Il giorno in cui il pensiero unico cominciò a fare acqua

C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d’antico: quando il buon senso torna a farsi sentire

«C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d’antico…»

Prendiamo in prestito da Giovanni Pascoli i primi versi de L’Aquilone. Non per arbitrio poetico, ma perché talvolta la poesia, con qualche decennio di anticipo, riesce a dire ciò che la cronaca si limita a suggerire.

E qualcosa, effettivamente, sembra muoversi.

Non siamo ancora alla demolizione del pensiero unico, intendiamoci. Sarebbe prematuro e, soprattutto, troppo comodo dirlo. Ma qualche crepa comincia a vedersi nel muro dell’omologazione culturale che, per anni, ha fatto passare per indiscutibili idee, parole d’ordine e comportamenti che avrebbero meritato, almeno, il beneficio del dubbio.

Una crepa, per esempio, si è aperta persino dentro il recinto del woke. Negli Stati Uniti, Alexandria Ocasio-Cortez ha definito «crazy» il cosiddetto Woke 1.0, dando vita a un dibattito sulla necessità di rivederne linguaggi e approcci. Non significa che il fenomeno sia scomparso, né che tutte le sue istanze siano state archiviate. Significa, più semplicemente, che perfino una parte di chi appartiene a quell’area avverte la necessità di fare i conti con gli eccessi della prima stagione.

E quando il dubbio entra nella stanza delle certezze, non è più facile mandarlo fuori.

Anche in Italia la parola “woke” ha cominciato a essere agitata nel dibattito politico, spesso mescolata al più familiare “politicamente corretto”. Il risultato, per ora, è piuttosto confuso: più che una vera analisi delle origini e degli sviluppi del fenomeno americano, sembra talvolta una disputa lessicale. Ma anche le dispute lessicali hanno una loro utilità: costringono almeno a discutere di ciò che, fino a ieri, sembrava sconveniente persino nominare.

E poi accade qualcosa di ancora più curioso.

Michele Santoro, certamente non sospettabile di simpatie per la destra, interviene sul caso Ranucci-Lavitola e usa parole durissime. Non perché si debba necessariamente condividere il suo giudizio, ma perché è significativo che una voce storicamente collocata a sinistra senta il bisogno di porre una questione di principio e di prendere le distanze da un comportamento che ritiene incompatibile con determinati valori. «Imperdonabile», ha detto Santoro, riferendosi al fatto che Ranucci non avrebbe preso le distanze da Lavitola dopo le sue ammissioni sull’attentato.

Ecco la novità, forse: non è più sufficiente appartenere alla parte giusta per essere automaticamente dalla parte della ragione.

Persino la cronaca giudiziaria, con tutte le cautele che una vicenda ancora in corso impone, sembra ricordarcelo. A Torino il Tribunale del Riesame ha accolto la richiesta della Procura disponendo il carcere per il commesso accusato di violenza sessuale nei confronti di una tredicenne. La decisione è motivata dai rischi individuati dai giudici; non è, naturalmente, una sentenza definitiva sulla responsabilità dell’imputato.

Il principio, però, dovrebbe essere semplice: tutela della vittima, garanzie dell’indagato e rispetto delle decisioni della magistratura. Senza tifoserie. Senza il bisogno di trasformare ogni fatto di cronaca in una battaglia ideologica.

Anche sul fronte internazionale qualcosa si muove, e questa volta non è una metafora.

Il 14 settembre un caccia italiano impegnato nella missione NATO ha abbattuto in Lituania un drone che le autorità hanno ritenuto collegato alla Russia; il velivolo trasportava esplosivo, mentre sull’origine esatta restavano ancora elementi da verificare.

Non è il momento delle semplificazioni propagandistiche. È, semmai, il momento della realtà: l’Europa orientale è esposta a una crescente pressione militare e ibrida e la NATO deve dimostrare, con i fatti, la capacità di proteggere il proprio spazio aereo.

Per una volta, insomma, non basta parlare di pace nei salotti mentre gli altri controllano i cieli.

E persino le buste paga portano qualche notizia meno sconfortante. A settembre sono previste 565 mila nuove entrate programmate dalle imprese italiane, secondo il Bollettino Excelsior di Unioncamere e Ministero del Lavoro.

Non è la soluzione alla questione salariale italiana, naturalmente. Ma almeno è un numero che non appartiene alla categoria delle catastrofi.

Poi arriva il Vaticano, con una decisione che possiede una curiosa dose di ironia storica.

Papa Leone XIV ha abrogato, dal primo settembre, le misure di contenimento salariale introdotte da Francesco durante la pandemia: tra queste, la riduzione del 10 per cento per i cardinali di Curia, dell’8 per cento per alcuni dirigenti e del 3 per cento per chierici e religiosi, oltre al blocco di alcuni scatti di anzianità.

La motivazione ufficiale è altrettanto semplice: quelle misure erano state adottate in un momento eccezionale e oggi possono essere superate, confidando nella sostenibilità economica delle istituzioni vaticane.

Insomma, anche il Vaticano scopre che le emergenze, qualche volta, finiscono.

Resta naturalmente una domanda terrena: se il sacrificio è stato necessario ieri, chi lo ha pagato davvero e chi, oggi, può permettersi di dimenticarlo?

Domanda impertinente, ma non illegittima.

E mentre si discute di stipendi, di privilegi e di trasparenza, torna inevitabilmente il tema della Rai. La stessa Rai prevede la pubblicazione dei compensi lordi dei dipendenti che superano determinate soglie, mentre il dibattito recente sui costi delle produzioni e sui compensi dei volti più noti ha riacceso la questione della trasparenza. Nel caso di Report, per esempio, le cifre diffuse dalla stampa sono state contestate dagli stessi interessati, che hanno sostenuto comprendessero anche costi di produzione e delle inchieste.

E qui torniamo al punto di partenza.

Per anni ci è stato raccontato, con una certa solennità, che alcune domande non erano eleganti, alcune opinioni non erano rispettabili, alcuni dubbi erano sospetti e alcune parole dovevano essere accuratamente pesate sulla bilancia dell’ortodossia.

Il risultato è stato paradossale: nel tentativo di costruire una società più sensibile, abbiamo rischiato di costruirne una più conformista.

Ma il conformismo ha un difetto strutturale: prima o poi diventa noioso.

E quando diventa noioso, la gente ricomincia a pensare.

Non necessariamente nella stessa direzione. Non necessariamente contro qualcuno. Semplicemente, pensa.

Forse è questa la cosa nuova nel sole.

Non il ritorno di una vecchia ideologia al posto di una nuova. Non la sostituzione di un pensiero unico con il suo esatto contrario. Sarebbe soltanto un cambio di padrone, non una conquista di libertà.

La vera novità sarebbe molto più antica: la possibilità di dire sì quando è sì, no quando è no e “non lo so” quando non lo sappiamo.

Sembra poco.

In tempi di certezze confezionate, è quasi una rivoluzione.

Seneca ci suggeriva di scegliere la speranza anche quando il timore trova argomenti per prevalere. E forse oggi possiamo permetterci una piccola speranza: che il cerchio dell’omologazione non sia ancora spezzato, ma abbia finalmente cominciato ad allentarsi.

Perché il pensiero libero non ha bisogno di un nuovo padrone.

Ha bisogno soltanto di tornare a respirare.

Giuseppe Arnò

*

Foto:  Canva remix

 

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