Da dieci anni si parla di emergenza. Ma ciò che si ripete puntualmente non è un’emergenza: è una politica. E finché l’Europa continuerà a litigare, l’unico confine davvero spalancato resterà quello dell’inconcludenza.
«Succede sempre qualcosa di meraviglioso», titolava Gianluca Gotto.
Già. Ma, a giudicare dalle cronache, il luogo dove i miracoli continuano a verificarsi è l’Europa. Non perché risolva i problemi. Perché riesce puntualmente a complicarli.
Le espulsioni «si faranno», assicura il governo italiano. Antonio Tajani invoca «equilibrio» sulle Ong e replica gelidamente a Pedro Sánchez: «L’Italia non agisce per motivi elettorali. Forse la Spagna sì». Nel frattempo prende corpo un asse tra Roma e Copenaghen. Mette Frederiksen, premier socialista danese, si dichiara convinta sostenitrice dei controlli alle frontiere e prende le distanze dalla linea spagnola.
Traduzione.
Ambasciatori convocati. Dichiarazioni piccate. Schermaglie diplomatiche. Rapporti incrinati. Consigli europei trasformati in ring. Conferenze stampa dove tutti parlano e nessuno decide.
Insomma, il solito spettacolo.
Eppure la domanda è banale.
Com’è possibile continuare a definire «emergenza» ciò che accade con matematica puntualità da oltre dieci anni?
Le emergenze sono imprevedibili. Questa, invece, arriva all’ora stabilita. Cambiano i governi, cambiano i ministri, cambiano gli slogan. L’emergenza resta. Quando un fenomeno si ripete con questa regolarità non è più una contingenza: è il risultato di decisioni politiche, oppure della sistematica rinuncia a prenderle.
È qui che il racconto ufficiale comincia a fare acqua.
La sinistra continua a considerare qualsiasi richiesta di controllo come una resa ai populismi. La destra, al contrario, presenta ogni stretta come la soluzione definitiva. Gli uni spalancano il portone in nome dei diritti universali; gli altri lo sprangano lasciando appena qualche spiraglio… naturalmente munito di zanzariera europea certificata.
La caricatura è voluta. Perché caricaturale è diventato il dibattito.
Da una parte il respingimento elevato a religione civile. Dall’altra l’accoglienza trasformata in dogma morale. Nel mezzo, cioè dove normalmente dovrebbe abitare la politica, regna un deserto.
Nel frattempo il mondo è cambiato.
Evocare continuamente l’emigrazione italiana degli anni Cinquanta significa usare la storia come un alibi.
Gli italiani partivano perché richiesti. Avevano un contratto, una destinazione, un lavoro. Scendevano nelle miniere di Marcinelle rischiando la vita, non per rivendicare privilegi, ma per conquistarsi una dignità. Nessuno pretendeva che il Paese ospitante cambiasse lingua, usanze o regole. L’integrazione non era uno slogan: era una necessità.
Oggi i fenomeni migratori hanno dimensioni, motivazioni e implicazioni completamente diverse. Far finta che nulla sia mutato significa rifiutarsi di osservare la realtà. E la realtà, prima o poi, presenta il conto.
Il vero convitato di pietra, però, resta sempre lui: la politica.
Quella nazionale vive di campagne elettorali permanenti. Quella europea vive di compromessi permanenti. La prima usa l’immigrazione per vincere le elezioni. La seconda la utilizza per rinviare le decisioni.
Alla fine, tutti trovano qualcosa da guadagnare. Tranne i cittadini europei.
L’immigrazione non dovrebbe essere né un manifesto ideologico né un’arma propagandistica. È un problema complesso, che riguarda sicurezza, lavoro, demografia, diritti, integrazione, cooperazione internazionale e legalità. Ridurlo a una gara tra anime belle e sceriffi da comizio significa insultare l’intelligenza degli elettori.
Perfino la giustizia europea farebbe bene a ricordare che il suo compito è applicare il diritto, non sostituirsi alla politica. Ulpiano lo aveva spiegato quasi duemila anni fa con una chiarezza che oggi sembra rivoluzionaria: honeste vivere, alterum non laedere, suum cuique tribuere. Vivere onestamente, non ledere gli altri, dare a ciascuno il suo. Non è molto. Ma sarebbe già un buon inizio.
La politica è una brutta bestia.
Non perché lo sia per natura. Perché ha imparato che alimentare i problemi rende più del risolverli.
L’Europa, se vuole ancora meritare questo nome, smetta di mettere in scena il teatro delle dichiarazioni indignate e dei vertici inconcludenti. Governi il fenomeno, stabilisca regole comuni, le faccia rispettare e le difenda con una sola voce.
Perché il vero confine che oggi appare spalancato non è quello geografico.
È quello tra la responsabilità e l’irresponsabilità.
E quando una civiltà smette di distinguerle, il rischio non è soltanto perdere il controllo dell’immigrazione. È perdere il controllo di sé stessa.
L’Europa discute di immigrazione da oltre dieci anni. Dunque non è un’emergenza. È un metodo.
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Di Giuseppe Arnò