Il Giustiziere della Notte

Quando la giustizia arriva tardi, la fantasia corre più veloce del Codice

Schegge di Montanelli

L’ultima scarcerazione che ha indignato il Paese non è soltanto una notizia di cronaca. È il sintomo di un malessere più profondo: quello di un’opinione pubblica che fatica sempre più a distinguere tra ciò che è giuridicamente corretto e ciò che appare umanamente incomprensibile.

In punto di diritto si discuterà di ricorsi, interpretazioni e garanzie. Tutto legittimo. Ma in punto di realtà resta una domanda che rimbalza da una casa all’altra: possibile che chi è accusato di un reato tanto odioso torni libero dopo appena quarantotto ore, mentre la vittima resta prigioniera della paura?

Le forze dell’ordine arrestano. I magistrati decidono secondo la legge. La politica promette riforme da una legislatura all’altra. Nel frattempo, il cittadino assiste allo spettacolo con l’impressione che l’unico detenuto permanente sia il buon senso.

E allora riaffiora un vecchio film del 1974: Il giustiziere della notte. Charles Bronson interpretava un uomo che, dopo aver perso fiducia nello Stato, decideva di sostituirsi ad esso. Era cinema, naturalmente. Ma ogni volta che la giustizia viene percepita come impotente, il botteghino dell’immaginazione registra il tutto esaurito.

Naturalmente nessuno auspica il ritorno della legge della pistola. Ci mancherebbe. Sarebbe il certificato di fallimento dello Stato di diritto.

Però una domanda resta, ostinata come una goccia cinese: se lo Stato non riesce a convincere i cittadini che la giustizia esiste davvero, quanto tempo passerà prima che qualcuno ricominci a cercarla al cinema?

Per fortuna “Il Giustiziere della notte” resta un film. Per sfortuna, c’è chi comincia a considerarlo un documentario sulle aspettative degli italiani.

Giuseppe Arnò

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Licenza: CC0 Dominio pubblico

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