TRUMP, GLI AYATOLLAH E IL POVERO HORMUZ
di Giuseppe Arnò
La guerra è sempre sul punto di cominciare, la pace sempre sul punto di arrivare. Nel frattempo, il mondo aspetta e il petrolio presenta il conto
Volere è potere. Ma non sempre. E quando di mezzo ci sono Donald Trump e gli Ayatollah, il vecchio proverbio sembra perdere qualche colpo. Del resto, ci aveva già pensato Dante, secoli fa, a metterci in guardia: «Non può tutto la virtù che vuole». Una frase che, osservando il teatrino mediorientale di questi giorni, potrebbe essere appesa all’ingresso della Casa Bianca e, con qualche modifica, anche a quello di Teheran.
Trump annuncia che l’accordo è vicino.
Teheran risponde che non è vero.
Trump rilancia.
Teheran smentisce.
Trump insiste.
Teheran prende tempo.
E il giorno dopo si ricomincia da capo, come in quelle interminabili partite a ping-pong nelle quali nessuno riesce a segnare il punto decisivo.
La diplomazia, ormai, sembra essersi trasformata in una gara di comunicati. Uno dice una cosa, l’altro la nega, il primo corregge, il secondo precisa e alla fine nessuno sa più se si stia trattando per la pace o per stabilire chi abbia pronunciato l’ultima parola.
L’unica certezza è che la partita non finisce mai.
Trump, dal canto suo, continua a promettere che l’intesa è a portata di mano. Gli Ayatollah, invece, fanno sapere che non c’è nulla di fatto. E così l’accordo, come certi treni delle nostre ferrovie, sembra sempre in arrivo, ma nessuno riesce a vederlo entrare in stazione.
In mezzo a questo spettacolo c’è lui: lo stretto di Hormuz.
Un povero stretto che, se avesse avuto la possibilità di scegliere, probabilmente avrebbe preferito trovarsi da qualche altra parte. Magari tra due isole deserte, lontano dalla politica internazionale e dai suoi protagonisti. Invece si ritrova proprio nel posto sbagliato al momento sbagliato.
E, soprattutto, nel posto dove passa una parte fondamentale del petrolio mondiale.
Hormuz, dunque, non parla. Ma se potesse farlo, forse si rivolgerebbe ai due litiganti con parole semplicissime:
«Signori, se proprio dovete discutere, fatelo pure. Ma, per favore, non venite a litigare sulla mia porta. Ho già abbastanza traffico!»
Il problema è che, mentre Trump e Teheran giocano a chi resiste di più, il conto lo paga il resto del mondo.
Il petrolio sale, i mercati si agitano, gli investitori diventano nervosi e i consumatori, come sempre, scoprono che le crisi internazionali finiscono per arrivare anche al distributore sotto casa.
È la vecchia storia: i grandi discutono, i piccoli pagano.
Trump parla di «ultima chance» per l’Iran. Ma anche questa non è esattamente una novità. Di ultime chance, nella storia, ne abbiamo viste parecchie. Alcune sono diventate penultime, altre terzultime e qualcuna, con sorprendente longevità, continua a essere l’ultima da anni.
Però, questa volta, sarebbe davvero il caso di prendere sul serio la parola ultima.
Perché nessuno può permettersi che il tira e molla diventi una spirale senza fine. Non gli Stati Uniti, non l’Iran e nemmeno quel povero Hormuz che, senza aver mai chiesto nulla, rischia di diventare il protagonista involontario di una crisi che potrebbe travolgere ben più delle sue acque.
La pace non è una resa. Un accordo non è una sconfitta. E fare un passo indietro, qualche volta, non significa perdere: significa evitare che siano gli altri a perdere tutto.
Qui, probabilmente, Montanelli avrebbe alzato un sopracciglio, osservato la scena e ricordato che, in politica, il buon senso è spesso la virtù più rara e il compromesso la più difficile da vendere.
Eppure è proprio lì che bisogna arrivare.
Trump e gli Ayatollah possono continuare a scambiarsi dichiarazioni, ultimatum e smentite. Ma prima o poi dovranno decidere se vogliono avere ragione o se vogliono avere pace.
Perché la storia, quando si stanca di aspettare, presenta il conto. E quello, a differenza delle promesse di accordo, arriva sempre puntuale.
Quanto a Hormuz, possiamo solo augurargli buona fortuna.
E magari, per una volta, che i grandi della Terra si ricordino di una regola elementare: se due litigano sul ponte, prima o poi rischia di cadere anche il ponte.