Il troppo stroppia

EUROPA, CHI HA VISTO IL PORTIERE?

Dalla politica dell’accoglienza a porte spalancate alla riscoperta improvvisa delle frontiere: quando la realtà bussa, anche l’Europa si accorge che una casa senza porte è, tecnicamente, un corridoio.

di Giuseppe Arnò

 

 

C’è un proverbio italiano che, nei secoli, ha resistito a imperatori, rivoluzioni, guerre e governi: il troppo stroppia.

È una verità elementare, quasi banale. E proprio per questo, evidentemente, difficilissima da applicare alla politica.

Per anni l’Europa ha discusso di accoglienza, solidarietà, integrazione e diritti, spesso dimenticando un dettaglio non proprio secondario: chi entra, quanti entrano e come entrano.

Poi arriva la realtà.

E la realtà, si sa, non legge i comunicati stampa.

La crisi di Ceuta, con l’arrivo massiccio di migranti e la pressione sulle autorità locali, ha improvvisamente ricordato al Vecchio Continente che le frontiere esistono. E che, quando vengono attraversate in massa, qualcuno prima o poi deve occuparsi delle conseguenze.

L’Italia ha deciso di reintrodurre temporaneamente i controlli nei collegamenti con la Spagna, mentre altri Paesi europei hanno rafforzato le proprie misure di sicurezza. Madrid protesta, Roma spiega, Bruxelles osserva e Parigi prende precauzioni.

Insomma, il solito spettacolo europeo: tutti d’accordo sulla necessità di fare qualcosa, purché sia qualcun altro a cominciare.

La nave Europa, intanto, imbarca acqua.

E mentre i marinai discutono animatamente sulla legittimità politica del secchio, qualcuno si accorge che sarebbe forse il caso di usarlo.

Naturalmente, non potevano mancare gli oppositori di professione.

Quelli che, qualunque cosa accada, trovano sempre il modo di essere contrari. Se il governo apre le frontiere, protestano perché sono aperte. Se le chiude, protestano perché sono chiuse. Se le controlla, protestano perché controlla. Se non le controlla, protestano perché non controlla.

Una categoria politica meritevole di studio: il contrario a prescindere.

Non è una critica all’opposizione, che in democrazia è indispensabile. È una critica all’opposizione quando confonde il proprio compito con quello di un disco rotto.

Perché criticare un governo è legittimo. Pretendere che un governo non governi, un po’ meno.

E soprattutto, davanti a un’emergenza, sarebbe auspicabile che la politica europea riuscisse a distinguere tra l’interesse nazionale e il calcolo elettorale.

Non è chiedere molto.

Se una casa brucia, il primo pensiero dovrebbe essere spegnere l’incendio. Il secondo, magari, stabilire chi abbia dimenticato il gas acceso.

In Europa, invece, siamo spesso ancora al primo punto dell’ordine del giorno: decidere se l’incendio sia politicamente di destra o di sinistra.

Nel frattempo, brucia.

La questione migratoria, del resto, non può essere risolta né con gli slogan dell’accoglienza illimitata né con quelli della chiusura assoluta. Serve una politica seria, europea, coordinata e soprattutto realistica.

Perché l’accoglienza senza regole rischia di diventare disordine. E il disordine, prima o poi, produce paura, tensioni sociali e reazioni che nessuno dovrebbe desiderare.

Ma anche qui, il buon senso sembra essere diventato una merce rara.

L’Europa ha bisogno di confini sicuri, non di confini ideologici. Di solidarietà, ma anche di responsabilità. Di accoglienza, ma anche di legalità.

E soprattutto ha bisogno di una politica comune.

Perché se ogni Stato pensa di poter risolvere da solo problemi che attraversano continenti, il risultato sarà quello che già conosciamo: riunioni infinite, dichiarazioni solenni e qualche comunicato finale nel quale si esprime «profonda preoccupazione».

Una formula diplomatica che, tradotta dal burocratese, significa: non sappiamo ancora cosa fare, ma abbiamo deciso di incontrarci nuovamente per parlarne.

Nel frattempo, il mondo non aspetta.

Ci sono guerre, terremoti, crisi economiche, criminalità, terrorismo, tensioni sociali. E ogni giorno arriva una nuova emergenza a bussare alla porta.

A questo punto, forse, sarebbe opportuno che l’Europa trovasse finalmente il proprio portiere.

Uno vero.

Uno che sappia chiudere quando deve chiudere, aprire quando deve aprire e, soprattutto, che non debba telefonare a ventisette condomini prima di decidere dove mettere la chiave.

Perché la sicurezza, l’economia e la difesa non possono essere affidate alla buona educazione dei vicini di casa.

Serve un cervello politico europeo. Un centro decisionale capace di agire prima che l’emergenza diventi catastrofe.

E alle opposizioni, europee e nazionali, si potrebbe chiedere soltanto una piccola cortesia: continuino pure a dire «no», ma ogni tanto provino anche a spiegare quale sarebbe il loro «sì».

È un esercizio più difficile, ma democraticamente assai più utile.

Perché la nave Europa può ancora navigare.

Purché, finalmente, qualcuno si occupi delle falle.

E purché, soprattutto, mentre l’equipaggio lavora, i passeggeri smettano di litigare su chi abbia il diritto di impugnare il secchio.

Il contorno alla Montanelli

Montanelli, davanti a una simile commedia, probabilmente avrebbe sorriso con quella sua ironia asciutta e impietosa.

Avrebbe forse osservato che l’Europa è riuscita nell’impresa di trasformare un problema di frontiere in un problema di coscienza, un problema di sicurezza in un problema di ideologia e un problema politico in una gara a chi pronuncia più volte la parola «solidarietà».

Peccato che le frontiere, a differenza delle parole, non si fermino davanti ai buoni sentimenti.

E allora, per una volta, lasciamo parlare il buon senso.

Accogliere è umano. Governare è necessario. Controllare è doveroso.

Il resto è politica.

E, come avrebbe probabilmente chiosato il vecchio Indro, quando tutti hanno ragione, di solito, il problema è che nessuno ha ancora cominciato a risolvere il problema.

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Foto by Canva adap.

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