Tra promesse ricorrenti e delusioni croniche cresce una domanda sempre più diffusa: nelle condizioni attuali il voto è ancora uno strumento di cambiamento o soltanto un rito che legittima decisioni già prese?
di Giuseppe Arnò
La domanda è semplice: il voto degli italiani serve ancora?
Se si parla del voto religioso, la risposta è sì. È una promessa solenne fatta a Dio, un impegno che vincola la coscienza di chi lo pronuncia. Così osservava Nicodemo durante la recente agorà del sabato sera nella piazzetta cittadina, dedicata proprio alla pratica del voto.
Ben diversa è la questione quando si passa dall’altare alle urne.
«Ma a che serve votare?», domanda Yiannis con il sorriso ironico di chi sospetta già la risposta. Il voto avrebbe forse un senso pieno solo se comprendesse anche il diritto di veto. Perché, nella pratica, troppo spesso si vota non per qualcuno, ma contro qualcun altro.
In teoria il voto è lo strumento con cui una comunità decide al termine di un confronto democratico. In pratica è diventato, per molti, il semplice atto conclusivo di campagne elettorali costruite su promesse destinate a consumarsi il giorno dopo lo scrutinio.
È celebre una frase, attribuita senza certezza a Mark Twain:
«Se votare servisse davvero a qualcosa, non ce lo farebbero fare.»
Autentica o meno, fotografa un sentimento sempre più diffuso.
L’astensionismo cresce a ogni consultazione. Non è soltanto disinteresse: è sfiducia. Molti cittadini sono convinti che il voto d’opinione finisca per soccombere al voto di scambio, al clientelismo, agli interessi di parte. E quando il consenso si compra o si distribuisce come una merce, la democrazia perde credibilità.
Dal tramonto della Prima Repubblica sono cambiati partiti, simboli e leader, ma le promesse sembrano rimaste le stesse. Ogni legislatura ricomincia da capo, come se quella precedente non fosse mai esistita.
Il Belice, a oltre mezzo secolo dal terremoto, e Amatrice ricordano quanto facilmente gli impegni solenni svaniscano. Viene spontaneo il monito virgiliano: Ab uno disce omnes.
Qualcuno, al termine dell’agorà, cita Carl William Brown:
«Voi votate un partito e questo vi frega; allora ne votate un altro e questo vi frega; ritornate al primo e questo vi frega ancora. Questa è la vera democrazia: essere liberi di scegliere chi vi frega.»
La battuta fa sorridere, ma lascia un retrogusto amaro.
“Il voto resta il fondamento della democrazia. Ma senza responsabilità degli eletti diventa un rito. E i riti, da soli, non cambiano la realtà.”
Per dirla alla Montanelli: «Il problema non è che gli italiani votino troppo poco. È che, troppo spesso, dopo aver votato, cambia troppo poco da giustificare la fatica di tornare alle urne.»
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