Zibaldone d’attualità tra assoluzioni, geopolitica, angeli restaurati e palloni consolatori
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C’è un modo italiano di raccontare il presente che non ama le sintesi ordinate. Preferisce l’accumulo, l’annotazione a margine, la frase appuntata di traverso sul giornale del mattino. Questo zibaldone nasce così: non per spiegare il mondo, ma per registrare come ci passa davanti, spesso senza bussare.
Torino, Askatasuna. Due manifestanti liberati. Nessun carcere nemmeno per il presunto aggressore dell’agente. C’è chi commenta con la consueta brutalità, sostenendo che picchiare, a quanto pare, non è peccato. La violenza, se ben collocata, trova sempre un alibi; la legge arriva dopo, quando il clamore si è già dileguato. La bilancia di Astrea continua a oscillare, più sensibile al rumore che al peso dei fatti.
A margine, però, l’annotazione personale si impone. L’Italia è una Repubblica…
Da Muscat arriva la notizia che i colloqui tra Teheran e Washington si faranno. Le posizioni restano lontane, i negoziati rischiavano di saltare, ma alla fine il tavolo resta apparecchiato. È difficile, quando si ha il coltello alla gola, cantare intonato. La diplomazia internazionale somiglia sempre più a un esercizio di respirazione trattenuta: nessuno vuole cedere, tutti temono il silenzio.
Sul fronte interno, va in scena un altro atto del teatro politico: Salvini e Vannacci si scambiano accuse di tradimento. Traditore a chi? verrebbe da chiedere. Albert Camus ricordava che persino su un banco d’accusato è interessante sentir parlare di sé. E così, mentre Pozzolo smaschera Vannacci, la sinistra, disarmata di idee prima ancora che di armi, si ritrova a gridare paradossalmente “Forza generale”. L’assurdo, in Italia, non ha bisogno di manifesto.
Si chiude un capitolo della storia giudiziaria con l’addio a Corrado Carnevale, l’«ammazzasentenze». Novantacinque anni, già presidente della sezione penale della Cassazione, noto per aver annullato centinaia di condanne per mafia e terrorismo appellandosi a vizi formali e procedurali. Erano altri tempi, si dice. Forse migliori. O forse semplicemente più onesti nel confessare che, da noi, la forma ha spesso contato più della sostanza.
Poi c’è l’episodio che solo l’Italia può offrire senza arrossire: il restauratore che cancella il volto dell’angelo Meloni, giustificandosi con un solenne “me l’ha detto il Vaticano”. Forse non si è compreso un dettaglio teologico elementare: Dio ha sempre un angelo da mandare in aiuto di chi è disposto a fare il proprio dovere. Il problema nasce quando l’angelo finisce sotto le mani del restauro ideologico.
A rendere il quadro più torbido arrivano le ombre russe sui file Epstein. Quasi quasi viene da pensare che chi lo sospetta non stia del tutto sbagliando. In un mondo globalizzato, anche i misteri hanno ormai una regia internazionale.
Eppure, cercando bene, una buona notizia affiora. Il calcio. Coppa Italia. L’Inter batte il Torino e vola in semifinale. Non è una svolta epocale, non risana le istituzioni né chiarisce i processi, ma rende felici, almeno per una sera, i tifosi nerazzurri. E in tempi di magra, anche la felicità regolamentare ha il suo valore.
Chiusura:
L’Italia resta questo: un Paese dove tutto accade, poco si sistema e molto si commenta. Un luogo in cui le sentenze si annullano, gli angeli si restaurano e la politica si guarda allo specchio con aria offesa. Ma finché ci sarà una partita da vincere e qualcuno disposto a prendere appunti, la Repubblica continuerà a distrarsi. Con stile, naturalmente.
Giuseppe Arnò



















