Si spendono milioni con la leggerezza di chi non ha mai dovuto contare gli spiccioli. La povertà viene raccontata, studiata e amministrata da chi non l’ha mai conosciuta. Forse è proprio qui che falliscono molte politiche sociali.
La cronaca offre talvolta spunti che valgono più di un editoriale. In Francia si discute dei 27 milioni di euro necessari per la visita di Papa Leone XIV. Una cifra considerevole, certo. Ma il dato, in sé, conta meno della domanda che inevitabilmente suscita: quanto vale una priorità?
Con la stessa somma, secondo diverse stime logistiche, si potrebbe garantire un anno di pasti completi a decine di migliaia di persone indigenti. Un semplice esercizio aritmetico, nulla di più. Ogni commento, naturalmente, è superfluo.
Il punto, però, non è la visita del Pontefice. Domani potrebbero essere un vertice internazionale, una campagna elettorale, un nuovo palazzo istituzionale o l’ennesima opera pubblica destinata a costare il doppio del previsto. Cambiano i protagonisti; il copione resta lo stesso.
Spendere il denaro altrui è forse l’unica attività nella quale l’umanità sembra aver raggiunto la perfezione. Dick Armey osservava, con un sarcasmo difficile da smentire, che a spendere i soldi degli altri sono soprattutto tre categorie: bambini, ladri e politici. Tutti e tre, diceva, hanno bisogno di essere controllati.
L’Europa continua a predicare prudenza finanziaria mentre distribuisce risorse con la disinvoltura di chi ogni mattina vince una lotteria. L’Italia, dal canto suo, conserva un primato poco invidiabile: non soltanto stipendi parlamentari tra i più elevati del continente, ma anche il maggiore divario tra la retribuzione media degli eletti e quella dei cittadini che li mantengono. Non è soltanto una distanza economica. È una distanza umana.
Non a caso Napoli ci ha regalato uno dei proverbi più intelligenti mai coniati: «Il sazio non crede al digiuno.»
Non è un proverbio. È una legge sociale.
Chi non ha mai dovuto scegliere se pagare una bolletta o riempire il frigorifero difficilmente comprenderà chi quella scelta la affronta ogni mese. Ecco perché tante riforme nascono con le migliori intenzioni e si spengono al primo contatto con la realtà. La povertà viene studiata, classificata, regolamentata. Raramente capita.
Da qui nasce una provocazione che, forse, non è così assurda come sembra.
Se gli scioperi fossero guidati da un operaio sottopagato anziché da un professionista del sindacato? Se le politiche economiche venissero elaborate da chi ha conosciuto davvero la precarietà? Se economisti, ministri e consulenti avessero trascorso almeno un anno vivendo con il reddito di chi pretendono di rappresentare?
Può sembrare una boutade alla Trilussa. Ma spesso le idee più sensate cominciano proprio come battute.
Perché la fame non si comprende leggendo statistiche, e la povertà non si governa dal salotto di un ministero. La si conosce soltanto quando bussa alla propria porta.
Il povero continua a eleggere chi gli promette il pane. Il sazio continua a spiegargli come si sopporta la fame.
Giuseppe Arnò
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Foto: archivio di redazione