Ceuta sotto assedio, Bruxelles sopra il tavolo: l’Europa scopre ancora una volta che i confini esistono, ma preferisce non parlarne troppo
Ad El Alamein, su un cippo che il tempo ha reso ancora più severo, fu scolpita una frase destinata a rimanere nella memoria: «Mancò la fortuna, non il valore».
Per l’Europa di oggi, alle prese con l’ennesima emergenza migratoria, si potrebbe aggiornare la lapide con una formula assai meno eroica: «Mancò il valore, non la fortuna».
La fortuna, infatti, l’Europa l’ha avuta. Ha avuto tempo, risorse, trattati, vertici, commissioni, commissari, esperti, tavoli di confronto e persino tavoli per preparare altri tavoli. Quello che sembra essere mancato, con una certa ostinazione, è il coraggio di decidere.
Ceuta, ultimo capitolo di una storia che pare scriversi sempre con la stessa penna, docet.
La città autonoma spagnola si è trovata ancora una volta alle prese con una pressione migratoria che ha messo a dura prova le autorità. Una parte dei migranti ha fatto ritorno in Marocco, stremata dalla fame e dalla sete; altri sono rimasti sul posto, mentre esercito e Guardia Civil cercano di contenere una situazione che, più che una sorpresa, sembra ormai una consuetudine.
Il premier Pedro Sánchez si è ritrovato, come spesso accade ai governanti davanti alle emergenze, nella posizione dell’uomo che deve spiegare perché l’incendio non sia stato spento prima. Il re Felipe VI si è detto «preoccupato e indignato». Santiago Abascal, leader di Vox, ha invece indicato le responsabilità di Sánchez e del Marocco.
Insomma, tutto regolare.
Quando il problema arriva, la politica si mette immediatamente alla ricerca del colpevole. Se poi il problema non se ne va, si convoca una commissione per stabilire perché nessuno abbia previsto che sarebbe rimasto.
Eppure, atteniamoci ai fatti.
Quello di Ceuta è stato un assalto alla diligenza, ci si conceda l’iperbole. E non è una questione di simpatia o antipatia verso chi arriva. È una questione di numeri, di ordine pubblico, di sicurezza e, soprattutto, di buon senso.
Perché una cosa è accogliere chi fugge dalla guerra, dalla fame o dalla persecuzione. Un’altra è lasciare che l’ingresso nei nostri Paesi diventi una faccenda affidata alla geografia, alla fortuna o alla resistenza fisica di chi tenta di superare una frontiera.
Una frontiera che, peraltro, dovrebbe essere comune.
L’Europa, però, sembra aver sviluppato una singolare forma di allergia alla parola «confine». La pronuncia con cautela, quasi fosse un termine politicamente scorretto. E così si discute di tutto: accoglienza, solidarietà, redistribuzione, integrazione, corridoi, quote. Tutto, tranne la domanda più semplice: chi entra, come entra e chi decide?
Napoleone, con la consueta brutalità delle sue sentenze, sosteneva: «Chi ha voglia di rovinare gli uomini deve solo permettere loro tutto».
Non sappiamo se pensasse all’Europa, ma oggi qualche funzionario di Bruxelles potrebbe almeno leggerla durante la pausa caffè.
Oriana Fallaci ricordava che, quando si è in casa d’altri, bisogna accettare le regole di chi ospita, capire se si è desiderati o meno e scendere a patti con la realtà.
Poi c’è Kin Hubbard, che con maggiore leggerezza osservava: «Nessuno è più amabile di un ospite inatteso».
Vero. Ma, con tutto il rispetto per il povero Hubbard, un ospite inatteso è una persona che bussa alla porta. Una folla è un’altra cosa. E quando la folla diventa una marea, il padrone di casa dovrebbe almeno ricordarsi di avere una porta.
Non vogliamo essere polemici. E neppure inospitali. Vorremmo soltanto che l’Europa comprendesse una verità elementare: l’accoglienza senza regole finisce per danneggiare tanto chi accoglie quanto chi viene accolto.
Perché senza regole non c’è solidarietà: c’è improvvisazione.
E l’improvvisazione, in politica, è spesso soltanto un altro nome dato all’incapacità di decidere.
Signori di Bruxelles, dunque, una domanda semplice, quasi domestica: potreste, per una volta, decidere dove finisce la casa e dove comincia la strada?
Chiosa alla Montanelli
Il dramma di Ceuta finirà, prima o poi, sui giornali. La politica farà le sue dichiarazioni, Bruxelles esprimerà la sua «profonda preoccupazione», Madrid annuncerà nuove misure e qualche ministro prometterà che «non accadrà mai più».
Poi accadrà di nuovo.
E allora scopriremo, con l’aria sorpresa di chi vede per la prima volta la pioggia dopo aver guardato per mesi le nuvole, che il problema non era Ceuta.
Il problema era che l’Europa, da troppo tempo, aveva confuso la frontiera con un’opinione.
E le opinioni, si sa, non fermano le maree.
Giuseppe Arnò