Il 20 gennaio, una data da ricordare? Quando le imprevedibili mosse di un presidente americano aiutano l’Europa a scoprire che, per camminare con le proprie gambe, non occorre chiedere il permesso a Washington.
Nella nostra agorà domenicale, la piazza cittadina, davanti a un fresco e delizioso sorbetto al limone – perché anche la geopolitica, ogni tanto, merita di essere affrontata con la gola rinfrescata – si discute, come di consueto, delle ultime rappresentazioni offerte dal teatro planetario.
Tra un avvenimento e l’altro, Nicodemo, profondo conoscitore di diverse discipline scientifiche e incline a collegare i puntini dove altri vedono soltanto una costellazione di problemi, prende la parola.
«Direttore», esordisce, rivolgendosi affettuosamente a chi scrive, «ho letto con estremo interesse il suo articolo di ieri, Grazie, Mr. President! E mi è venuta un’idea. Se ogni anno, il 9 maggio, celebriamo la Giornata dell’Europa, perché non proporre ai nostri rappresentanti a Bruxelles l’istituzione di una seconda ricorrenza? Una giornata dedicata all’indipendenza europea».
La proposta, sulle prime, appare sibillina. Nicodemo, però, non è uomo da lanciare idee per poi abbandonarle a metà strada. E così, dopo una breve pausa, completa il ragionamento:
«La data potrebbe essere il 20 gennaio».
Una data precisa, dunque: il 20 gennaio 2025, quando, a mezzogiorno in punto, Donald Trump ha iniziato il suo secondo mandato alla Casa Bianca.
A questo punto, il sorbetto rischia quasi di sciogliersi senza che nessuno se ne accorga. La spiegazione merita attenzione.
«Gli Stati Uniti festeggiano il loro Independence Day il 4 luglio. E perché l’Europa non dovrebbe celebrare il proprio il 20 gennaio? Non per ricordare una liberazione militare, naturalmente, ma una presa di coscienza. Perché proprio da quella data, tra dichiarazioni imprevedibili, pressioni e ripetuti interrogativi sulla solidità delle alleanze, gli europei hanno cominciato a comprendere meglio una verità elementare: l’amicizia con gli Stati Uniti è preziosa, ma non può trasformarsi in una dipendenza psicologica».
Il ragionamento, bisogna riconoscerlo, ha una sua logica. E anche una certa malizia.
Per anni, l’Europa ha beneficiato della protezione americana, talvolta affidandosi a essa con una tranquillità che non sempre ha incoraggiato la costruzione di una piena autonomia strategica. Poi è arrivato Trump, con il suo modo tutto personale di interpretare le relazioni internazionali, e molte certezze hanno cominciato a vacillare.
Il risultato, almeno in parte, è stato paradossale: proprio chi sembra voler ridimensionare il peso dell’Europa potrebbe aver contribuito a risvegliarne la consapevolezza.
Naturalmente, l’indipendenza non si proclama con un brindisi, né si conquista cambiando semplicemente interlocutore. Richiede capacità di difesa, solidità economica, energia, coesione politica e, soprattutto, la volontà di assumersi responsabilità che per troppo tempo è stato più comodo delegare.
Ma la trasformazione culturale è forse già cominciata. Un’Europa più consapevole dei propri interessi, capace di scegliere le proprie alleanze senza rinunciare ai propri principi, può diventare un interlocutore più credibile per gli amici e più rispettato dagli avversari.
Perché l’autonomia non significa voltare le spalle a Washington, così come la fedeltà a un’amicizia non impone di rinunciare alla propria personalità. Tra alleati si collabora; non si vive in affitto nella volontà altrui.
Nella nostra agorà, la proposta di Nicodemo viene accolta con entusiasmo. Non è ancora una mozione parlamentare, Bruxelles non ha ricevuto alcuna richiesta ufficiale e il calendario europeo, per il momento, può dormire sonni tranquilli. Ma l’idea ha il merito di porre una questione seria attraverso una provocazione sorridente.
E chissà che un giorno altri Paesi non decidano di celebrare il proprio Independence Day in senso politico e simbolico: non necessariamente liberandosi da qualcuno, ma imparando finalmente a contare su se stessi.
Nicodemo, prima di congedarsi, richiama una riflessione di Abraham Lincoln, particolarmente adatta ai tempi inquieti che attraversiamo: «I dogmi di un passato tranquillo sono inadeguati al presente tempestoso». E conclude con le parole che ne esprimono il senso più attuale: occorre pensare e agire in modo nuovo, emancipandosi dagli schemi che non sono più sufficienti a comprendere la realtà.
La conversazione si avvia alla conclusione. Il sorbetto è ormai quasi finito, ma la questione rimane sul tavolo.
Forse il 20 gennaio non diventerà mai una festa europea. Ma se servisse a ricordare che l’autonomia non si riceve in dono e che la dignità non si delega, avremmo già trovato un buon motivo per brindare.
Naturalmente, con un altro sorbetto al limone. Questa volta, però, all’indipendenza del pensiero.
Giuseppe Arnò
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