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