La durata non fa il buon governo

Se governare bene fosse una questione di longevità, la politica italiana avrebbe già meritato qualche medaglia olimpica

di Giuseppe Arnò

C’è un’opinione, attribuita al politologo Angelo Panebianco e ripresa dal collega Giorgio dell’Arti, che merita rispetto proprio come meritano rispetto tutte le opinioni: quello di essere ascoltate, valutate e, se necessario, anche contestate.

La tesi, in estrema sintesi, è suggestiva: i governi che durano poco potrebbero essere quelli che fanno gli interessi dei cittadini e proprio per questo finiscono per disturbare i grandi gruppi economici, i quali avrebbero interesse a provocar­ne la caduta. Al contrario, i governi destinati a durare più a lungo sarebbero quelli capaci di convivere con i poteri economici, ricevendone sostegno in cambio di politiche non necessariamente favorevoli al popolo.

Una costruzione logica interessante. Ma pur sempre una costruzione logica. Non una legge della fisica politica.

Perché, se la durata di un governo fosse la misura della sua bontà, l’Italia avrebbe davanti a sé un piccolo problema aritmetico.

Dal 1948 a oggi si sono succeduti 67 governi, guidati da 29 presidenti del Consiglio. In media, dunque, un esecutivo è rimasto in carica poco più di un anno. E qui si apre una domanda che, con tutto il rispetto per la teoria, qualche sorriso lo strappa: abbiamo avuto 67 buoni governi?

Evidentemente no.

Così come sarebbe altrettanto arbitrario sostenere il contrario: che ogni governo durato a lungo sia necessariamente cattivo perché, evidentemente, avrebbe trovato il modo di piacere ai poteri forti.

La politica, fortunatamente o sfortunatamente, è un po’ più complicata.

La durata di un governo può dipendere dalla sua capacità di governare, dalla solidità della maggioranza, dalle condizioni economiche e sociali, dalle emergenze internazionali, dagli equilibri parlamentari, dalla leadership del presidente del Consiglio e da molte altre circostanze. Può essere il risultato di una buona amministrazione, ma anche di un’abile gestione del potere. E, allo stesso modo, un governo può cadere dopo pochi mesi per essere stato incapace, oppure proprio perché ha incontrato ostacoli politici insormontabili.

Insomma, la durata misura il tempo. Non necessariamente la qualità.

Le eccezioni più evidenti, nella storia repubblicana recente, sono il governo Berlusconi che rimase in carica per un periodo particolarmente lungo e l’attuale governo Meloni, tuttora in funzione. Ma neppure la loro longevità consente, da sola, di emettere una sentenza sulla qualità delle rispettive azioni di governo.

Ed è qui che forse conviene tornare agli antichi, che avevano il fastidioso difetto di occuparsi della politica senza conoscere né i talk-show né i sondaggi.

Platone, parlando di chi assume responsabilità di governo, indicava due principi essenziali: occuparsi dell’utilità dei cittadini mettendo da parte il proprio interesse personale e avere cura dell’intero organismo dello Stato, senza privilegiare una parte a scapito delle altre.

È una concezione del governare assai più esigente della semplice durata.

Perché un governo non è buono perché resiste. E non è cattivo perché cade.

È buono, semmai, quando riesce a perseguire l’interesse generale; è cattivo quando lo sacrifica, indipendentemente da quanti mesi o quanti anni riesca a rimanere a Palazzo Chigi.

Altrimenti dovremmo concludere che la Prima Repubblica, con la sua interminabile girandola di governi, sia stata una straordinaria fabbrica di buoni esecutivi. E che ogni governo longevo abbia necessariamente qualcosa da nascondere.

Sarebbe una conclusione comoda. Forse persino elegante. Ma la storia, di solito, è meno accomodante delle teorie.

La saggezza antica ci suggerisce, in fondo, una regola molto semplice: non giudicare il governo dal tempo che impiega a restare in piedi, ma da ciò che riesce a fare mentre è in piedi.

Quanto alle opinioni, teniamole tutte nella dovuta considerazione. Anche quelle con cui non siamo d’accordo.

Poi, come insegnava lo spirito socratico, resta una cosa ancora più difficile: cercare di essere coerenti con ciò che pensiamo.

Perché nella politica, come nella vita, avere un’opinione è facile. Avere una ragione per sostenerla è già un’altra cosa.

*

Foto by Canva remix

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