Tra l’umiltà di Socrate e l’arroganza dell’ignoranza, la politica continua a confondere il consenso con il governo e la propaganda con la visione.
«Chi sa non parla, chi parla non sa». «So di non sapere» (Scio me nescire).
Attenzione: non si tratta delle regole del codice omertoso delle varie ‘ndrine, in Italia e non solo, ma di due altissimi concetti filosofici. Il primo rimanda al Tao Te Ching; il secondo è il celebre paradosso socratico.
La psicologia moderna, del resto, ha dato veste scientifica a un’intuizione antica. L’effetto Dunning-Kruger dimostra come chi possiede conoscenze limitate tenda a sopravvalutare le proprie capacità, mentre chi padroneggia davvero una materia sia più incline a riconoscere i propri limiti. È il paradosso dell’intelligenza: più si conosce, più si avverte quanto resta ancora da conoscere.
«So di non sapere» non è dunque una resa, ma il punto di partenza della ricerca. Socrate ne fece il fondamento del suo pensiero: la consapevolezza dell’ignoranza è il motore del desiderio di apprendere e della ricerca della verità.
Sono reminiscenze liceali, di quelle che restano scolpite nella memoria e riaffiorano puntualmente quando la realtà sembra citarle parola per parola. E difficilmente avrebbero potuto trovare occasione più propizia dell’attuale panorama politico.
Dario Fo osservava con la sua consueta ironia: «Come esistono oratori balbuzienti, umoristi tristi, parrucchieri calvi, potrebbero esistere benissimo anche dei politici onesti». Ci permettiamo di aggiungere un aggettivo: capaci.
Più corrosivo Marco Travaglio: «All’estero, quando un politico è coinvolto in un reato, sparisce lui. In Italia sparisce il reato, il processo e, a volte, anche il magistrato».
Il bersaglio, naturalmente, è la politica. Quella che oggi, soprattutto a livello locale ed europeo, sembra aver smarrito la bussola proprio mentre la tempesta infuria. Si cambia il lessico, si rinnovano gli slogan, si sostituiscono i protagonisti, ma il copione resta immutato. Valeriu Butulescu lo sintetizzò con una battuta fulminante: «Altri pastori, altri cani, le stesse pecore».
Il vero morbo della politica contemporanea è l’ossessione del consenso. Ogni scelta viene calibrata sul sondaggio della settimana, ogni decisione subordinata al prossimo appuntamento elettorale. Si governa guardando lo specchietto retrovisore, mai l’orizzonte. La comunicazione prevale sull’amministrazione, l’annuncio sull’azione, l’immagine sulla sostanza.
Così si perde la capacità di affrontare le grandi questioni che richiederebbero coraggio, lungimiranza e perfino una certa dose d’impopolarità. Le nuove generazioni diventano una formula retorica buona per i convegni, non il metro con cui misurare le politiche pubbliche. Del domani si parla molto; a costruirlo, quasi nessuno pensa.
Poveri noi. Povera Europa.
Nemmeno la maieutica socratica sembra poterci soccorrere. Quel metodo che invita ciascuno a cercare dentro di sé la verità attraverso la ragione presuppone infatti che una verità esista e che qualcuno abbia ancora il desiderio di cercarla. Oggi, invece, prevale la convinzione di possederla già, magari certificata da un algoritmo o da un sondaggio.
In un simile deserto culturale e politico, non resta che rifugiarsi nell’auspicio di Vittorio Alfieri: «Giorno verrà, tornerà il giorno…».
Per fortuna, almeno lo sport continua a regalarci motivi d’orgoglio. Mentre la politica arranca fra tatticismi e calcoli elettorali, gli atleti italiani dimostrano che il talento, il sacrificio e il merito esistono ancora. La splendida doppietta nella maratona di marcia con Massimo Stano e Francesco Fortunato, l’oro di Gianmarco Tamberi nel salto in alto, il bronzo di Matteo Sioli, il terzo posto di Eseosa Desalu nei 200 metri e le altre medaglie conquistate agli Europei raccontano un Paese che, quando premia competenza e impegno invece della propaganda, sa ancora vincere.
Forse è proprio questa la differenza tra sport e politica. Nello sport il cronometro e la misura non mentono: il migliore sale sul podio. In politica, troppo spesso, sale sul podio chi parla di più. E così torna inevitabilmente alla mente quell’antica massima: chi sa non parla, chi parla non sa.
Giuseppe Arnò
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Foto, autore Eric Gaba – utente Wikimedia Commons: Sting