Lo sport può convivere con la politica, ma non può sopravvivere alla sua invadenza. Perché una partita senza regole uguali per tutti non è più una competizione: è soltanto una rappresentazione del potere.
di Giuseppe Arnò
Ogni epoca ha i suoi protagonisti. Alcuni lasciano il segno con le idee, altri con le opere. Altri ancora, più semplicemente, sono convinti che il mondo sia il palcoscenico costruito per ospitare la loro rappresentazione permanente.
È un’antica debolezza del potere: confondere il consenso con l’onnipotenza.
Di tanto in tanto un episodio ci ricorda quanto questa tentazione sia viva. Un intervento, una telefonata, una decisione che suscita interrogativi, una federazione chiamata a giustificare scelte che sembrano arrivare più dai corridoi del potere che dagli uffici dove si custodiscono i regolamenti. Poco importa quale sia il protagonista del momento. I nomi cambiano. Il problema resta.
Ed è un problema che riguarda tutti.
Lo sport è forse l’ultima grande istituzione civile nella quale milioni di persone accettano serenamente la sconfitta, purché abbiano la certezza che le regole siano state identiche per tutti.
Il tifoso perdona un errore dell’arbitro. Persino una stagione disastrosa. Ciò che non perdona è il sospetto che il risultato sia stato influenzato da qualcosa che con il campo non ha nulla a che vedere.
Perché la vera forza dello sport non risiede nei trofei, nei diritti televisivi o nei bilanci delle federazioni.
Risiede nella fiducia.
È una ricchezza invisibile. Nessuna federazione può iscriverla a bilancio, ma tutte vivono grazie ad essa. È il capitale morale che convince milioni di persone a credere che una gara inizi davvero sullo zero a zero e che nessuno parta con un vantaggio deciso nelle stanze del potere.
Quando questa convinzione vacilla, lo sport perde molto più di una partita.
Perde autorevolezza.
La storia insegna che politica e sport non sono mai stati mondi separati. Dall’antica Olimpia fino ai Giochi moderni, passando per Berlino 1936, Città del Messico 1968 e le tensioni internazionali dei nostri giorni, le competizioni sportive hanno spesso riflesso le fratture del mondo. Sarebbe ingenuo immaginare una neutralità assoluta.
Esiste però una differenza fondamentale.
Una cosa è che la storia entri nello sport. Altra cosa è che il potere pretenda di entrarvi per modificarne le regole.
È qui che nasce la sfiducia.
Le norme possono certamente essere interpretate. Ma interpretare non significa piegare. Le eccezioni devono servire alla giustizia, non alla convenienza. Altrimenti il regolamento cessa di essere il fondamento della competizione e diventa uno strumento da utilizzare secondo l’identità di chi lo invoca.
I Romani avevano condensato tutto questo in una formula destinata a sopravvivere ai secoli: quod licet Iovi, non licet bovi. Ciò che è concesso a Giove non è concesso al bue.
Era la fotografia di una società fondata sui privilegi.
Sorprende constatare quanto quella massima continui a riaffacciarsi nel nostro tempo, quasi che alcuni protagonisti della scena internazionale si sentano investiti di una sorta di diritto naturale a ottenere ciò che agli altri sarebbe semplicemente negato.
Ma lo sport non dovrebbe conoscere né Giove né buoi.
Dovrebbe conoscere soltanto il regolamento.
È proprio questa la sua grandezza. Sul campo il cognome dovrebbe pesare meno del merito. La notorietà meno del talento. L’influenza meno del risultato.
Quando ciò accade, nasce il rispetto.
Quando non accade, nasce il sospetto.
E il sospetto è il più subdolo avversario dello sport. Non urla. Non protesta. Non invade il campo. Si limita a insinuarsi nella mente degli spettatori, trasformando ogni decisione controversa in un dubbio permanente.
Da quel momento non si discute più di calcio, di atletica o di olimpismo.
Si discute della credibilità delle istituzioni.
Ed è una partita infinitamente più difficile da vincere.
Per questo le federazioni sportive, il Comitato Olimpico e ogni organismo chiamato a custodire l’equità delle competizioni dovrebbero ricordare che la loro autorevolezza non dipende dalla vicinanza ai potenti, ma dalla distanza che sanno mantenere da essi.
L’indipendenza non è una forma di cortesia istituzionale.
È la condizione stessa della loro esistenza.
I potenti passeranno, come sempre accade. Cambieranno i governi, le maggioranze, i presidenti e perfino gli equilibri geopolitici.
La credibilità, invece, una volta uscita dal campo, difficilmente rientra negli spogliatoi.
E lo sport, senza credibilità, somiglia sempre meno a una gara e sempre più a un teatro.
Con molti attori.
Pochi campioni.
E troppi Giove convinti che il regolamento sia stato scritto esclusivamente per i buoi.
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