Applausi e fischi

«Applausi, mescolati con fischi e sibili, è tutto quello che l’elettore medio è in grado – o disposto – a fare per contribuire alla vita pubblica». Lo scriveva Elmer Davis con quella punta d’ironia che rende le verità meno indigeste.

Perché c’è fischio e fischio; applauso e applauso; e poi c’è l’applauso che si traveste da fischio e il fischio che sogna di diventare applauso. Dissentire è più faticoso che assentire. Per dissentire bisognerebbe anche avere un’idea alternativa; per applaudire basta avere due mani. O, nei casi più moderni, una sola, purché libera dallo smartphone.

Il fischio, quando è nobile, dovrebbe essere il preludio di una critica costruttiva, non un semplice esercizio di ginnastica per le corde vocali. L’applauso, invece, è il consenso nella sua forma più elegante: un gesto che, nel tempo, è passato dall’emozione spontanea al linguaggio codificato della politica e dello spettacolo.

Esiste però un tertium datur: il curioso miscuglio di fischi e applausi. Nei teatri succede spesso. Si applaude il tenore e si fischia il regista; oppure si applaude talmente forte da sembrare un bombardamento e si fischia con tale convinzione da far credere di chiedere il bis. Le platee sono creature misteriose.

Questa premessa si rende necessaria per affrontare il caso del giorno.

Una mia affezionata lettrice mi invia un messaggio vocale con l’enfasi della celebre «Hanno ammazzato compare Turiddu!»: «La Meloni è stata fischiata a Bari; Mattarella applaudito. Le elezioni…».

Ho ascoltato la notizia con rispetto, ma soprattutto con prudenza. Perché il problema, oggi, non è sapere che qualcuno ha fischiato. Il problema è capire perché.

Viviamo nell’epoca in cui il fischio viene immediatamente catalogato come certificato notarile di disfatta politica. Ma il fischio è un animale assai meno disciplinato. Fischia l’arbitro, fischia il vento, fischia il treno, fischia il bollitore, fischia il sasso quando rotola abbastanza in fretta. Esiste perfino il Fischiatore pigro, che trasformò il fischio in una melodia. Perché mai dovrebbe essere semplice quello rivolto a un presidente del Consiglio?

Del resto, Bari è una città generosa. Accoglie tutti: santi, peccatori, pellegrini e politici. E ai politici riserva il trattamento più democratico che esista: prima li ascolta, poi decide se battere le mani o storcere le labbra.

Naturalmente, il tifo politico ha già emesso la sentenza. Per alcuni quei fischi rappresentano il tramonto del governo; per altri erano quattro contestatori amplificati dall’acustica del lungomare. La verità, come spesso accade, probabilmente se ne stava seduta in un angolo, infastidita dal frastuono.

A me, invece, è venuto un dubbio quasi irriverente. E se quei fischi non fossero stati una bocciatura, ma una richiesta di replica? In teatro il pubblico insiste così quando vuole il bis. Magari gli spettatori baresi, soddisfatti della performance, reclamavano un secondo tempo. La politica, ormai, ha preso così tanto dal mondo dello spettacolo che non sarebbe neppure un’ipotesi assurda.

In fondo, come osservava con disarmante sincerità Zac Efron: «Come possiamo spiegare qualcosa che non sappiamo nemmeno noi?».

Ecco perché diffido sempre delle cronache scritte con il cronometro in mano. Un applauso può essere ironico; un fischio può essere affettuoso; il silenzio, invece, è quasi sempre una condanna. Ma quello non fa notizia. Il silenzio non riempie i titoli, non alimenta i talk show e non offre materia ai professionisti dell’indignazione.

Per fortuna, in Italia, continuiamo ad avere un patrimonio inesauribile: riusciamo ancora a trasformare qualsiasi rumore in un sondaggio.

In questo Paese non si contano più i voti: si misurano i decibel.

Giuseppe Arnò

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Foto by Canva mix

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