Sul podio per meriti e non per equilibri negoziati

Ci salva almeno lo sport

di Giuseppe Arnò

Almeno lo sport non produce politica, ma campioni. E già questa, di questi tempi, è una notizia confortante. Parliamo delle imprese sportive e dei primati che, nonostante l’afa e il generale torpore estivo, continuano a piovere sull’Italia con una regolarità che la politica conosce soltanto quando si tratta di litigare. Che poi quest’ultima riesca a insinuarsi anche nelle strutture e nell’amministrazione dello sport è tutta un’altra storia. Purtroppo, una storia fin troppo nota.

Da sempre allo sport viene attribuita un’importanza enorme. Non solo perché educa, forma il carattere e insegna il rispetto delle regole, ma anche perché, secondo alcuni, distrae il popolo dalle questioni serie. Il drammaturgo austriaco Thomas Bernhard, ne L’origine (1975), sosteneva senza mezzi termini che lo sport «intrattiene, obnubila e rimbecillisce le masse».

Con il dovuto rispetto per il suo genio letterario, ci permettiamo una garbata obiezione. Se le masse appaiono talvolta rimbecillite, il merito difficilmente appartiene allo sport. Semmai, alla malapolitica che dello sport ama soprattutto i corridoi, le poltrone e le fotografie sul podio. Nomine, correnti, votazioni, bilanci, ricorsi, scandali: basta togliere la tuta e indossare la giacca per ritrovarsi immediatamente in un congresso di partito.

Larry Brown osservava che «lo sport appartiene ai giocatori; i tecnici sono soltanto un inevitabile contorno». Verrebbe da aggiungere che i politici costituiscono il contorno del contorno: presenza inevitabile, ma raramente decisiva. Come il prezzemolo, finiscono dappertutto; con la differenza che il prezzemolo, almeno, qualche volta migliora il sapore.

Eppure bisogna riconoscere allo sport un merito quasi miracoloso. Per qualche ora riesce persino a mettere in pausa la politica. Quando un atleta italiano conquista un titolo o stabilisce un primato, le polemiche si acquietano, gli avversari sospendono le schermaglie verbali e tutti, almeno per un istante, si scoprono sinceramente patriotti. Un piccolo prodigio destinato a durare lo spazio di una premiazione, prima che ricomincino conferenze stampa, distinguo e reciproche accuse.

Naturalmente non manca mai chi, con encomiabile prontezza, tenta di salire sul carro del vincitore. C’è sempre qualcuno disposto a suggerire che quel successo sia anche il frutto di lungimiranti politiche sportive, di investimenti strategici o, perché no, di una felice congiunzione astrale favorita dal ministero competente. Ancora un piccolo sforzo e finiranno per attribuire al Governo anche il record mondiale nei cento metri.

A questo proposito torna alla mente Noam Chomsky che, in Capire il potere (2002), osservava: «Nella nostra società abbiamo cose sulle quali potremmo usare la nostra intelligenza, come la politica, ma in realtà la gente non vi si può impegnare molto seriamente, perciò si dedica a cose come lo sport.»

Forse aveva ragione solo a metà. Lo sport non rappresenta una fuga dalla realtà, bensì una delle poche realtà nelle quali il cronometro non vota, il traguardo non appartiene a una corrente e la vittoria non si conquista con un emendamento. Sul campo contano il talento, il sacrificio e il merito. Concetti quasi rivoluzionari, se confrontati con certe dinamiche della vita pubblica.

E così, mentre la politica continua a correre in tondo come un maratoneta sul tapis roulant, lo sport corre davvero. Vince, perde, si rialza e riparte. Senza proclami, senza maggioranze variabili e senza bisogno di commissioni d’inchiesta.

Forse è proprio questo il suo fascino: ricordarci che, almeno in qualche angolo del Paese, esiste ancora un podio sul quale si sale per meriti conquistati e non per equilibri negoziati. Se poi qualcuno, dal palco delle autorità, vorrà applaudire il campione come se fosse una vittoria personale, lasciamoglielo fare. In fondo, anche l’autocelebrazione è uno sport. Solo che, purtroppo, non è ancora disciplina olimpica.

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Foto by Canva remix

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