Di male in peggio? Adesso anche i virus li scrive l’Intelligenza Artificiale
La scienza ha fatto un altro miracolo. Speriamo soltanto che l’uomo non faccia, come spesso gli capita, il miracolo di rovinarlo. Perché il virus più pericoloso non è ancora quello costruito in laboratorio: è quello che abbiamo nella testa.
di Giuseppe Arnò
C’è una notizia che, letta con attenzione, dovrebbe produrre due reazioni contemporaneamente: ammirazione e una certa voglia di guardarsi intorno per vedere se esiste ancora una via di fuga.
Un gruppo di scienziati della Stanford University ha utilizzato l’intelligenza artificiale per progettare virus sintetici capaci di infettare e uccidere Escherichia coli. La ricerca, pubblicata su Science, apre una frontiera importante nella biologia: l’IA entra direttamente nella progettazione di genomi virali nuovi.
La prima reazione è quella giusta: straordinario.
La seconda è quella prudente: straordinario… ma chi ha dato le chiavi?
Perché la stessa tecnologia che domani potrebbe aiutarci a combattere infezioni batteriche potrebbe, nelle mani sbagliate, diventare uno strumento per costruire qualcosa di molto meno benefico di una terapia.
È il vecchio problema del progresso: la scienza corre. La prudenza, generalmente, prende l’autobus.
Secondo Axios, il timore è che questa capacità possa contribuire, in futuro, a rendere possibile la progettazione rapidissima di agenti patogeni, mettendo in difficoltà sistemi di controllo e sorveglianza che procedono a una velocità decisamente più umana. E cioè: lentamente.
Non siamo, sia chiaro, davanti all’apocalisse.
Non c’è nessun virus killer che sta per uscire da un computer e presentarsi alla frontiera con il passaporto in mano.
Ma una porta si è aperta.
E quando l’uomo apre una porta, prima o poi c’è sempre qualcuno che vuole vedere cosa c’è dietro.
La scoperta, insomma, è una magnifica notizia per la medicina e una potenziale cattiva notizia per l’umanità.
Dipende dall’uso.
Il che, a ben vedere, è il problema di quasi tutte le grandi invenzioni.
La fissione nucleare poteva produrre energia.
Abbiamo prodotto anche la bomba atomica.
Internet doveva diffondere la conoscenza.
Abbiamo inventato i commenti sui social.
L’intelligenza artificiale dovrebbe aiutarci a ragionare.
E adesso le facciamo progettare virus.
Qualcuno potrebbe obiettare che non è esattamente la stessa cosa.
Giustissimo.
La differenza è che almeno la bomba atomica non aveva un account social.
Il punto vero, però, non è la tecnologia.
È l’uomo.
La tecnologia è uno strumento.
L’uomo è quello che decide come usarlo.
E qui cominciano i guai.
Perché possiamo costruire sistemi di sicurezza sempre più sofisticati, controlli sempre più severi, regolamenti internazionali, commissioni, comitati, task force e naturalmente qualche organismo incaricato di coordinare il lavoro degli organismi incaricati di controllare gli altri organismi.
Ma alla fine rimane sempre lui.
L’uomo.
Con le sue ambizioni.
Le sue paure.
Le sue ideologie.
La sua sete di potere.
E, soprattutto, quella sua straordinaria capacità di convincersi che una cosa sia buona purché la faccia lui.
Il nucleare ce lo ha già insegnato.
La scienza scopre.
La politica decide.
La follia, qualche volta, esegue.
Ecco perché davanti alla notizia dei virus progettati dall’IA sarebbe sbagliato reagire con la paura della scienza.
Dovremmo reagire con la paura dell’irresponsabilità.
Sono due cose molto diverse.
La prima ci riporterebbe nel Medioevo.
La seconda potrebbe salvarci.
Anche perché abbiamo già a disposizione una quantità impressionante di virus umani, perfettamente naturali e sorprendentemente resistenti.
L’odio, per esempio.
Non serve l’intelligenza artificiale.
La stupidità.
Non necessita di alcun laboratorio.
Il fanatismo.
Si riproduce benissimo da solo.
La sete di potere.
È probabilmente il virus più contagioso della storia.
E poi c’è la vanità.
Quella è praticamente incurabile.
Basta guardarsi intorno.
Giuseppe Tobia ha scritto che “La gente ha in se stessa dei ‘virus’ talmente letali che, scatenandosi, possono distruggere moralmente molti degli stessi individui che la compongono.”
E Simone Morana Cyla ha sintetizzato ancora meglio: “È l’essere umano il virus della terra.”
Forse hanno ragione entrambi.
E allora la vera frontiera della ricerca scientifica non dovrebbe essere soltanto quella di creare virus nuovi.
Dovremmo finalmente provare a creare un antivirus per l’uomo.
Un vaccino contro il fanatismo.
Un richiamo contro l’odio.
Una terapia sperimentale per il delirio di onnipotenza.
E, se possibile, una cura definitiva contro quei signori che, convinti di avere sempre ragione, riescono puntualmente a dimostrare il contrario.
La ricerca, naturalmente, deve continuare.
Anzi, deve correre.
Ma insieme alla ricerca dovrebbe correre anche la responsabilità.
Perché più aumenta la nostra capacità di modificare la natura, più dobbiamo essere capaci di modificare noi stessi.
Questa sarebbe davvero un’evoluzione.
Il giorno in cui riusciremo a rendere l’uomo immune alla stupidità, avremo probabilmente risolto metà dei problemi del pianeta.
L’altra metà sarà costituita da quelli che rifiuteranno il vaccino.
E qui, forse, Montanelli avrebbe già smesso di sorridere.
Perché se ci osservasse da lassù, davanti all’ennesima meraviglia della scienza, probabilmente avrebbe una sola domanda:
“Ma questi qui, prima di imparare a creare i virus, non potevano imparare a non comportarsi da virus?”
Domanda scomoda.
Come tutte quelle intelligenti.
E forse è proprio da lì che dovremmo cominciare.
Non dalla campagna contro il prossimo virus artificiale.
Ma dalla campagna contro quello che abbiamo già dentro.
Perché il virus più pericoloso del pianeta, finora, non ha bisogno dell’intelligenza artificiale.
Gli basta quella naturale.
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Foto Canva mix.