Pochi uomini giocano alla guerra come fosse un torneo, mentre miliardi di persone imparano a convivere con paura, instabilità e portafogli sempre più vuoti. E nessuno sembra avere il coraggio di interrompere la partita.
«Se ci sono due o più modi di fare una cosa, e uno di questi modi può condurre a una catastrofe, allora qualcuno la farà in quel modo». È la celebre, e tutt’altro che rassicurante, legge di Murphy. Una battuta diventata filosofia, o forse una profezia, considerato il modo in cui il mondo sta organizzando il proprio futuro.
Il Medio Oriente ne offre una dimostrazione quasi esemplare. Da una parte e dall’altra si accumulano armi, alleanze, minacce, rappresaglie e strategie sempre più sofisticate. L’Ucraina non è da meno: anni di bombardamenti, morti e distruzioni hanno prodotto un risultato che ha qualcosa di surreale. Si combatte per vincere, ma lo stallo rimane il vero vincitore.
E allora viene spontanea una domanda, tanto semplice quanto imbarazzante: chi sta vincendo?
Le parti in causa, naturalmente, hanno tutte una risposta pronta. Ognuna esibisce successi, conquista obiettivi, celebra la propria resistenza e presenta l’avversario come prossimo alla sconfitta. È una curiosa forma di vittoria quella nella quale nessuno riesce a prevalere, ma tutti dichiarano di essere sulla strada giusta.
Forse sarebbe più onesto chiamarla con il suo nome: una sconfitta collettiva.
Perché le guerre moderne hanno ormai una singolare caratteristica. Non finiscono necessariamente quando qualcuno vince, ma quando tutti hanno consumato abbastanza uomini, denaro, infrastrutture e pazienza da rendere insostenibile continuare. Nel frattempo, però, la vita degli altri, quella della gente comune, diventa una variabile trascurabile.
È questa la parte più difficile da accettare.
Milioni di persone non vogliono la guerra. Non vogliono vivere con la paura di un missile, di un attacco, di una rappresaglia o di una nuova escalation. Non vogliono che il prezzo dell’energia aumenti, che l’economia rallenti, che i risparmi perdano valore o che il futuro dei propri figli dipenda dall’umore di qualche leader davanti a una mappa militare.
Eppure continuano a vivere come se tutto questo fosse inevitabile.
È qui che il paradosso diventa quasi comico, se non fosse tragico: pochi uomini decidono di giocare alla guerra e miliardi di persone pagano il biglietto d’ingresso.
Si parla continuamente di deterrenza, equilibrio strategico, interessi nazionali, sicurezza, nuovi armamenti e superiorità tecnologica. Espressioni solenni, certamente. Ma dietro queste formule ci sono persone che vorrebbero semplicemente andare al lavoro, accompagnare i figli a scuola, fare la spesa senza calcolare ogni centesimo e tornare a casa senza domandarsi quale sarà la prossima emergenza.
La guerra, invece, è diventata una presenza permanente. Cambiano i fronti, cambiano le armi, cambiano gli alleati, cambiano persino le parole utilizzate per raccontarla. Ma la sostanza rimane: l’umanità continua a prepararsi alla pace aumentando la capacità di distruggersi.
Una contraddizione che meriterebbe almeno qualche minuto di silenzio.
E non basta più osservare che «così va il mondo». È proprio questa rassegnazione ad essere diventata pericolosa. Ci siamo abituati all’eccezionale fino a considerarlo normale. Ci siamo abituati alle guerre, alle minacce, alle sanzioni, alle emergenze, alle crisi energetiche e ai vertici internazionali convocati per preparare il vertice successivo.
Nel frattempo, la paura diventa sistema e l’instabilità diventa metodo.
La gente lo sa. Lo percepisce. Se ne lamenta. Ma raramente trova la forza di dire che forse è arrivato il momento di cambiare gioco.
Non occorre essere pacifisti per capire che una guerra senza vincitori è un fallimento. Non occorre essere strateghi per comprendere che un equilibrio fondato sulla paura rimane, per definizione, un equilibrio precario. E non occorre essere filosofi per domandarsi quanto a lungo una civiltà possa considerare normale vivere sotto la minaccia permanente della catastrofe.
Forse il problema non è soltanto chi preme il grilletto.
Forse il problema è anche chi, dall’altra parte del mondo, ha smesso di chiedersi perché dovrebbe essere costretto a vivere così.
Edward Murphy, almeno, aveva l’alibi dell’ironia. Noi rischiamo di non averne nemmeno quello.
Perché se davvero esistono sempre più modi per evitare una catastrofe e continuiamo ostinatamente a scegliere quello che ci avvicina ad essa, allora non è più soltanto la legge di Murphy a governare il mondo.
È la nostra rassegnazione.
E questa, forse, è la guerra più difficile da vincere.
Giuseppe Arnò
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