“Non sono le notizie che fanno il giornale, ma il giornale che fa le notizie.” Umberto Eco

La stampa dovrebbe raccontare i fatti. Peccato che, prima di arrivare al lettore, i fatti debbano attraversare titoli, redazioni, opinioni, ideologie e qualche indispensabile aggettivo. Così la verità, quando finalmente arriva, spesso non si riconosce più.

di Giuseppe Arnò

La verità è una signora piuttosto permalosa. Non ama essere tirata per la giacca, non gradisce che le si mettano parole in bocca e, soprattutto, detesta essere costretta a stare tutta intera dentro un titolo di nove colonne.

Eppure, ogni mattina, la stampa ci prova.

Lorenzo Milani poneva una domanda che, ancora oggi, conserva una fastidiosa attualità: quale giornale nasce davvero per informare e quale, invece, per influenzare il lettore in una determinata direzione?

È una domanda scomoda. E le domande scomode, si sa, hanno sempre avuto vita difficile nei giornali. Sono molto più fortunate quelle che consentono una risposta già pronta.

La teoria vorrebbe che il giornalista raccontasse i fatti e lasciasse al lettore il compito di giudicarli. La pratica, qualche volta, funziona diversamente: il fatto entra dalla porta della redazione, viene accolto dal titolo, interrogato dal caporedattore, sottoposto all’editorialista, vestito con un aggettivo e finalmente accompagnato in prima pagina.

A quel punto è diventato un’opinione.

E magari nemmeno tanto male.

Napoleone Bonaparte, che di potere se ne intendeva, sosteneva di temere più tre giornali ostili che mille baionette.

Aveva capito tutto.

La baionetta, almeno, si vede arrivare. Il giornale invece si presenta al mattino con l’aria innocente di chi porta le notizie e finisce per portare, insieme alle notizie, anche il modo in cui dovremmo pensarle.

È il grande miracolo della carta stampata: non basta raccontare ciò che è successo; bisogna anche spiegare al lettore come dovrebbe sentirsi mentre lo legge.

E qui entra in scena il titolo.

Lyndon B. Johnson scherzava dicendo che, se una mattina avesse camminato sulle acque del Potomac, i giornali del giorno seguente avrebbero titolato:

“IL PRESIDENTE NON SA NUOTARE”.

Una battuta, certo. Ma anche una piccola lezione di giornalismo.

Perché il fatto che un uomo cammini sulle acque dovrebbe essere una notizia straordinaria. Ma se il giornale decide di raccontarla come una dimostrazione della sua incapacità natatoria, il miracolo è già finito.

Il lettore, intanto, compra il giornale e pensa di aver comprato la realtà.

Arthur Miller immaginava il buon giornale come una nazione che parla a se stessa, che si guarda allo specchio e si racconta.

Immagine bellissima.

Peccato che, qualche volta, lo specchio sia deformante.

E così la nazione si guarda e scopre di essere molto più bella, molto più brutta, molto più intelligente o molto più stupida di quanto non fosse cinque minuti prima.

Dipende dal giornale.

Borges osservava, con quella sua raffinata ironia, quanto il carattere tipografico possa trasformarsi in una certificazione di verità. Se una notizia viene stampata a caratteri enormi, molti finiranno per considerarla vera.

È un fenomeno curioso: più grande è il titolo, più piccola diventa la voglia di verificarlo.

Il lettore legge:

“SCANDALO!”

e non si domanda più quale sia lo scandalo.

Legge:

“È BUFERA!”

e cerca immediatamente il cappotto.

Legge:

“CLAMOROSO!”

e si sente quasi in dovere di rimanere scandalizzato.

Il punto esclamativo, ormai, sembra avere sostituito il punto interrogativo.

Eppure Giovanni Floris ci ricorda una distinzione interessante: il giornalista può essere fazioso, il giornalismo no.

Verissimo.

Solo che il giornalismo, poveretto, è fatto di giornalisti. E sono i giornalisti a decidere quali fatti meritino una pagina, quali un trafiletto e quali, più semplicemente, il cestino.

Il silenzio, in fondo, è una delle forme più eleganti della censura: non bisogna dire che una cosa è falsa. Basta non parlarne.

Umberto Eco, con la consueta cattiveria intellettuale, arrivava persino a sostenere che i giornali non siano fatti per diffondere le notizie, ma per coprirle.

A questo punto il lettore avrebbe tutto il diritto di domandarsi perché continui a comprarli.

Forse per abitudine.

Forse per nostalgia.

O forse perché, nonostante tutto, un buon giornale continua a essere una delle poche cose capaci di farci discutere con qualcuno che non la pensa come noi.

E non è poco.

Il problema non è che i giornali abbiano un’opinione. Il problema nasce quando l’opinione si traveste da fatto e il fatto viene trattato come opinione.

È allora che la verità comincia a sudare.

E in questa estate che sembra avere dichiarato guerra al termometro, non è proprio il caso di farla soffrire ulteriormente.

Forse sarebbe meglio tornare all’antica agorà. Dopo cena, quando il sole finalmente si decide a tramontare, ci si siede in piazza e si discute.

Uno dice la sua.

L’altro lo contraddice.

Il terzo sostiene di avere ragione.

Il quarto, naturalmente, ha un cugino che conosce personalmente chi era presente ai fatti.

Alla fine nessuno convince nessuno.

Ma almeno si è parlato.

E magari, fra una discussione e l’altra, qualcuno ricorderà Confucio: abbiamo due vite, e la seconda comincia quando ci accorgiamo che ne abbiamo una sola.

Una riflessione che, in fondo, suggerisce una soluzione assai ragionevole.

Non vale la pena consumare l’unica vita che abbiamo litigando per stabilire quale giornale possieda la verità assoluta.

Leggiamone magari due o tre.

Confrontiamoli.

Dubitiamo.

Pensiamo.

E, soprattutto, conserviamo il diritto di dire: “Non lo so.”

È una frase poco utilizzata, perché non fa vendere copie, non procura applausi e non permette di impartire lezioni al prossimo.

Ma è spesso il punto esatto dal quale comincia la ricerca della verità.

Il resto è stampa.

E la stampa, come tutte le cose umane, ha il grande difetto di essere fatta da uomini.

Quindi, se proprio dobbiamo scegliere tra una verità incerta e una certezza ben stampata, scegliamo la prima.

E poi andiamo a prendere un sorbetto al limone.

Fa meno rumore, non pretende di convincere nessuno e, almeno lui, quando si scioglie non lascia dubbi su dove sia finita la sostanza.

Montanelli, da qualche tavolino più in là, probabilmente avrebbe osservato la scena con quel sorriso che conosciamo.

Avrebbe lasciato che gli altri discutessero animatamente sulla verità.

Poi avrebbe assaggiato il sorbetto, guardato il termometro e concluso:

“Signori, sulla verità possiamo ancora discutere. Sul caldo, purtroppo, abbiamo le prove.”

 

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Foto: By Canva remix

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