Quando la fantasia politica sella quattro cavalli e il cittadino, per prudenza, si procura un po’ di polvere miracolosa.
Sia chiaro: non ci riferiamo a I quattro dell’Apocalisse, il western all’italiana del 1975 diretto da Lucio Fulci, bensì a un quartetto assai più contemporaneo: Nicola Fratoianni, Elly Schlein, Giuseppe Conte e Angelo Bonelli, ovvero i quattro volti del cosiddetto Campo Largo, o Campo Progressista, secondo le diverse inclinazioni lessicali.
L’accostamento nasce dalla fantasia di qualche buontempone che ha voluto immaginare i nostri protagonisti nelle vesti dei mitici Cavalieri dell’Apocalisse. Una trovata irriverente, naturalmente, che non pretende di anticipare il Giudizio Universale, né tantomeno di emettere giudizi sui diretti interessati. Ma, si sa, quando la fantasia prende il galoppo, anche la politica può diventare materia da leggenda.
I quattro personaggi evocati nell’Apocalisse di Giovanni sono figure simboliche, i cui nomi non vengono espressamente indicati e il cui significato si ricava dagli attributi che li accompagnano: il cavallo bianco e l’arco, associati alla conquista; quello rosso e la spada, alla guerra e alla violenza; il nero e la bilancia, alla carestia; infine, il cavallo verdastro (o pallido), associato alla morte. La tradizione popolare e le successive rappresentazioni letterarie e cinematografiche li hanno consacrati con appellativi ormai familiari: Guerra, Carestia, Pestilenza e Morte.
Persino la letteratura contemporanea si è divertita a rimescolare le carte. In Buona Apocalisse a tutti!, di Terry Pratchett e Neil Gaiman, i quattro diventano motociclisti, con Inquinamento al posto di Pestilenza, pronti a dare il loro contributo al caos terrestre. Insomma, anche la fine del mondo si aggiorna, cambia mezzo di trasporto e, a quanto pare, non rinuncia a qualche ritocco organizzativo.
Ma torniamo alla nostra fantasiosa trasposizione politica. Il peccato originale sarebbe rappresentato dal duraturo governo del Centrodestra; la punizione, dall’Apocalisse; e i quattro cavalieri, naturalmente, dal quartetto del Campo Largo. Una ricostruzione di pura fantasia, sulla quale gli esegeti della politica potrebbero persino aprire un dibattito, senza necessariamente trovare un accordo.
Ci sarebbe davvero un filo conduttore tra i Cavalieri di Giovanni e i loro ipotetici epigoni della politica italiana? Francamente, non ci scommetteremmo un fico secco. E poi, se anche dovesse profilarsi qualche pericolo apocalittico, un onesto cittadino potrebbe sempre ricorrere a un provvidenziale spruzzo di polvere anatemica. O, per essere più precisi, apotropaica: non si sa mai che la magia, oltre a proteggere dai malanni, riesca anche a tenere lontane certe suggestioni.
Qualche voce maliziosa, tuttavia, suggerisce che i recenti disordini nelle piazze possano essere il segnale di un caos imminente, magari persino dell’avvicinarsi dell’Apocalisse. Ma, per carità, nessuno pensi che tutto ciò possa avere una qualche relazione con i rappresentanti del Campo Largo o con il governo in carica. Sarebbe un accostamento azzardato, oltre che ingeneroso.
Al massimo, ai quattro protagonisti si potrebbe concedere un’altra, ben più rassicurante onorificenza: quella di Cavalieri del Lavoro. Del resto, fare politica è un mestiere duro, ingrato e spesso poco riconosciuto. Talmente duro che, a sentire certi discorsi, nessuno dovrebbe desiderare di essere eletto. Il problema, semmai, è convincere gli eletti a scendere dal cavallo una volta conquistata la sella.
E qui, Apocalisse o non Apocalisse, comincia davvero il mistero.
Giuseppe Arnò
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