Ogni testa è Tribunale
Campata unica o appoggi intermedi? Il vero confronto non può fermarsi alle perplessità: servono calcoli, soluzioni e verifiche
Renzo Piano definisce la campata unica prevista per il Ponte sullo Stretto un’«utopia ingegneristica e un azzardo paesaggistico» e suggerisce, invece, di «appoggiarsi al mare». È un’opinione autorevole, naturalmente degna di attenzione. Ma proprio perché proviene da un grande architetto, merita di essere sottoposta alla verifica che ogni soluzione ingegneristica deve affrontare: quella dei numeri, dei calcoli e della concreta fattibilità.
La questione, infatti, non è stabilire quale idea sia più suggestiva, ma quale soluzione risponda meglio alle condizioni particolari dello Stretto: lunghezza della campata, sismicità dell’area, venti, correnti marine, fondali, manutenzione, durabilità e sicurezza della struttura.
Una campata unica elimina gli appoggi direttamente nello Stretto, ma impone una struttura di dimensioni e caratteristiche eccezionali. Una soluzione con appoggi intermedi potrebbe, almeno in linea teorica, ridurre alcune esigenze legate alla lunghezza della campata; nello stesso tempo, però, introdurrebbe nel problema altre variabili tutt’altro che secondarie: fondazioni in mare, interazione con i fondali, azioni sismiche e marine sugli appoggi, correnti, manutenzione e comportamento complessivo dell’opera.
È proprio qui che dovrebbe concentrarsi il confronto. Quale soluzione è tecnicamente più sicura? Quale più durevole? Quale più facilmente manutenibile? Quale presenta il miglior rapporto tra complessità, rischio e prestazioni? Sono domande alle quali non possono rispondere soltanto le impressioni, per quanto autorevoli.
Se dunque la campata unica è davvero un «azzardo», sarebbe interessante conoscere, oltre alla critica, un progetto alternativo concreto: con quali appoggi, quali fondazioni, quali dimensioni, quali materiali, quali calcoli strutturali e quali verifiche sismiche e aerodinamiche.
Perché è questo il punto: un’obiezione tecnica si può discutere; una soluzione tecnica si può calcolare e mettere alla prova.
La vecchia battuta secondo cui «quelli che possono, fanno; quelli che non possono criticano» può sembrare persino ingenerosa nei confronti di chi esprime legittime perplessità. Ma contiene una provocazione utile: nel campo dell’ingegneria, alla critica dovrebbe seguire, quando possibile, una proposta capace di sottoporsi alle medesime verifiche.
In fondo, criticare un progetto è facile; costruirne uno migliore è difficile. E proprio per questo il confronto più serio non dovrebbe essere fra opinioni, ma fra progetti, calcoli e risultati verificabili.
Giuseppe Arnò