L’INDIFFERENZA NON È INNOCENTE
Dalle guerre alle coscienze: l’umanità non può continuare a delegare agli altri la responsabilità dei propri mali
«Ciascuno è responsabile di tutto dinanzi a tutti».
Fëdor Dostoevskij
Le parole pronunciate da Giorgia Meloni alla Camera, nel ricordare il muro di Berlino e i carri armati sovietici a Budapest e Praga, hanno riacceso il dibattito sul conflitto ucraino e sulle responsabilità dell’Europa. Al di là delle diverse valutazioni politiche, resta una questione che ci riguarda tutti: possiamo assistere alle sofferenze dei popoli fingendo che non ci appartengano?
Le guerre, purtroppo, non si combattono soltanto sul campo di battaglia. Si combattono anche nelle coscienze, dove la propaganda cerca di confondere l’aggressore con l’aggredito, la vittima con il colpevole e la verità con la convenienza. E quando le bombe colpiscono abitazioni, ospedali e infrastrutture essenziali, le distinzioni politiche non possono diventare un alibi per dimenticare le persone.
Naturalmente, ogni conflitto ha la propria storia, le proprie responsabilità e le proprie complessità. Ma nessuna complessità dovrebbe trasformarsi in un lasciapassare per la crudeltà. Questo vale in Ucraina, in Medio Oriente e in ogni luogo in cui gli innocenti pagano il prezzo di decisioni prese da altri. La sofferenza umana non dovrebbe avere passaporto, né essere valutata secondo la convenienza di chi la osserva.
Del resto, la storia sembra ripetere ostinatamente la medesima lezione. Da Caino e Abele, quando l’invidia trasformò un fratello in assassino, fino alle guerre dei nostri giorni, l’uomo ha dimostrato una straordinaria capacità di inventare giustificazioni per le proprie brutalità. Cambiano le epoche, le bandiere e le tecnologie; talvolta, purtroppo, il progresso degli armamenti corre assai più velocemente di quello delle coscienze.
Bertolt Brecht, con la sua consueta amarezza, ci invita a guardare senza ipocrisie gli aspetti più brutali della condizione umana. Eppure, se la sopraffazione appartiene alla nostra storia, non per questo deve diventare il nostro destino. La solidarietà, la compassione e il coraggio di opporsi all’ingiustizia dimostrano che l’essere umano non è condannato a obbedire ai suoi istinti peggiori.
Anche gli appelli umanitari, come quelli rivolti dalla Santa Sede alle parti in conflitto, ricordano che il dialogo non è una debolezza e che una tregua può significare vite salvate. Ma gli appelli, da soli, non fermano le bombe. E mentre ciascuno domanda all’altro di assumersi le proprie responsabilità, c’è il rischio che la popolazione civile continui ad attendere una risposta che non arriva. Un interminabile ping-pong diplomatico, con una differenza non trascurabile: la pallina, questa volta, è la vita delle persone.
Non siamo necessariamente responsabili di ogni guerra, di ogni atrocità o di ogni ingiustizia. Ma abbiamo una responsabilità nel modo in cui reagiamo: nel verificare le notizie prima di diffonderle, nel non applaudire alla sofferenza altrui, nel pretendere dai governanti rispetto per la vita e nel non confondere la fedeltà alle proprie idee con la rinuncia al senso critico.
Martin Luther King ci lascia un monito ancora attuale: «Può darsi che non siate responsabili per la situazione in cui vi trovate, ma lo diventerete se non fate nulla per cambiarla».
L’umanità non sarà giudicata soltanto per le atrocità che ha commesso, ma anche per quelle che avrebbe potuto fermare e ha preferito ignorare. Perché il male prospera quando qualcuno lo compie, ma trova terreno fertile quando tutti gli altri imparano a conviverci. E se non possiamo spegnere ogni guerra, possiamo almeno rifiutarci di spegnere la nostra coscienza.
Giuseppe Arnò
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